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“Combattere la guerra”: un libro per arginare i conflitti

Operatori di pace

foto: Pixbay
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«Spesso pensiamo che “fare la pace” richieda qualifiche o doni particolari. Tutti possiamo essere operatori di pace. La vera qualifica è credere che il Vangelo ci manda a costruire un mondo protetto dal male e che i nostri pochi pani e pesci possono sfamare la fame di tutta la folla». Il card. Matteo Zuppi, presidente della Cei e ambasciatore di pace di papa Francesco in Ucraina e Russia, nella prefazione al bel libro, Combattere la guerra, con interventi di Sandro Calvani, Marco Tarquinio, Antonio Spadaro e un contributo di mons. Mario Delpini, ed. In Dialogo, Milano), non va per il sottile. La prima via per non fare la guerra è il disarmo.

Seguita dalla compassione. «Oggi dobbiamo gridarlo con assoluta convinzione: dobbiamo lasciarci ferire dalla sofferenza perché solo così possiamo vedere la gioia della pace, del primo giorno dopo il sabato. Lacrime asciugate, fratelli che diventano custodi del loro fratello. Ecco, solo così capiamo “la politica e la diplomazia dell’amore”, quella di cui c’è un grave, drammatico, urgente bisogno».

Sono i popoli a fare la differenza

Parole di pace, forti, non scontate, controcorrente. Solo dal basso, dai popoli, nasce il rifiuto delle logiche di guerra denunciate con chiarezza e lucidità in questo volume. Una riflessione appassionata partendo dalla drammatica attualità delle 169 guerre in corso nel mondo, con una domanda provocatoria sullo sfondo: «Beati i costruttori di guerra?»
Perché credere nella pace oggi sembra un azzardo, mentre la direzione verso un conflitto sempre più mondiale pare ineluttabile. Così, tra conflitti dimenticati e strategie di politica estera viene fatta luce sulla complessità dell’intreccio che unisce indissolubilmente guerra e pace nell’orizzonte internazionale. 

Guerra e pace, le due parole della sponda opposta costrette a inventarsi nuove forme di convivenza. La prima, che ha il favore del mondo globalizzato. La seconda, che alcune volte, ha forse bisogno della prima per irrobustirsi, e coltivare futuro.

Il dovere della conversazione

Sandro Calvani, esperto di sviluppo globale e conflitti e per tanti anni dirigente di vari organismi Onu (nonché autore per l’Editrice Ave, e presidente del Consiglio scientifico dell’Istituto di Diritto internazionale della pace “Giuseppe Toniolo”), dà una lettura realistica della crisi in atto nel mondo. Quando fu creato l’Onu, l’idea era quella di passare dal dialogo, da sempre presente nella diplomazia internazionale, alla conversazione. La conversazione significa conversare, vivere insieme, convivere, considerare un verso e il suo contrario; come avviene ad esempio con i popoli di frontiera, abituati di solito a parlare due lingue e a conoscere anche la cultura degli altri. Conversare è l’unico modo per costruire la pace, nel senso di gestire il conflitto. 

La conversazione come antidoto alla “questione delle terre”. Nell’Assemblea Onu c’è qualcuno che, regolarmente, trasgredisce gli accordi: in questi 78 anni, ben 285 volte i membri delle Nazioni Unite hanno violato il trattato che avevano firmato e hanno invaso un’altra terra. Proprio la questione dell’invasione delle terre, spiega sempre Calvani. sembra essere il nodo principale: non per nulla la Pacem in terris di Giovanni XXIII, nel testo originale latino da cui ha preso anche il titolo sottolinea esattamente il plurale del sostantivo, cioè «la pace nelle terre». L’enciclica non parlava di pace tra i popoli, su cui si concentrò invece Paolo VI con la Populorum progressio, ma appunto di «pace nelle terre», da costruire dove la gente vive, basandosi sui quattro fondamenti necessari per ogni tavolo di pace: la verità, la giustizia, l’amore e la libertà

La luce della speranza

E allora, come proseguire in un percorso virtuoso di speranza? Quali sono le speranze di riformare le Nazioni Unite? La proposta “ardita” di Calvani procede verso un’idea di potere politico globale: dobbiamo cioè riconoscerci come una comunità globale, e «dobbiamo insegnarlo alle giovani generazioni che sempre più devono sentirsi e imparare a essere cittadini del mondo. A maggior ragione questa spinta può e dovrebbe venire proprio da noi cristiani, che attraverso il battesimo impariamo l’amore della comunità e che attraverso la condivisione del corpo di Cristo facciamo comunione; resta però ancora il terzo sacramento dell’iniziazione cristiana, ovvero la confermazione».

«Perché non individuare e formare adeguatamente qualcuno, particolarmente convinto e capace, da mandare in qualche parte del mondo a fare con la Caritas il Casco bianco? Oppure potremmo inviarlo con l’Azione cattolica a fare formazione in qualche altra parte del mondo; ricordo che l’attuale segretario generale dell’Onu, António Guterres, ha detto di aver scoperto la bellezza del tema della pace quando è stato presidente dell’Azione cattolica del Portogallo».

«Tutte le Azioni cattoliche del mondo sono disponibili per un’idea di questo genere, e chi non potesse viaggiare lontano potrebbe sempre fare un’esperienza forte di alcuni mesi nelle zone e nei contesti più difficili del proprio Paese. Ciò consentirebbe di sperimentare e di apprendere l’arte del dialogo e del fare conversazione con tutte le diversità del mondo e sarebbe il modo per individuare chi ha la stoffa per essere un vero “soldato di Cristo”, cioè capace di giocare la sua vita non con le armi ma per un comune futuro dell’umanità». 

Da qui nascerebbe una generazione di giovani cristiani…

«Ebbene, alla fine riceverebbero nella propria parrocchia il sacramento della confermazione solo quei ragazzi che abbiano vissuto questo tipo di esperienza: da qui nascerebbe una generazione di giovani cristiani pronti a spendersi per la fratellanza universale, per la salvaguardia dell’ambiente, per una pace che non sarebbe più a quel punto un’opzione valoriale, quasi elitaria, ma un obbligo di chi ha ricevuto un sacramento proprio come costruttore di pace». 

La pace diventerebbe così non tanto una destinazione, ma un cammino, tracciato da una luce di speranza. «I nostri giovani, i nostri volontari, i nostri Caschi bianchi, i nostri missionari sono quella luce che indica al mondo che si può costruire la pace attraverso azioni quotidiane e un esercizio del potere veramente improntato alla ricerca del bene comune universale». 

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