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La guerra in Ucraina continua. Come le ingiustizie, le disuguaglianze e le speculazioni

La lezione mancata

Oltre i fiumi di sangue dei campi di battaglia, il prezzo economico più alto di questo tempo di guerra lo pagano gli ultimi, i più deboli. Sia che si parli di singoli o di intere comunità nazionali. I ritardi dell’Europa e dell’Italia

Un mondo globalizzato non è un mondo più giusto e più equo, è solo un altro modo di distribuire le ingiustizie e le disuguaglianze, senza modificare i ruoli e i copioni degli attori in campo: i ricchi restano tali o lo diventano sempre di più e la massa sterminata di indigenti, di sopravviventi, di ultimi, si moltiplica come un impasto in lievitazione.
Una lezione mancata. Ogni volta una ragione diversa, tutte le volte lo stesso risultato: lo scorso decennio l’ultima grande recessione statunitense (2008-2013) che ha come logo il fallimento della Lehman Brothers, oggi la guerra di Putin all’Ucraina. Risultato: un mondo più insicuro, più povero, più ingiusto. Dove a pagare il prezzo più alto come sempre sono i più deboli, sia quando parliamo di singole persone, sia quando si fa riferimento a intere comunità nazionali.
Oltre i fiumi di sangue del campo di battaglia, solo i miopi e gli stolti, e coloro che in fondo i soldi non li hanno mai guadagnati onestamente, non vedono che il conto di questa guerra è già nelle bollette di casa, negli scontrini del supermercato e della pompa di benzina. Negli effetti di una più o meno evidente speculazione (che non è solo un volto del mercato, ma anche una sua stortura), praticata sia in grande che in piccolo cabotaggio, in un’estate che ricorderemo anche per i 2 euro fatti pagare per dividere in due un tramezzino.

Il “tutti più buoni e solidali” è durato poco. Gli ultimi restano ultimi

Più volte e da varie parti la popolazione del Nord del mondo era stata avvertita e sensibilizzata sul fatto che l’Occidente viveva al di sopra delle proprie possibilità. E sembrava ragionevole pensare che la crisi esplosa nel 2008 avesse indotto non solo a tamponare le falle che si erano infine aperte, ma a introdurre elementi virtuosi per raddrizzare progressivamente il sistema dell’economia mondiale. Ma così non è stato. Così non è.
Neanche l’epidemia da Covid-19 ha cambiato il corso della storia. Gli ultimi hanno ripreso a migrare e a morire, come prima e più di prima. Il “tutti più buoni e solidali” è durato poco. Oggi si parla di Pnrr con lo stesso entusiasmo e le stesse aspettative dei piani quinquennali di epoca sovietica. Più burocrazia che cuore, com’è l’Europa di oggi. Incapace di esprimere una visione comunitaria inclusiva dei doveri propri della reciprocità e della solidarietà, soprattutto rivelando ancor di più lo squilibrio tra l’integrazione economica, di cui l’euro è espressione, e un’integrazione politica, ancora inadeguata, pesantemente burocratizzata e invasiva.

La globalizzazione resta non governata e la finanza domina

La globalizzazione resta non governata e sempre più tende ad agire dispoticamente prescindendo dalla politica. La finanza è tornata a praticare con frenesia dei contratti di credito che spesso consentono una speculazione senza limiti. E fenomeni di speculazione dannosa si verificano anche con riferimento alle derrate alimentari, all’acqua, alla terra, finendo con impoverire ancor di più quelli che già vivono in situazione di grave precarietà. Nessuna nuova istituzione internazionale è stata nel frattempo messa in campo col potere di regolare appunto la funzionalità dei mercati allorché questi risultino anomali. Le agenzie che classificano l’affidabilità dei grandi soggetti economici hanno continuato a far valere la loro autarchica e misteriosa influenza, imponendo ulteriori carichi alle democrazie.

Italia. Quel patto intergenerazionale che ancora manca

Dal canto suo, l’Italia non si era mai trovata tanto chiaramente dinanzi alla verità della propria situazione. Il che significa, tra l’altro, correggere abitudini e stili di vita. Qualcosa di facile a dire, ma estremamente difficile da applicare, anzitutto per sé.
Preoccupa l’assenza di un affronto serio e responsabile del generale calo demografico, e quindi del rapporto sbilanciato tra la popolazione giovane e quella matura e anziana. Il fenomeno va ad interessare anche le funzioni previdenziali e pensionistiche non solo delle generazioni a venire ma già di quanti sono oggi giovani. Se non si riescono a far scaturire, nel breve periodo, le condizioni psicologiche e culturali per siglare un patto intergenerazionale che, considerando anche l’apporto dei nuovi italiani, sia in grado di raccordare fisco, previdenza e pensioni avendo come volano un’efficace politica per la famiglia, l’Italia non potrà invertire il proprio declino: potrà forse aumentare la ricchezza di alcuni, comunque di pochi, ma si prosciugherà il destino di un popolo e il futuro degli ultimi.

Il deterioramento del costume e del linguaggio pubblico

Sono note le preoccupazioni per il futuro che pulsano nel corpo vivo del Paese, e non sfugge certo quel che, a più riprese, si è tentato di fare e ancora si sta facendo per fronteggiarle. L’impressione tuttavia è che, stando a quel che s’è visto, non sia purtroppo ancora sufficiente. Colpisce la riluttanza a riconoscere l’esatta serietà della situazione al di là di strumentalizzazioni e partigianerie; amareggia il metodo scombinato con cui a tratti si procede, dando l’impressione che il regolamento dei conti personali sia prevalente rispetto ai compiti istituzionali e al portamento richiesto dalla scena pubblica, specialmente in tempi che potremmo definire di rinnovata austerità. E su tutto ciò, rattrista il deterioramento del costume e del linguaggio pubblico, nonché la reciproca, sistematica denigrazione, poiché così è il senso civico a corrompersi, complicando ogni ipotesi di rinascimento anche politico di questo Paese.

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