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La costruzione della fraternità umana è la missione, non solo dei cristiani. Miliardi gli inviati

Le parole del Sinodo. Missione

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Andare, cambiare, muoversi, relazionarsi è il significato della radice Mei in tutte le numerose lingue proto-indo-europee (PIE), il più grande gruppo di lingue parlate oggi nel mondo. Mei è anche la radice della parola “missione”, che – fin dalla sua comparsa quasi 2000 anni fa – ha significato un invio di una o più persone presso qualcuno o in un luogo con il compito di portare a termine un incarico, per lo più di una certa importanza o che comporta un rischio. Questa componente di straordinarietà con un po’ di rischio differenzia la parola missione dal semplice invio. Nel linguaggio comune di oggi, in ogni ambito dell’attività umana “missione” indica un mandato, un compito che ha un valore morale, svolto con spirito di sacrificio e dedizione assoluta. Ogni impresa moderna descrive se stessa a partire dalla sua missione.

Derivano dalla comune radice Mei diverse decine di parole in tutte le lingue PIE. Parole che si riferiscono a interazioni umane come per esempio ammissione, commissario, commissione, comune, comunicazione, comunismo, emissione, immune, messaggio, messa, migrazione, missiva, munizione, mutazione, mutuo, remunerazione, sottomissione, trasmissione e molte altre. In inglese la parola più comune derivata da Mei è miss, che significare mancare un bersaglio. In quasi tutte le lingue occidentali, la parola derivata da Mei più usata e più conosciuta in tempi di odio diffuso tra i popoli è “missile”, il modo più distruttivo e disumano di inviare qualcosa a qualcuno.

La missione non è proselitismo

Le grandi religioni antiche e filosofie della vita pre-cristiane hanno tutte inviato missioni a ogni popolo conosciuto, quasi mai a scopo di proselitismo, e quasi sempre con l’obiettivo di far conoscere regole di vita insieme in modo pacifico per il bene comune. Lo stesso ha fatto il cristianesimo per quasi due millenni fin dall’apostolo Paolo. Gesù Cristo definì la missione dei suoi seguaci durante l’ultima cena, prima di affrontare la passione e la morte sulla croce. In quel momento Gesù promise agli Apostoli il dono dello Spirito Santo. Lo Spirito Santo insegna ai discepoli a comprendere sempre più pienamente il Vangelo, ad accoglierlo nella loro esistenza e a renderlo vivo e operante con la testimonianza di vita e di carità con tutti.
La santa messa domenicale ha quest’unica origine dalla missione data da Gesù, e cominciò a chiamarsi “messa” (missa in latino è il participio passato di mittere = inviare) fin dai primi tempi in cui le comunità si riunivano per condividere l’eucarestia e accogliere il mandato dell’ultima cena ad essere inviati.
Mentre nel messale, usato più spesso in lingua italiana, quella definizione originale ed essenziale si riduce spesso a uno sterile e freddo “la messa è finita”, nelle altre lingue – e soprattutto nelle lingue più giovani – si definisce invece più correttamente il rito cui si è partecipato. Sono infatti tutte espressioni che rendono esplicito il senso della missione i vari: “andate in pace e annunciate il Vangelo del Signore”; “andate e glorificate Dio con le vostre opere di carità”; “andate glorificando il Signore con la vostra vita”, “Missa est” significa appunto “[la comunità] è stata inviata”.

Ad Gentes e Gaudium et Spes

Nella Chiesa cattolica la missione è stata oggetto degli insegnamenti dettagliati del Concilio Vaticano II (CVII) (1962-65). Il primo decreto del CVII Ad Gentes (7 dicembre 1965) fu approvato e promulgato lo stesso giorno della quarta ed ultima Costituzione del CVII, Gaudium et Spes, la prima e l’unica costituzione mai promulgata da un Concilio sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, la quale contiene anch’essa diversi riferimenti alla sua missione.
Ad Gentes tratta della missione della Chiesa di diffondere tra tutti popoli gli stili di vita del Vangelo. Così il decreto definisce la Chiesa nelle prime parole “missa ut sit”, inviata per mandato divino alle genti per essere «sacramento universale di salvezza». Questa, Rispondendo a un tempo alle esigenze più profonde della sua cattolicità ed all’ordine specifico del suo fondatore, si sforza di portare l’annuncio del Vangelo a tutti gli uomini. Ed infatti, gli stessi apostoli, sui quali la Chiesa fu fondata, seguendo l’esempio del Cristo, «predicarono la parola della verità e generarono le Chiese».

Una sola famiglia ed un solo popolo di Dio

È pertanto compito dei loro successori perpetuare quest’opera, perché «la parola di Dio corra e sia glorificata» ed il regno di Dio sia annunciato e stabilito su tutta quanta la terra (AG 1).
Inoltre, per attualizzare in particolare le sfide che nascevano negli anni ‘60 per le Chiese dopo la decolonizzazione e la nuova indipendenza delle nazioni, Ad Gentes aggiunge: «D’altra parte, nella situazione attuale delle cose, in cui va profilandosi una nuova condizione per l’umanità, la Chiesa, sale della terra e luce del mondo, avverte in maniera più urgente la propria vocazione di salvare e di rinnovare ogni creatura, affinché tutto sia restaurato in Cristo e gli uomini costituiscano in lui una sola famiglia ed un solo popolo di Dio». Ad Gentes si riferisce alla missione 33 volte, mentre Gaudium et Spes ha 26 riferimenti alla missione.

Da Paolo VI a Francesco: la costruzione della fraternità umana

Dieci anni dopo il CVII, papa Paolo VI nella sua acclamatissima esortazione Evangelii Nuntiandi (EN) (1975), esortò ancora tutti i seguaci di Gesù all’importanza primordiale della testimonianza di vita. Ricordando che la buona novella deve essere anzitutto proclamata mediante la testimonianza.
Ecco: un cristiano o un gruppo di cristiani, in seno alla comunità d’uomini nella quale vivono, manifestano capacità di comprensione e di accoglimento, comunione di vita e di destino con gli altri, solidarietà negli sforzi di tutti per tutto ciò che è nobile e buono (EN 21). L’esortazione fa 27 riferimenti alla missione e 25 al messaggio da portare ai popoli.

Nel 2020, papa Francesco ha concluso la sua enciclica Fratelli Tutti (FT) ricordando che la costruzione della fraternità umana non è solo la missione dei cristiani, ma anche quella dei musulmani e di tutte le religioni. Come avevano proposto San Francesco d’Assisi, Martin Luther King, Desmond Tutu, il Mahatma Gandhi e molti altri (FT 285).

Sono passati quasi 2000 anni da quando Cristo nell’ultima cena propose la missione di cambiare la propria vita verso la carità vissuta tutti i giorni. Se lo facessimo tutti, o anche solo chi lo ha scritto nella propria missione, i 2,3 miliardi di cristiani, 1,9 miliardi di islamici e 1,16 miliardi di induisti, quella missione diverrebbe molto più diffusa dei missili che riempiono oggi le prime pagine dei giornali. E potrebbe curare tutte le crisi del mondo.

Sandro Calvani è docente all’Asian Institute of Technology (Bangkok) e presidente del Consiglio scientifico dell’Istituto “Giuseppe Toniolo” di diritto internazionale della pace

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