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Da «Avvenire». Intervista al presidente Giuseppe Notarstefano

Il sogno di Ac: «Una Chiesa aperta a tutti e accogliente»

Il presidente nazionale dell’Azione Cattolica indica le linee su cui si muoverà l’incontro delle presidenze diocesane che inizia oggi a Castel Gandolfo. L’impegno per la pace per un nuovo patto educativo e un ritrovato dinamismo nella società italiana

Un sogno di fine estate. Ma con tutta la concretezza dei sogni fatti ad occhi aperti. Nella dinamica del cammino sinodale della Chiesa italiana e anche come contributo alla preparazione del Sinodo della Chiesa universale, oltre che come tappa fondamentale verso l’Assemblea nazionale di Ac della prossima primavera. Per l’Azione cattolica l’incontro delle Presidenze diocesane che da oggi fino a domenica vedrà, presso il Centro Mariapoli di Castel Gandolfo, oltre 750 responsabili diocesani confrontarsi sul tema “La Chiesa che sogniamo. Un cantiere sinodale per un’estate eccezionale”, è sicuramente un appuntamento dai molteplici significati. Lo ricorda anche il presidente nazionale, Giuseppe Notarstefano, che però soprattutto sottolinea: «Vogliamo vivere un momento unitario secondo una modalità sinodale».

Che cosa significa modalità sinodale per l’Ac?

Tenere insieme le diverse età e condizioni di vita, le dimensioni di servizio e gli ambiti educativi, perché bisogna recuperare continuamente uno sguardo globale sui cammini formativi e sul processo di trasmissione della fede. Così come occorre tenere insieme i diversi territori. L’esperienza nazionale sincronizza e sintetizza i cammini delle associazioni.

Riprendendo il titolo dell’incontro, qual è la Chiesa che l’Azione cattolica sogna?

Una Chiesa dove ci sia spazio per tutti, come ha ricordato il Papa a Lisbona, dove le persone si possano sentire accolte nella loro ricerca di stare con il Signore e di vivere insieme, da fratelli. Questo è anche il nostro “sogno” di Chiesa.

Un sogno di cui parlerete anche con il cardinale presidente della Cei, Matteo Zuppi e con gli altri vescovi, una trentina, presenti all’incontro.

Siamo molto contenti di queste presenze, per i momenti di scambio e di riflessione comune che ci saranno. Lo sforzo di rinnovamento della nostra proposta formativa non è qualcosa che riguarda solamente la vita dell’associazione, ma che è a servizio della vita della Chiesa italiana. E allora vorremmo cogliere prospettive e progetti comuni insieme con i nostri pastori. Ci saranno anche i presidenti delle associazioni con cui lavoriamo e ci fa piacere ribadire questo nostro impegno a fare dell’alleanza un paradigma che va oltre il semplice aspetto organizzativo.

Poi però ci si scontra con la realtà che è di tutt’altro genere. In questo momento, ad esempio, la guerra e l’inimicizia sembrano prevalere. Che cosa si può fare per la pace?

Credo che l’Europa debba recuperare il suo progetto originario fondato sulla ricerca di una convivenza pacifica in un mondo sempre più plurale. Ciò impegna certamente le istituzioni in ciò che il Papa definisce come il lavoro architettonico per la pace, ma è anche fondamentale l’impegno artigianale che riguarda tutti i cittadini nella promozione di una cultura e una coscienza che la pace è un orizzonte e una prospettiva e non tanto una strategia alternativa alla guerra. L?ac accompagna con la preghiera la missione di pace del cardinale Zuppi.

Tra i problemi sociali qual è, secondo lei, quello più urgente?

Le questioni sono tante e spesso caratterizzate da una complessità che richiede uno sguardo più profondo. Ma pensando all’episodio di efferata violenza che si è verificato nella mia città, Palermo, ritengo che il problema più urgente sia quello di recuperare un patto educativo tra le generazioni, costringendo la politica a spostare l’asse verso la promozione della vita buona delle persone. Questo significa anche immaginare un livello di welfare diverso e affrontare la questione delle povertà, non solo materiali. La Chiesa e anche l’Ac hanno il compito di ricordare che al cuore dello sviluppo c’è la dimensione più profonda e spirituale e che molte questioni vanno affrontate insieme.

Come la questione migratoria?

Sicuramente. Le migrazioni sono un esempio chiaro di complessità. Che richiede un approccio multilivello. Bisogna promuovere la cultura dell’accoglienza e dell’integrazione. E l’Ac è impegnata proprio su questo versante.

Ciò chiama in causa anche l’impegno politico dei cattolici. Di recente è stato ricordato il Codice di Camaldoli. Quale forma dare a questo impegno?

L’esperienza del Codice di Camaldoli va recuperata nel suo spirito originario che impegna il pensiero e l’azione dei credenti in una elaborazione culturale attuale del senso di comunità e di un autentico umanesimo cristiano. Si tratta di valorizzare innanzitutto una visione fraterna da declinare storicamente nell’impegno di una democrazia partecipativa e di un modello di sviluppo inclusivo e sostenibile, lavorando per il bene comune nei diversi campi dell’economia, della politica e della vita sociale.

Va in questo senso anche il suo libro, che verrà presentato durante l’incontro?

Il libro si intitola Verso noi (Edizioni Ave) e nasce dal voler rilanciare il desiderio di camminare insieme, specie in questo nostro tempo fortemente caratterizzato dall’individualismo e dalla diffidenza nei confronti dell’altro. C’è il rischio di competizione tra diverse categorie e tra diversi territori (pensiamo al dibattito sull’autonomia differenziata). Invece, l’Ac può essere uno spazio in cui ci si prende cura insieme della vita di tutti. Non abbiamo la pretesa di risolvere ogni problema, ma vogliamo restare accanto alle gioie, alle speranze e alle tensioni delle persone, non lasciando indietro nessuno.

Intervista tratta dal quotidiano Avvenire del 24 agosto 2023

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