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Un anno fa, l’invasione russa dell’Ucraina. Responsabilità e corresponsabilità

Fermare le guerre tocca a noi

Mentre preghiamo e ancora speriamo che i potenti fermino la peggiore guerra scoppiata in Europa dal 1945 ad oggi, il nostro orrore e i nostri propositi di pace sono utili e necessari per convincere i politici a cercare nuovi cammini di pace

L’attuale insieme globale degli Stati sovrani non è in grado di conservare la pace, né è in grado di salvare la biosfera dai danni causati dall’uomo.(Arnold Toynbee[1])

“Vent’anni fa, ho visto con i miei occhi le violenze disumane che ti ho raccontato, perpetrate dai nostri militari in Jugoslavia. Non esistono guerre buone o cattive. In guerra ogni persona umana può divenire disumana”. In quel febbraio 1963, avevo solo 11 anni, frequentavo la seconda media, quando il mio Padre spirituale, un cappellano degli Alpini, condivise con me quelle immagini indescrivibili di una disumanità spaventosa che rimasero impresse nella mia memoria per sempre. Nel diario che ho conservato notai anche che il sacerdote gesuita mi aveva precisato che i responsabili di quegli eccidi senza misericordia non erano squadracce fasciste[2]; erano giovani militari normali, bravi ragazzi che lui conosceva bene perché li stava preparando alla Cresima, per potersi sposare dopo la fine della guerra.

Due mesi dopo San Giovanni XXIII, sotto al titolo della sua enciclica Pacem in Terris, scolpì nella memoria dell’umanità le vere fondazioni della pace: la verità, la giustizia, l’amore e la libertà. Il papa buono aveva fatto due volte il servizio militare ed era stato nunzio apostolico presso l’UNESCO: per questo sapeva bene per esperienza vissuta da dentro cos’era la guerra e cos’era il sogno di pace nello Statuto delle Nazioni Unite che avrebbero dovuto trasformare la guerra in un brutto ricordo del passato. Papa Giovanni affidò quei quattro cammini per la costruzione della pace a tutte le persone di buona volontà.

Ai giorni nostri, 80 anni dopo quegli eccidi nostrani, altri cristiani nella guerra in Ucraina si stanno macchiando degli stessi crimini. Dal 24 febbraio 2022, 70 ospedali bombardati (dati OMS), 8 milioni di rifugiati e quasi 6 milioni di sfollati (UNHCR), 18 milioni di persone che hanno perso tutto e hanno bisogno di assistenza umanitaria (ICRC), decine di migliaia di persone e di bambini senza genitori deportati in Russia, centinaia di esecuzioni sommarie, decine di fosse comuni con migliaia di vittime civili. Il sogno che le Nazioni Unite potessero fermare le guerre e le sue efferate disumanità non è divenuto realtà. Dal 1945 ad oggi gli Stati membri, potenze militari e no, hanno infranto circa 285 volte i trattati di pace che hanno sottoscritto, hanno invaso, bombardato e ucciso milioni di persone, senza il previo avvallo del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, senza alcuna considerazione delle ripetute risoluzioni e appelli del Consiglio stesso[3].

I numeri non mentono, non è l’ONU ad aver fallito l’obiettivo della pace

Gli osservatori superficiali concludono che le Nazioni Unite hanno fallito l’obiettivo principale, la pace; in realtà sono stati i governi nazionali a non rispettare le regole del mantenimento della pace.

La responsabilità più grande è dunque di alcuni leader dei paesi in guerra e dei politici di diversi paesi. Molti di loro sono rimasti impuniti. Ma allo stesso tempo esiste e va sentita forte e chiara la corresponsabilità di tutti i cittadini del mondo intero. Mentre preghiamo e ancora speriamo che i potenti a Ginevra o a New York, a Bruxelles, a Washington, a Mosca e a Kiev fermino la peggiore guerra scoppiata in Europa dal 1945 ad oggi, sappiamo bene che il nostro orrore e i nostri propositi di pace sono utili e necessari per convincere i politici a cercare nuovi cammini di pace.

Il faro della costruzione della pace è ancora acceso, ma ai piedi del faro non c’è luce

L’anarchia universale sul tema della pace e degli altri beni comuni globali non può durare più a lungo: l’umanità deve costituirsi in un corpo politico universale[4], un cambio di paradigma della convivenza dei popoli che sarebbe possibile con gli strumenti offerti dalle Nazioni Unite riformate. Non esiste altra alternativa.

Qualsiasi soluzione data ai nuovi problemi planetari che non si collochi nella prospettiva della comunità mondiale è effimera e spesso perniciosa. L’impossibilità di prefigurare le forme concrete della comunità mondiale non è ragione sufficiente per lasciarsi invadere dal dubbio. La lezione che ci viene dalla storia della specie è che, messa di fronte ai dilemmi estremi – e ormai il dilemma è tra vita e morte – essa è in grado di rivelare insospettate risorse creative. La novità è affidata alle viscere della necessità. Che sui passaggi intermedi dalla sua nascita ci sia buio non deve far meraviglia. Come scrisse Ernst Bloch[5] [citando un proverbio cinese], ai piedi del faro non c’è luce.[6]  

Sandro Calvani è Presidente del Consiglio scientifico dell’Istituto “Giuseppe Toniolo” di diritto internazionale della pace, ex diplomatico delle Nazioni Unite e dirigente della Caritas, ricercatore, docente universitario e scrittore.


[1] Arnold J. Toynbee, Il racconto dell’uomo, Milano Garzanti, 1977, p. 600

[2] Per maggiori dettagli si veda: https://bit.ly/3kcxzSI

[3] Uppsala Conflict Data Program, Department of Peace and Conflict Research: Shorturl.at/aJRU0.

Grafica tratta da: https://ucdp.uu.se/downloads/charts/

[4] Si veda ad esempio un recente studio pubblicato da ODI Global Advisory che ha dimostrato l’urgenza e la fattibilità delle proposte di riforma delle Nazioni Unite e della cittadinanza globale: shorturl.at/lL489

[5] Ernst Bloch (1885 – 1977) scrittore e filosofo tedesco marxista, nonché teorico del “principio speranza” che ebbe ricadute sulla “Teologia della speranza” del protestante Jürgen Moltmann. La citazione completa è la seguente: “La nostra coscienza del presente, che noi crediamo chiara, in effetti è offuscata: alla base del faro non c’è luce; noi dobbiamo dirigere la sua luce della speranza su ogni attimo della nostra vita presente, altrimenti la luce del faro si perde nella notte del futuro.”

[6] Ernesto Balducci, La terra del tramonto, Saggio sulla transizione. Ed. Giunti, 1992, p. 212.

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