LA STORIA DELL'AC

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Generazioni in dialogo

Noi ci siamo

Il popolo di Ac arriva al Centro Mariapoli di Castel Gandolfo...
Il popolo di Ac arriva al Centro Mariapoli di Castel Gandolfo...

Un’estate eccezionale. Per tante cose. Per il clima impazzito, i ghiacciai che si sciolgono e le tempeste che demoliscono terra e ambiente. Per la guerra che continua, inesorabilmente. Per le discussioni (solo discussioni…) sul salario minimo, il fisco da cambiare, le pensioni forse, macché. Un’estate eccezionale anche per il popolo di Ac, che, in una giornata caldissima di fine agosto, è apparso a Castel Gandolfo in pompa magna – eh sì, perché 700 persone e oltre, famiglie intere, giovani, sono tanti, soprattutto a fine agosto, in tutti i sensi –, con il loro carico di sano entusiasmo. Il popolo di Ac è un popolo innamorato. Rumoroso, ma vivo. Noi ci siamo.

Un cantiere sinodale

Un cantiere sinodale. E come potrebbe non esserlo? Anche qui ci siamo. Insieme, forse, è pure meglio. In politica, nella Chiesa, nel Paese, in parrocchia, in Ac. Insieme si condivide. Insieme si vive. E allora il cantiere sinodale, che pure oggi la Chiesa sta vivendo nel suo Sinodo dei vescovi, qui in Ac è pratica quotidiana, vita vissuta, occhi aperti sul mondo.

La Chiesa che sogniamo: noi ci siamo

La Chiesa che sogniamo. E chi non la sogna una Chiesa bella, profetica, testimone vivente del Risorto? Eppure non è così semplice. E anche la profezia, quella del popolo di Dio laborioso e silenzioso che non ha bisogno dei media per raccontare scampoli di Vangelo, il giusto sorriso e disincanto che vediamo in tanti volti giovani mai annoiati alla vita, è già qui, ora, presente nelle sterminate comunità del dialogo e delle cose che si fanno nei territori lontani dalle luci della ribalta, antipasto di Risurrezione.

Ecco perché il titolo di questo Incontro delle Presidenze diocesane di Ac è innanzitutto un ciao tra un popolo che si riconosce, e si ripromette amicizia e impegno. E va un po’ più in là. Immaginando una Chiesa del sorriso, una politica bella, pulita, giusta, progettuale, che ha coscienza delle mille paure di questo momento di crisi generale ma sa sviluppare anticorpi di coraggio di cittadinanza. Che coinvolge anche la dimensione culturale e spirituale, la capacità di pensiero e di parola, la creatività e l’immaginazione. Ha a che fare con il sentirsi parte, con il movimento generativo delle nostre comunità, dice il presidente di Ac.

La Chiesa che sogniamo, per questi bei volti degli anni duemila che immaginano terra e cielo darsi una mano, è la Chiesa che viviamo. Profetica, sinodale, eccezionale. Tre parole da portarsi nella bisaccia del pellegrino. Da gustare con cura.  Per una rivoluzione del fare che sa sorridere alla vita.

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