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Le parole del Sinodo: Famiglia

Da «Dialoghi». La famiglia oltre a essere specchio di sinodalità è anche luogo e strumento privilegiato di annuncio; ancor di più, essa è soggetto attivo della missione della Chiesa e della sinodalità, come papa Francesco ricorda con Amoris Laetitia

Se la sinodalità esprime la natura della Chiesa e la Chiesa è famiglia di famiglie (Amoris Laetitia n. 202), potremmo dire che, in qualche modo, proprio lo stile della sinodalità è quello che caratterizza (o dovrebbe caratterizzare) ogni singola famiglia. Esistono infatti, provando a non forzare troppo l’immagine, vari elementi che permettono di mettere in relazione queste due parole, sinodo e famiglia, e che ci spingono a considerare quest’ultima, allo stesso tempo, come riflesso e soggetto di sinodalità.

Chiesa, famiglia di famiglie

Nell’ultimo anno, in quella che abbiamo definito “fase narrativa” del percorso sinodale delle chiese in Italia, abbiamo costituito gruppi di confronto e di ascolto della vita dell’altro, ci siamo ripetuti, a ragione, il valore del camminare insieme, del sentirci tutti, ministri e laici, appartenenti al popolo di Dio; abbiamo ragionato sul valore aggiunto che hanno processi decisionali condivisi; abbiamo provato ad ascoltare anche chi sta fuori dalle nostre comunità; ci siamo esortati a vicenda sulla necessità di dare spazio a tutti in questo processo di ascolto, per uno sguardo rinnovato sulle fragilità presenti oggi nella Chiesa a partire da ciò che si pensa anche al di fuori di essa. Abbiamo in sostanza provato a prenderci cura della nostra Chiesa, famiglia di famiglie, attraverso l’ascolto, nel tentativo di attuare il discernimento comunitario, sperimentando anche la fatica, talvolta di mettere in pratica questo stile.

La famiglia è il luogo in cui…

Tutto questo non può che richiamare ciò che probabilmente ogni famiglia sperimenta nel quotidiano. La famiglia, infatti è, o almeno aspira a essere, il luogo in cui o si cammina insieme o non si cammina affatto; la famiglia è il luogo in cui si impara la cura dell’altro, non solo in una dinamica coniugale o tra genitori e figli, ma anche dei figli verso i genitori e tra i figli stessi; ed è il luogo in cui questa cura diviene stile, con tutte le sue gioie e fatiche, già prima che una vita venga alla luce. È quindi luogo e tempo di attesa, del fare spazio all’altro e del rispetto dei suoi tempi.  La famiglia è il luogo della complementarietà, tanto nei processi decisionali quanto in quelli educativi. È la culla della fede, in cui, per imitazione e per attrazione, ciascuno impara a relazionarsi con Dio Padre. Ma è anche il luogo della progettualità condivisa; è luogo di conflitto; è luogo in cui si accompagnano i passaggi più delicati dell’esistenza, dal nascere al morire con tutto ciò che c’è in mezzo. La famiglia è il luogo in cui si sperimenta la ricchezza dell’intergenerazionalità; è luogo della progettualità e allo stesso tempo luogo in cui quei progetti prendono forma. È il luogo del servizio, del sentire con l’altro, per andare verso l’altro. 
Si potrebbe forse dire che tutte le dinamiche appena accennate non si sperimentano anche nell’essere Chiesa, per di più mentre Essa stessa si sta interrogando sul proprio essere in cammino? 

Strumento privilegiato di annuncio

Ma la famiglia, oltre a essere specchio di sinodalità è anche luogo e strumento privilegiato di annuncio; ancor di più, essa è soggetto attivo della missione della Chiesa e della sinodalità (AL n. 200), come papa Francesco ricorda.
E a conferma di questo sono le tante famiglie che si sono messe in gioco nel cammino sinodale, partecipando attivamente nei processi di ascolto. Ma forse si può fare di più per rendere la famiglia ancora più protagonista nella vita dinamica della Chiesa. Proprio per il tessuto quotidiano con cui essa fa i conti, è necessario che si moltiplichino quegli spazi di confronto in cui sia ascoltata, soprattutto in alcuni ambienti ecclesiali che rischiano di imbastire la propria ordinarietà in modo avulso dalla realtà. Esistono già alcune esperienze virtuose a tal riguardo, ma si pensi a quanto bene possa fare la presenza e la testimonianza di una o più famiglie in luoghi e tempi di formazione alla vita presbiterale e religiosa.
Non perché la famiglia si collochi in una posizione tale da poter insegnare a qualcuno, quanto perché “il fatto stesso di vivere la comunione familiare è la sua prima forma di annuncio” (La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo. Relazione finale del sinodo dei vescovi al Santo Padre Francesco, 24 ottobre 2015, n. 90).

No alla famiglia come hortus conclusus

Certamente affinché l’esperienza dell’amore nelle famiglie possa continuare ad essere fonte perenne di forza per la vita della Chiesa (cfr. AL n. 290) è necessario che tutta la grande famiglia ecclesiale, approfittando del cammino sinodale in atto, possa mettere in cantiere nuovi percorsi attraverso cui avere cura delle famiglie per accompagnarle in maniera permanente e più efficace a vivere l’esperienza matrimoniale e familiare in una prospettiva vocazionale ed ecclesiale.
Magari cominciando dal sostenerle nello scardinare una convinzione assai diffusa e radicata: la famiglia come hortus conclusus, in cui ci si convince che il proprio nucleo familiare possa bastare a sé stesso, di non aver bisogno di uno slancio rigenerante nella comunità al di fuori di essa. Se ripiegata su sé stessa, la famiglia rischia di implodere, mentre allargare lo sguardo sui bisogni e le preoccupazioni del mondo al di fuori del proprio recinto è occasione in cui si rinnova il senso del proprio essere marito, moglie, padre, madre, figlio, figlia, fratello, sorella.

Luca Micelli è redattore della rivista Dialoghi, il trimestrale culturale promosso dall’Azione cattolica italiana