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Intervista con Elena Granata

Le città invisibili

Difficile vivere in una grande città. Specie per i più giovani, alla ricerca di un alloggio per studiare. Ma possiamo inventarci futuro. I placemaker, ad esempio, sono persone che vedono prima degli altri. Si tratta di figure che hanno capito che oggi dobbiamo reinventare il mondo partendo da quello che già abbiamo, senza aggiungere altro
foto: Shutterstock
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Si iscrivono all’università a Roma, o Milano. Dalle loro province cercano casa in affitto, ma i prezzi sono alle stelle. Si dicono: «Partiamo, cercheremo una sistemazione una volta arrivati». Poi restano qualche giorno in albergo e gli unici posti che trovano per stabilirsi sono stanze lontane dagli atenei, mal collegate, e con prezzi comunque inaccessibili. Gli studenti, i lavoratori e le famiglie che si spostano verso le “città invisibili”, si stanno scontrando con metropoli diventate “muri di gomma”, che rimbalzano indietro chi non può puntare a rialzo nel gioco del profitto.

«Questo è un Paese che sembra mortificare il sogno dei giovani. Per sopravvivere le città hanno bisogno di un cambio di prospettiva radicale, una “rivoluzione”». Non usa mezzi termini quando parla di futuro Elena Granata (intervistata da Agnese Palmucci nell’ultimo numero di Segno nel mondo), professoressa di Urbanistica al Politecnico di Milano e vicepresidente della Scuola di Economia civile che, recentemente, è intervenuta nel podcast Orizzonte Fuorisede prodotto dall’Azione cattolica italiana.  

Partiamo da qui. Come siamo arrivati a questo punto?

La questione che sta investendo in modo particolare le città universitarie, come Milano, Roma, Napoli, Bologna, è un fenomeno che si è acuito con la pandemia. Quello che accade è che nelle metropoli entrano in competizione tra di loro gli abitanti temporanei, e alto-spendenti, come turisti e uomini d’affari, con quelli che nelle città vorrebbero andare per studiare o lavorare. Questo conflitto premia chi ha più capacità di spesa, con il rischio enorme di perdere il ceto medio, come le famiglie con figli e, certamente, gli studenti. Il pericolo è che le nostre città si trasformino in contenitori per fare profitto, zone d’élite, appannaggio delle categorie mobili più ricche. Questa prospettiva ha effetti collaterali anche per la stessa sopravvivenza delle metropoli.

Come si fa a invertire il trend?

Quando si innesca il meccanismo della rendita urbana, in cui chiunque abbia un bene in città vuole assolutamente metterlo a reddito, è difficile cambiare la rotta. Pensiamo al classico appartamento ereditato dai nonni, che diventa un costoso b&b. Si tratta di una pratica che fa leva sugli appetiti di vantaggio economico e quindi chiunque, se non ha fondamenti morali forti, potendo fare business su un bene, lo fa cercando il massimo del rendimento. Ad esempio, a Milano ci sono 20mila appartamenti Airbnb che potrebbero essere dati agli studenti. Non c’è problema di scarsità di beni, le case per tutti ci sarebbero già. Il problema è che vengono date a chi offre di più. Questo processo, per fortuna, anche se è ancora all’inizio, non durerà per sempre, si spegnerà da solo, ed è la prima buona notizia.

Ma come si rigenerano città che ora sembrano del tutto off limits

In questo, ad esempio, le associazioni come l’Azione cattolica possono fare tanto, perché quello che manca è lavorare sul piano culturale. Non è detto che si debba per forza ottenere il massimo del reddito possibile da un affitto, perché anche la possibilità di aiutare le persone è un valore, e questa è una battaglia culturale prima ancora che legislativa. Certo, lo Stato potrebbe fare di più, ad esempio limitando Airbnb e affitti brevi, ma ormai è complicato, perché molte delle persone che affittano non hanno altra fonte di reddito.

È possibile pensare, ad esempio, a soluzioni abitative alternative, più “creative”?

Anche in questo il Terzo settore può arrivare dove la politica non riesce più. Ad esempio, muovendosi per reti fiduciarie, si potrebbe mediare tra le esigenze di anziani soli che hanno case grandi e non riescono a far fronte alle spese, e gli studenti in cerca di alloggio. Oppure si potrebbero mettere a frutto i tanti conventi vuoti, i beni ecclesiali e gli alloggi parrocchiali inutilizzati. Dovremmo cominciare a dirci che tenere sfitta una casa, un convento, è un peccato. Quello che manca, mi sembra, sono il coraggio e la creatività imprenditoriale. Manca la fantasia di mettersi dentro casa, o in parrocchia, studenti che sarebbero bravissimi, a fronte di un affitto basso, a spendersi per aiutare in qualsiasi modo. Questo lo trovo un campo che rivoluzionerebbe tutto, sia le vite delle persone sole, sia quelle delle parrocchie. Occorre individuare i luoghi più giusti e iniziare a sperimentare.

Quali sono gli altri fattori che stanno determinando le rivoluzioni urbanistiche?

Abbiamo vissuto un autunno con temperature altissime, che significano, già da esse, un peggioramento della qualità della vita nelle nostre città, l’aumento della mortalità tra gli anziani e, nel breve futuro, anche l’impossibilità di continuare a vivere come abbiamo vissuto fino a oggi. Un secondo elemento è sicuramente l’immigrazione. In questo mondo che invecchia noi dovremo salutare le migrazioni come l’unica soluzione possibile per ringiovanire il nostro Paese. Questo anche perché arrivano giovani talentuosi con voglia di lavorare, che migrano anche per ragioni climatiche ed economiche. Se non vogliamo morire tristi e soli dovremo aprire le porte delle nostre città. 

Come faranno a sopravvivere le metropoli?

Da circa mille anni abbiamo separato la città dalla natura. Ecco, per sopravvivere le città dovranno riappropriarsi di molti elementi naturali. Sembra impossibile pensarlo, ma è lì che vanno a parare le megalopoli più evolute, come Barcellona e Parigi. Città che si presentano come un grande ibrido tra l’elemento “costruito” e la natura, dove quest’ultima vuol dire: porosità del terreno, smaltimento dei rifiuti, produzione di energia in loco per sostenere il fabbisogno della popolazione. Occorrerà proprio cambiare “pelle”. Noi abbiamo immaginato, nei secoli, dei luoghi costruiti di asfalto, di materiali fatti per climi diversi. Ora, con i cambiamenti climatici, le città tendono a surriscaldarsi. Per salvarle occorre piantare alberi, togliere l’asfalto, evitare la pietra, assicurare il deflusso delle acque piovane. Ecco, con questi cambiamenti, se dovessi puntare a un obiettivo, mi basterebbe che dalle città non sparissero i giovani.

Per costruire città davvero abitabili e sostenibili servono “visionari”. Lei ha scritto molto anche riguardo ai placemaker. Chi sono?

I placemaker sono persone che vedono prima degli altri. Si tratta di figure che hanno capito che oggi dobbiamo reinventare il mondo partendo da quello che già abbiamo, senza aggiungere altro materiale. Occorre farlo ripartendo dagli “scarti”, dai luoghi e dalle persone abbandonate, dalle economie morte. Rigenerare è concedere una seconda vita, soprattutto economica, a quella fabbrica dismessa, a quel monastero abbandonato. Ecco che i placemaker sono imprenditori sociali, operatori, preti, designer, architetti che fanno impresa partendo da quello che c’è, realizzando cose molto belle e redditizie. Si profila così non solo un campo di impegno civile, ma nuove economie e nuovi profili lavorativi. 

Con il Covid e i fondi del Pnrr, si è pensato che la vita potesse spostarsi dalle città ai borghi. È davvero così? Dove vivranno le persone?

Non si può vivere in borghi isolati, senza servizi, quindi, salvo casi sporadici di paesi particolarmente fortunati, i cittadini nel nostro Paese continueranno a stare nelle città medie, come Bergamo, Brescia, Lecce, Ascoli. Qui gli amministratori locali sono vicini alla gente, c’è relazione tra la città e il paesaggio, c’è connessione con i comuni circostanti. Troppo spesso però queste realtà “benedette” non vengono valorizzate, io le chiamo “le belle addormentate”. Sono quelle che avrebbero tutto per attrarre, ma lo fanno a mezzo servizio. Per cui i giovani vengono attirati a studiare a Venezia, poi però non gli viene data la casa e non possono restare. Bisogna consentire di “restare”, perché altrimenti è normale che i ragazzi siano disposti a vivere in una cantina pur di studiare a Milano o Napoli, dove ci sono più opportunità. È in città come Bari, invece, la soluzione. Occorrono solo persone che abbiano voglia di farsi carico delle situazioni, che non chiedano il permesso e prendano l’iniziativa.

*intervista con Elena Granata di Agnese Palmucci (segno nel mondo n.4/2023)
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