La trama vitale

Comuni. Misure ad hoc contro lo spopolamento. La pandemia ci sta abituando a nuove modalità di lavoro che pongono in discussione il modello degli addensamenti urbani.

Ci si prova ma la lotta è impari. Qualche volta ci si riesce. Per le capacità di qualche intelligente e lungimirante amministratore o perché a volte i figli ritornano sui passi dei padri e dei nonni a sfidare tutto e tutti, la sorte e la burocrazia. Ma il più delle volte la partita è persa ancor prima di iniziare. Tecnicamente si chiama “spopolamento” ma se parli con i giovani che ancora resistono ti dicono che è “una fuga in piena regola” che da anni, da una generazione almeno, colpisce i 5.521 comuni italiani con meno di 5000 abitanti (dato Istat dell’1/1/2021) e che rapidamente sta mettendo in ginocchio le comunità e “desertificando” i territori. Si fanno le valige da luoghi il più delle volte bellissimi dove le case costano poco, ma come si fa a metter su famiglia se non c’è lavoro, se non c’è una prospettiva di futuro che tradotto in termini di infrastrutture significa che non c’è nemmeno un bene ormai primario come una connessione a internet. E poi perché aprire un’attività dove non c’è mercato, dove nessuno compra perché soldi non ne girano.

È un’Italia fatta di piccoli borghi e comunità montane che da Sud a Nord sembra essere accumunata dall’oblio della grande politica. Sono i tanti piccoli e piccolissimi paesi che hanno intessuto il Paese Italia. Come dei nonni di pietra senza i quali noi tutti oggi non saremmo ciò che ciò vantiamo di essere agli occhi del mondo: la più grande comunità di comunità, figlie di storie e culture millenarie. Abbiamo il dovere di salvaguardare tutto ciò, di cercare con tutte le nostre forze di invertire la rotta. Ecco perché – come denuncia l’Associazione dei comuni italiani (Anci) – servono iniziative concrete, a partire da una corretta destinazione dei fondi europei, quel Recovery plan che nei cinquemila e passa piccoli comuni viene visto come l’ultima occasione per non affondare del tutto. Senza dimenticate il recupero delle case abbandonate, gli incentivi fiscali, la tassazione ridotta per chi si trasferisce nel Mezzogiorno e i servizi essenziali: le strade, certo, l’acqua, persino la corrente elettrica in alcuni borghi di montagna. E quella banda larga che, nell’epoca dell’interconnessione e dello smart working, assume un rilievo fondamentale.

Lo scorso mese di gennaio la Legge 158 sui piccoli Comuni – approvata all’unanimità dalle Camere nel 2017 – finalmente ha intravisto una luce. La Conferenza Unificata, Stato ed enti locali, ha approvato l’elenco dei comuni con meno di 5000 abitanti che potranno beneficiare dei finanziamenti previsti dalla legge – 160 milioni di euro, a oggi – e di altre risorse che nel tempo si spera si aggiungeranno. È una goccia, ma una goccia importante in attesa di una vera politica nazionale per i territori e le piccole comunità. Sempre più necessaria per i circa 10 milioni di italiani, un sesto della popolazione, che vive e magari vorrebbe continuare a vivere dove è nata e cresciuta. Attese di cui si è fatto carico anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, intervenendo alla XXXVII assemblea Anci nel 2020: «Le potenzialità sociali ed economiche di questi territori, per esprimersi appieno, hanno ovviamente bisogno di una progettualità regionale e nazionale. Richiedono scelte eque e lungimiranti nella realizzazione – doverosamente veloce – della rete digitale, un miglioramento dei servizi di mobilità, una valorizzazione dei beni storici, artistici, paesaggistici, un deciso potenziamento dello stesso welfare di comunità, in modo da affrontare con una visione integrata i bisogni di cura e di assistenza. Decisivo per la ripartenza del Paese, e per quell’idea di sviluppo sostenibile che l’Unione Europea ha deciso di porre al centro delle sue politiche, è ovviamente la digitalizzazione della Pubblica amministrazione, e dunque il potenziamento delle infrastrutture di comunicazione tra territori, tra enti, tra cittadini e servizi. Superare il divario digitale è oggi condizione per rispettare quel principio di uguaglianza e quei diritti di cittadinanza, che sono garantiti dalla Costituzione».

Contro emarginazione e spopolamento delle aree interne del Paese si è mossa anche la Chiesa italiana. il 30 e il 31 agosto presso il Centro “La Pace” di Benevento si terranno due giornate di analisi e confronto aperta dal Segretario Cei mons. Stefano Russo, per arrivare a «un piano di rilancio pastorale delle “aree interne” del Paese», cui parteciperanno numerosi pastori delle chiese locali di tutta Italia. «Non possiamo assistere inerti, nelle nostre Chiese, alla morte del tessuto sociale, anche perché la necrosi di parte dell’organismo incide sull’organismo intero, vale a dire su tutto il Paese, e di conseguenza sulla Chiesa che è in Italia», ha commentato nell’annunciare l’evento l’arcivescovo di Benevento Felice Accrocca, promotore dell’incontro, sottolineando che «la prima conversione da fare è una conversione mentale, è quella dell’incontro, che solo può portare soggetti diversi a confrontarsi per analizzare insieme, pensare insieme un progetto globale, realizzare insieme quanto insieme si è progettato per rilanciare le aree interne del Paese».

La pandemia ci sta abituando a nuove modalità di lavoro e di produzione, che pongono in discussione il modello degli addensamenti urbani per come li abbiamo conosciuti. In discussione è l’alta concentrazione di risorse umane, intellettuali e finanziarie in spazi relativamente ristretti, per passare a una riorganizzazione residenziale su basi diverse che può interessare altri territori. I nostri centri abitati sono, in realtà, creature viventi: nel corso del tempo crescono, si espandono, si assottigliano; si modifica la loro stessa vocazione prevalente. Chi sa che da quanto sta avvenendo non si possa trarre la spinta per un rilancio e per un miglioramento del nostro sistema sociale, del nostro essere comunità locale e nazionale ad un tempo.

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Autore articolo

Antonio Martino