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Coltivare spazi di fraternità, dove gli sguardi e le voci di tutti trovino casa. Su “Vita Pastorale” il contributo della vicepresidente Gitto al dossier dedicato al dopo Trieste

“Cuori feriti da curare”

Dal sito delle Settimane sociali - Foto Gennari/Siciliani
Dal sito delle Settimane sociali - Foto Gennari/Siciliani

Cuori feriti come simbolo della crisi della democrazia. Le parole indirizzate da Papa Francesco alle persone raccolte nell’assolata Piazza Unità d’Italia, a Trieste, a conclusione della 50a edizione delle Settimane sociali dei cattolici in Italia, parlano alle vite di tutti i cittadini e di tutte le cittadine.

Sfiduciati, perplessi, isolati: così sempre più italiani e italiane scelgono di non esercitare il proprio diritto di voto. Lo abbiamo visto con le ultime tornate elettorali, che hanno registrato per la prima volta il record di oltre il 50% di non votanti. Sarebbe riduttivo oltre che illusorio – e forse anche eccessivamente semplicistico – pensare che dietro questo dato ci sia solamente un’astensione, perché quella di non andare a votare è stata una scelta ponderata. E forse anche espressione della consapevolezza della fallacia di un processo, quello democratico – di cui la chiamata alle urne non rappresenta che una dimensione – percepito ormai come privo di senso. E così la scelta di non andare a votare esprime un disagio, la ferita appunto, di un potenziale bene tradito.

Un metodo che ha dato sostanza

La 50a Settimane sociali dal titolo “Al cuore della democrazia” s’è collocata così all’indomani di un appuntamento elettorale che ha dimostrato la fatica di tenere unito il Paese. E ha saputo interrogarsi in maniera coraggiosa su temi caldi e sulle questioni di maggiore rilievo sullo stato della democrazia oggi in Italia, mettendo in pratica un metodo, che ha dato sostanza alle questioni poste.

L’immagine dei cuori feriti, dipinta con parole semplici e molto dirette, descrive molto bene anche lo stato d’animo di coloro che trovano sempre meno posto all’interno dei consessi dove si prendono decisioni, sentendosi (perché di fatto, lo sono) esclusi dal gioco della democrazia: le categorie più svantaggiate, i ragazzi, i giovani e le donne.

Sebbene parlare di giovani e donne come categorie a sé possa indurre nella trappola di incasellare le vite delle persone e le loro storie dentro etichette che riducono la complessità delle situazioni di vita, è necessario anche constatare il loro attuale svantaggio nella rappresentanza. Guardiamo qualche numero. Secondo i dati Openpolis (2022), l’età media dei parlamentari eletti nella XIX legislatura è di 51,5 anni, con solo il 10,7% dei parlamentari eletti (Camera e Senato) under 40, partendo dal 15% degli under 40 candidati. Se guardiamo al genere, le donne sono solo il 33% dei parlamentari. Questi dati ci invitano a riflettere sulle modalità di coinvolgimento e accesso alla rappresentanza di giovani e donne.

La necessità di dare dignità al valore di ciascuno e ciascuna

Se il massimo organo deputato alla rappresentanza dei cittadini e delle cittadine in Italia è così composto, siamo portati a immaginare che le stesse istanze e le prospettive di questa parte della popolazione saranno, inevitabilmente, meno rappresentate nei processi decisionali. E questo non ha a che fare con il bisogno di rivendicare spazi, ma con la necessità intrinseca di dare dignità al valore di ciascuno e ciascuna, affinché le voci di tutti possano unirsi alla grande sinfonia di sguardi volti al bene comune.

A questo proposito, non è passata inosservata la scelta del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane sociali di chiedere alle diocesi presenti a questa edizione di indicare un terzo di delegati giovani e un terzo donne. Una scelta che si è inserita in maniera coerente rispetto al bisogno e alla necessità di includere tutti nel processo di cambiamento, sullo stesso solco tracciato dal Sinodo universale.

«Non è perché si è giovani che si è inadatti a prendere decisioni»

Lo ricordava anche padre Giacomo Costa, Segretario speciale della XVI Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi e membro del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane sociali, quando, tirando le fila dei lavori, ha sottolineato che «non è perché si è giovani che si è inadatti a prendere decisioni importanti per tutti». Parole che richiamano e invitano a riconoscere la necessità di abilitare sempre più la voce dei giovani nei luoghi di discernimento comunitario. Perché, oltre i manifesti e le dichiarazioni d’intenti, è necessario che tutti all’interno della Chiesa prendano consapevolezza che la presenza dei giovani debba essere tenuta in considerazione anche e soprattutto nel prendere decisioni.

Già nelle fasi di preparazione della Settimana sociale, un gruppo di giovani è stato coinvolto nell’organizzazione, rendendo così il loro contributo perfettamente integrato e amalgamato nel processo complessivo. Il coinvolgimento dei giovani nella facilitazione dei circles e nella moderazione delle piazze della democrazia, che hanno avuto luogo in vari punti della città, dimostrano che anche i giovani possono contribuire ai processi se viene data loro fiducia, e se vengono lasciati liberi di interpretare la responsabilità.

Una forza mobilitatrice davvero imponente

Allo stesso modo, anche rispetto alla presenza delle donne, una riflessione è necessaria. Il dibattito sulla presenza e sul contributo femminile all’interno della Chiesa e del Paese spesso rischia di sfociare in un “pinkwashing” di facciata, se non tiene conto di quanto già avviene nelle dimensioni sociali più piccole. Nelle parrocchie e nelle piccole comunità, il contributo delle donne rappresenta una forza mobilitatrice imponente. Se ci interroghiamo ancora sulle ragioni per cui sia importante includere le donne nella politica e nella Chiesa, lo facciamo perché il contributo di quella forte e silenziosa presenza operosa sfugge ancora agli occhi dei più, tendenzialmente appartenenti alle categorie più privilegiate.

Questo sforzo di “realtà” a Trieste è veramente avvenuto e reso tangibile nel lavoro dei circles cui i delegati e le delegate, laici, laiche e religiosi presenti hanno partecipato: il tempo limitato di intervento, l’educarsi a procedere insieme step dopo step, senza la pretesa di esaurire tutto il dicibile e mettendo da parte l’istinto a prevalere sull’altro nel racconto. Piccole attenzioni che hanno indubbiamente suscitato e sostenuto l’arte dell’ascolto.

Settimane sociali e discernimento comunitario

L’esperienza e il metodo utilizzato a Trieste rappresentano un modello che indica come – nella Chiesa come nel Paese – non ci sia bisogno di percorsi ad hoc per i giovani o per le donne, ma che sia sempre più necessario dotarsi di modalità di lavoro e di luoghi di discernimento comunitari sempre più “unitari”, che tengano insieme, le voci di giovani e adulti, uomini e donne, ciascuna e ciascuno portatore della propria storia e della propria specificità in una visione di bene comune ampia.

Da Trieste ci portiamo dietro la consapevolezza che per curare cuori feriti serva innanzitutto coltivare spazi di fraternità, dove gli sguardi e le voci di tutti, in primis di quelli che fino a questo momento non hanno avuto occasione e spazio per dire la propria, possano trovare casa. Si apre un tempo bello, se saremo capaci di cogliere con creatività le sfide che la realtà ci pone dinanzi.

Articolo pubblicato sul mensile Vita Pastorale (Ottobre 2024).

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