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Stato dell’arte e prospettive delle riforme istituzionali in discussione in Parlamento. Il 14 giugno alle ore 18.30 webinar promosso da Cnal e Istituto “Vittorio Bachelet” su Facebook e canale YouTube dell’Ac

Uno sguardo sulle riforme: temi e problemi

Foto Shutterstock
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L’Autonomia differenziata e il Premierato sono le due riforme istituzionali care, rispettivamente, a Lega e Fratelli d’Italia. Osteggiate con decisione ma con toni diversi dalle opposizioni in Parlamento, portate avanti ma non senza reciproche diffidenze e frizioni nella stessa maggioranza dell’attuale Governo Meloni.

Per approfondire lo stato dell’arte e le prospettive delle due riforme, la Consulta nazionale delle aggregazioni laicali (Cnal) e l’Istituto dell’Azione cattolica per lo studio dei problemi sociali e politici “Vittorio Bachelet” promuovono un webinar, un seminario online, venerdì 14 giugno 2024, alle ore 18.30, in diretta sul canale YouTube e sulla pagina Facebook dell’Azione cattolica italiana.

Il programma del webinar sulle riforme prevede

Saluti: Maddalena Pievaioli, Segretaria nazionale della Consulta delle Aggregazioni laicali, e Franco Miano, Presidente del Consiglio scientifico dell’Istituto dell’Azione cattolica per lo studio dei problemi sociali e politici “Vittorio Bachelet”.
L’Autonomia differenziata. Intervengono: Giovanni Tarli Barbieri, Università degli Studi di Firenze, Floriana Cerniglia, Università Cattolica del Sacro Cuore. Modera: Mario Landi.
Il Premierato. Intervengono: Renato Balduzzi, Università Cattolica del Sacro Cuore, Umberto Ronga, Università degli Studi Federico II di Napoli. Modera: Agatino Giuseppe Lanzafame.

Il disegno di legge sull’Autonomia differenziata

Presentato dal leghista Roberto Calderoli, Ministro per gli Affari Regionali e le Autonomie, approvato dal Governo il 15 marzo 2023 e dopo alcune aggiunte e cambiamenti in Commissione e in Aula, in Senato il 23 gennaio di quest’anno, è attualmente all’esame della Camera.
Prevede che le Regioni possano chiedere allo Stato competenza esclusiva su 23 materie, comprese le tre di sua competenza esclusiva, come: l’organizzazione della giustizia di pace, le norme generali sull’istruzione, la tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali, che se la riforma sarà approvata, potrebbero di conseguenza, essere decentrate.
Il disegno di legge sul “regionalismo asimmetrico” darebbe attuazione all’articolo 116, comma 3, della Costituzione, che prevede la possibilità di attribuire alle Regioni a statuto ordinario che lo richiedano, ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con legge dello Stato.

Le obiezioni della Banca d’Italia alle riforme e il rischio di “secessione dei ricchi”

Condizione preliminare per l’avvio del procedimento, che siano determinati i LEP (Livelli essenziali di prestazioni) per il godimento dei diritti civili e sociali da garantire su tutto il territorio nazionale, condizione però, non facile da attuare.
Secondo la Banca d’Italia audita a giugno del 2023 presso la 1a Commissione permanente (Affari Costituzionali) del Senato: «Lo Stato dovrà adottare misure perequative e di promozione dello sviluppo economico, della coesione e della solidarietà sociale. L’autonomia differenziata comporta una sottrazione di ingenti risorse alla collettività nazionale e la disarticolazione di servizi e infrastrutture logistiche (trasporti, distribuzione dell’energia, sanità, istruzione), che, per il loro ruolo nel funzionamento del sistema Paese, dovrebbero far capo a una struttura unitaria e a dimensione nazionale».
Di più: «Anche le Regioni autonome trarrebbero degli svantaggi: sia perché il Sud è un mercato nodale per il Nord, sia perché le differenze interne alle stesse Regioni verrebbero aumentate dall’allocazione delle risorse verso le parti più ricche e meglio organizzate. La sottrazione del gettito fiscale alla redistribuzione nazionale, violerebbe inoltre il principio di solidarietà economica e sociale contemplato dalla Costituzione, aumentando le disuguaglianze tra Nord e Sud, con un crollo socio-economico dei territori più svantaggiati, che potrebbe mettere in crisi l’intera Italia».
In breve, Se la riforma diventasse legge, si rischierebbe una forte spaccatura tra Nord e Sud, in una vera e propria “secessione dei ricchi”, a danno delle aree interne, più svantaggiate.

La riforma del Premierato

È parte di un disegno di legge costituzionale attualmente in discussione al Senato – tra non poche polemiche e con quasi tremila emendamenti depositati in Aula dalle opposizioni – voluto dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni con l’obiettivo di ridefinire il panorama politico nazionale, ponendo l’accento sul diretto coinvolgimento dei cittadini nella scelta del Governo e sul ruolo delle istituzioni.
In sostanza, si punta a rafforzare i poteri del Presidente del Consiglio e introdurre la sua “elezione diretta”. Tale disposizione, se approvata, sostituirebbe l’attuale meccanismo elettorale, consentendo ai cittadini di esprimere direttamente la propria preferenza per il Capo del Governo.
Ricordiamo che oggi la Costituzione italiana prevede che alle elezioni politiche i cittadini eleggano i membri del Parlamento, che poi a loro volta esprimono la loro preferenza per un Governo e un Presidente del Consiglio. Se venisse approvata la riforma, il Capo del Governo non riceverebbe più l’incarico dal Presidente della Repubblica sulla base del risultato elettorale e delle possibili maggioranze in Parlamento, ma sarebbero i cittadini a scegliere.

Depotenziamento del Parlamento e del Presidente della Repubblica

Tutto ciò ciò implicherebbe un completo depotenziamento del Parlamento, del ruolo del Presidente della Repubblica, del sistema di bilanciamento dei poteri e della funzione di controllo degli organi di garanzia previsti in Costituzione a tutela della democrazia.
Premierato e Autonomia differenziata nella loro proposizione attuale rischiano di essere una mina posta al complessivo quadro di equilibri su cui si poggia la nostra Costituzione, alla funzione del Parlamento, alla democrazia partecipativa e alla libertà di espressione sancita dall’articolo 21 della Costituzione.

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