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Il Rapporto globale sulle crisi alimentari nel mondo

Fao: 258 milioni di affamati

Guerre e cambiamenti climatici, insieme agli gli shock economici a livello nazionale e globale, continuano a essere sempre più interconnessi, alimentandosi a vicenda e creando una spirale di effetti negativi sull’insicurezza alimentare acuta e sulla nutrizione

Cresce nel mondo il numero di persone che soffrono la fame. Secondo i dati dell’ultimo Rapporto globale sulle crisi alimentari (GRFC), giunto al suo settimo anno, nel 2022 la crisi alimentare ha colpito 258 milioni di persone in 58 paesi. Il dato più alto mai registrato.
Curato dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), il rapporto è stato lanciato dal Global Network Against Food Crises (GNAFC), l’alleanza internazionale delle Nazioni Unite, dell’Unione Europea, delle agenzie governative e non governative che lavorano per affrontare insieme le crisi alimentari, e in particolare l’insicurezza alimentare acuta (si verifica quando l’incapacità di una persona di consumare cibo adeguato mette in pericolo immediato la vita o i mezzi di sussistenza).
Ad avere maggior necessità di assistenza immediata sono, ancora una volta, le persone che vivono nei contesti più vulnerabili del pianeta, spesso funestati da conflitti e tra i più esposti agli effetti della crisi climatica, contraddistinti da grave instabilità economica e politica.

Guterres: «La fame si può battere, se lo si vuole realmente»

«Più di un quarto di miliardo di persone stanno ora affrontando livelli acuti di fame, e alcuni sono sull’orlo della fame. È inconcepibile», ha scritto il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres nella prefazione del rapporto. «Questa settima edizione del Rapporto globale sulle crisi alimentari è una pungente accusa contro l’incapacità dell’umanità di compiere progressi verso l’Obiettivo di sviluppo sostenibile 2 per porre fine alla fame e raggiungere la sicurezza alimentare e una migliore nutrizione per tutti». Per concludere: «Questa crisi richiede un cambiamento fondamentale e sistemico e il rapporto afferma chiaramente che i progressi sono possibili. Abbiamo i dati e il know-how per costruire un mondo più resiliente, inclusivo e sostenibile in cui la fame non abbia cittadinanza, anche attraverso sistemi alimentari più forti e massicci investimenti nella sicurezza alimentare e in una migliore alimentazione per tutte le persone, indipendentemente da dove vivano».

I paesi più colpiti e le principali vittime: i bambini

In particolare sono cinque i paesi più a rischio: Afghanistan, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, Nigeria e Yemen. Qui risiede il 40 per cento della popolazione esposta a “rischio acuto” di insicurezza alimentare. Si tratta di paesi con una bilancia demografica che pende nel verso una popolazione giovane, e cioè contesti in cui le nascite superano i decessi, che avvengono tendenzialmente in età non avanzata. La conseguenza è che ben 30 paesi dei primi 42 oggetto dell’analisi ospitano oltre 35 milioni di bambini al di sotto dei 5 anni di età che hanno sofferto o soffrono di grave malnutrizione. Di questi, oltre 9,2 milioni sono in una condizione di deperimento tale da rischiare la vita, in aree dove la mortalità infantile registra già numeri sconvolgenti.

Fame e guerra viaggiano insieme sempre

I conflitti continuano a contribuire in modo massiccio al diffondersi dell’insicurezza alimentare e della malnutrizione. È il fattore principale in 19 delle 58 aree analizzate, e coinvolge 117 milioni di persone contro le 139 del 2021. Il calo si deve al fatto che nelle zone in cui il conflitto è temporaneamente in stallo – come, per esempio, l’Afghanistan – è subentrata la crisi ad affamare la popolazione. Insieme alle guerre, anche gli eventi meteorologici estremi. Questi ultimi hanno contribuito come fattore determinate ad affamare 56,8 milioni di persone in dodici paesi del mondo, contro i 23,5 milioni di otto paesi nel 2021.

Guerra in Ucraina e prezzi del grano hanno affamato l’Africa

Il mondo interconnesso ha fatto sì che anche la guerra in Ucraina – in particolare la catena di conseguenze in ambito commerciale relative alla produzione e commercializzazione di grano, mais e olio di girasole prodotti nelle campagne ucraine e in tutta l’area agricola affacciata sul Mar Nero, la cui economia si è sostanzialmente interrotta – diventasse un fattore determinante nell’aumento dell’insicurezza alimentare. Gran parte del fabbisogno di cibo utile alla sussistenza dei paesi più fragili dell’Africa centrale e subsahariana dipendeva proprio da quel grano o è comunque stato compromesso dallo shock globale sui prezzi dei generi alimentari di base causato dal protrarsi del conflitto. Secondo il Rapporto Fao sono fattori economici di questo tipo ad aver superato i conflitti come principale motore della malnutrizione del mondo, nonostante restino temi profondamente interconnessi.

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