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Intervista a Enrico Giovannini

Apriamo la porta al futuro

Uno dei motivi per cui i governi in Italia non si occupano di “futuro” è perché durano poco. Ma la realtà cambia continuamente. «Qui non stiamo provando a fare previsioni per il futuro – racconta a "Segno" Enrico Giovannini –, ma a immaginare decisioni per futuri multipli»
foto: Shutterstock
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Il futuro è il suo chiodo fisso, ciò in cui ha investito impegno, passione ed energie. Per rendersene conto, basta dare uno sguardo ai suoi libri. Scegliere il futuro, Quel mondo diverso, L’utopia sostenibile sono tutte pubblicazioni del prof. Enrico Giovannini. Anche l’ultimo, fresco di stampa, I ministri tecnici non esistono, già in copertina parla di disegnare il futuro. Allora apriamo la porta al futuro.

Economista e statistico, già ministro del Lavoro e delle Politiche sociali del governo Letta e delle Infrastrutture e dei Trasporti del governo Draghi, insegna all’Università di Tor Vergata ed è direttore scientifico dell’Alleanza italiana per lo Sviluppo sostenibile (Asvis), una rete di oltre trecento soggetti della società civile italiana. Gli abbiamo chiesto, intervistandolo per Segno nel mondo, perché è così importante e al tempo stesso così difficile occuparsi di futuro.

Da tempo lei lavora all’idea di un istituto di studi sul futuro. In che cosa consisterebbe e quali obiettivi si prefiggerebbe?

In giro per il mondo ne esistono già molti. Provano a capire quali possono essere i futuri per tentare di anticiparli, per ridurre i rischi e aumentare le possibilità. Ma soprattutto per cercare di prendere decisioni che possano essere utili per una molteplicità di futuri.

Le faccio un esempio estremamente concreto, che riguarda l’istituto di Singapore, che è uno dei più noti e lavora a stretto contatto col Governo. Tra i temi che hanno studiato c’è l’altezza dei garage. Hanno deciso che da un certo punto in poi tutti i garage devono avere un’altezza di tre metri invece che di due e qualcosa. Perché secondo loro in futuro ci saranno molte meno automobili. Quando si ridurrà il numero di auto, con spazi di due metri e qualcosa cosa ci si farà? Nulla. Con spazi di tre metri invece potranno trasformarli in negozi. Hanno preso questa decisione nonostante lo spazio a Singapore sia un problema: non a caso infatti si è sviluppata in altezza.

Quando nella primavera 2020 partì il Comitato Colao, sull’Espresso scrissi che accanto all’unità di crisi bisogna creare da subito l’unità di resilienza, per cominciare a pensare al futuro, perché tutti i manuali di rischi insegnano che chi si occupa di gestire la crisi per vari motivi non è in grado di gestire il dopo. Uno dei temi principali di cui il presidente del Consiglio Conte ci chiese di occuparci riguardava la gestione delle chiusure. Cercammo quindi di capire come si erano organizzati gli altri Paesi e ricevetti il documento di France Stratégie, dove c’era non tanto il piano anti pandemico dal punto di vista sanitario, ma una valutazione di come organizzare il Paese in presenza dello scoppio di una pandemia. Noi non solo non avevamo il piano pandemico, ma neanche nessuno che avesse mai pensato una cosa di questo tipo.

È esattamente così che funziona: se nessuno pensa al futuro, sarà il futuro che penserà a noi.

In tutti questi anni ho provato a convincere prima il governo Conte 2 e poi il governo Draghi, di cui ho fatto parte, a istituire un istituto per il futuro. Non ci sono riuscito, ma questo è un altro discorso.

Perché in Italia c’è tanta resistenza?

La Commissione europea ha sposato in pieno l’idea di fondo e l’Onu dedicherà a questo tema un summit nel settembre 2024…

Io cito spesso il motto “O Franza o Spagna purché se magna” (attribuito a Francesco Guicciardini, nda). Che ne sappiamo noi di chi comanderà in futuro, al massimo possiamo aggiustarci con la duttilità che ci contraddistingue. Credo sia principalmente questo, perché in realtà in Italia ci sono parecchi istituti che si occupano di questi temi (tra gli altri l’Istituto Italiano di Tecnologia, il Cnr…): forse non pensiamo che potremmo avere un vantaggio a mettere a sistema tutti questi pezzi.

Il fatto poi che l’Europa si occupi di questo è un fatto recente, su cui in parte ho avuto un ruolo: quando fui chiamato a fare il consulente di Juncker (presidente della Commissione europea dal 2014 al 2019, nda) all’European political strategies center, dopo un anno di lavoro organizzai una conferenza stampa sui temi dello sviluppo sostenibile e della resilienza e il suo capo di Gabinetto mi fece dire che io dovevo smetterla di parlare di questi argomenti, perché la Commissione non li avrebbe mai abbracciati. Perché non possiamo raccontare alle persone che il futuro sarà pieno di shock. Ci ha poi pensato il futuro a insegnarcelo.

Terminata la consulenza a Juncker, cominciai a lavorare sulla resilienza trasformativa con il Joint research centre, sempre della Commissione europea. Scoppia il Covid e il gabinetto di Ursula von der Leyen s’innamora di questa cosa; con l’avvio del suo mandato il tema dello strategic foresight (potremmo definirlo una sorta di prospettiva a lungo termine, nda) è diventato un tema politico, al punto da affermare che «la resilienza trasformativa è il nuovo compasso di tutte le politiche dell’Unione europea». Questo per dire che è non solo l’Italia ad aver pensato che fosse un giocattolo per futuristi. Anche la Commissione europea nell’era Juncker non pensava fosse indispensabile, mentre von der Leyen ha creato una rete dei ministri del futuro, che tuttavia non ha ancora portato l’Italia a fare questo salto purtroppo.

Cosa potrebbe aiutare questo processo?

Uno dei motivi per cui i governi non si sono occupati di queste cose è che i governi in Italia durano poco: se riforme istituzionali o maggioranze politiche più stabili portassero il nostro Paese ad avere governi di legislatura, forse l’atteggiamento cambierebbe.

In generale l’Italia crede poco nelle pianificazioni e forse non gli attribuisce quel valore che altri gli attribuiscono, salvo il fatto che la realtà cambia continuamente. Per questo si parla di futuri e non di futuro: qui non stiamo provando a fare previsioni per il futuro, ma a immaginare decisioni per futuri multipli.

I professionisti ci dicono che molti ragazzi e ragazze, in particolare dopo la pandemia, fanno fatica a immaginare il futuro: in che modo questo istituto potrebbe essere d’aiuto?

Nel Comitato Colao assieme a uno psicologo e a una sociologa avevamo proposto di inserire nel piano l’idea di sviluppare una scuola per il futuro, perché immaginavamo che i giovani avrebbero avuto esattamente quelle difficoltà di cui lei parla; purtroppo gli altri membri della Commissione non ritennero che la cosa fosse importante, a dimostrazione delle tante resistenze culturali. Ma non demordiamo: abbiamo da poco annunciato la nascita della trasmissione Il Museo dei futuri, c’è già il sito Futura e il Festival del Futuro a Verona: pezzi che possono essere messi insieme per creare un ecosistema futuro, per mettere il futuro al centro della riflessione culturale del nostro Paese.

Il futuro lo abbiamo anche messo in Costituzione…

Esattamente. Una delle proposte che abbiamo richiamato nel rapporto Asvis è proprio l’introduzione del youth check, così che le nuove proposte di legge siano verificate rispetto al criterio della giustizia intergenerazionale; nel luglio del 2022 il Comitato che si occupa di queste cose ha pubblicato delle linee guida su come fare questa valutazione ex ante.

Quale può essere in questo senso il contributo di un’associazione come l’Azione cattolica?

Basta leggere l’esortazione apostolica di papa Francesco per avere una chiara indicazione di come bisognerebbe con grande urgenza operare, molto di più di quanto è stato fatto negli ultimi anni: lottare contro il negazionismo climatico dovrebbe diventare un impegno apostolico, secondo le indicazioni della Laudate deum.

  • intervista con Enrico Giovannini di Fabiana Martini, pubblicata su Segno nel mondo 4/2023

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