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Il laicato organizzato e il sostegno economico alla Chiesa

Corresponsabili nella gioia

A febbraio, il XXXIII Convegno nazionale degli Incaricati diocesani per la promozione del sostegno economico alla Chiesa: “Avevano ogni cosa in comune” (At 2,44). Il Sovvenire nel Cammino Sinodale. Pubblichiamo un estratto della relazione tenuta dal Segretario generale dell’Ac, Michele Tridente: “Le Associazioni e i Movimenti: come allargare la comunità del Sovvenire”. In allegato, il testo integrale.

(…) Ricordare che uno dei compiti delle comunità cristiane è quello condividere il pasto della gioia non è cosa di poco conto: è la gioia che si vive tra le piccole cose quotidiane.
La gioia cristiana passa attraverso l’incontro che a volte ha bisogno di vivere anche il passaggio del sano scontro perché ogni crisi si risolva sempre per il meglio. È un po’ quello che accade nelle nostre famiglie quando ci si mette intorno ad una tavola: in alcuni momenti si prova il gusto della vera condivisione, ma anche l’amarezza delle incomprensioni e di non venir apprezzati fino in fondo. La responsabilità nella gioia sta proprio nel fatto che ciascuno deve essere riconosciuto nella propria identità e vocazione affinché tutte le nostre iniziative pastorali possano nutrire la vita di tutti. La gioia è non esclude ma contagia, non emargina ma allarga a tutti; nessuno escluso, mai!
Per essere evangelizzatori autentici occorre anche sviluppare il gusto spirituale di rimanere vicini alla vita della gente, fino al punto di scoprire che ciò diventa fonte di una gioia superiore. La missione è una passione per Gesù ma, al tempo stesso, è una passione per il suo popolo. Quando sostiamo davanti a Gesù crocifisso, riconosciamo tutto il suo amore che ci dà dignità e ci sostiene, però, in quello stesso momento, se non siamo ciechi, incominciamo a percepire che quello sguardo di Gesù si allarga e si rivolge pieno di affetto e di ardore verso tutto il suo popolo. Così riscopriamo che Lui vuole servirsi di noi per arrivare sempre più vicino al suo popolo amato. Ci prende in mezzo al popolo e ci invia al popolo, in modo che la nostra identità non si comprende senza questa appartenenza” (EG 268).

Custodi di relazioni generative

(…) Non si tratta semplicemente di essere simpatici, di mettersi addosso un abito per venir più facilmente considerati. In tutti questi secoli, il cristianesimo spesse volte è caduto nella trappola del mascheramento. Si è davvero efficaci solo quando si è essenziali, quando ci si riconosce con gratitudine appartenenti a Cristo. E le radici delle nostre relazioni trovano in esso la linfa necessaria per generare frutti di pace e di bontà. Le sfide ecologiche del nostro tempo e gli sforzi messi in gioco per una pace possibile trovano proprio in questa dinamica di vera fraternità la strada da percorre per organizzare la speranza.
Se noi ci accostiamo alla natura e all’ambiente senza questa apertura allo stupore e alla meraviglia, se non parliamo più il linguaggio della fraternità e della bellezza nella nostra relazione con il mondo, i nostri atteggiamenti saranno quelli del dominatore, del consumatore o del mero sfruttatore delle risorse naturali, incapace di porre un limite ai suoi interessi immediati. Viceversa, se noi ci sentiamo intimamente uniti a tutto ciò che esiste, la sobrietà e la cura scaturiranno in maniera spontanea” (LS 11).

I laici e la “cura” dei pastori: un’attenzione reciproca

Anche tutto il tema della sostenibilità umana, economica, sociale può essere davvero arricchente per le nostre comunità locali se ci pone in una prospettiva includente nel rispetto delle caratteristiche specifiche di ogni persona. In questo contesto vorrei sottolineare due aspetti che mi/ci stanno a cuore: la comunità che sostiene il prete e il coinvolgimento responsabile e trasparente dei laici nella gestione delle risorse. Molti decenni fa, ma ancora oggi in alcune parti d’Italia, uno dei nomi per indicare la figura del parroco è stato “curato”: ciò indicava la missione del prete nel prendersi cura non solo delle anime, facendosi mediatore nel dono dei sacramenti, ma in ogni aspetto della vita quotidiana in cui i singoli o la comunità necessitavano di una parola di conforto, di incoraggiamento, di profezia. Credo che, oggi più che mai, vi sia la necessità di guardare alla cura non più e non solo in senso unilaterale. Ingenuamente, ci aspettiamo dai preti che siano straordinari nel loro ministero, dimenticando quanto il prendersi cura della comunità rende la loro vita ordinaria e feriale, per questo bella. Il prendersi cura può consistere non solo nell’attenzione economica che caratterizzi un certo benessere, ma soprattutto la possibilità di maturare insieme nella fede, gareggiando nella stima reciproca (Rm 12,10).

Coinvolgere professionalità e dedizione dei laici

L’altro aspetto che mi preme affrontare è il desiderio di incentivare maggiormente una presenza seria e solida dei laici all’interno di quei consigli o uffici che si occupano della gestione delle risorse. Può essere molto edificante coinvolgere la professionalità e, soprattutto, la profonda dedizione di tanta gente che garantirebbe una maggiore corresponsabilità nelle scelte e nella vigilanza dei beni ecclesiastici. Tutto ci è stato donato e, in questo caso, allargare significa guardare alle prossime generazioni e aiutando loro a guardare il futuro con maggiore speranza. Ma anche fare i conti con il superfluo e compiere un atto di fede nella Provvidenza che non ci farà mai mancare il necessario.

“Le Associazioni e i Movimenti: come allargare la comunità del Sovvenire”

Il sito di Sovvenire e il link al XXXIII Convegno nazionale

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