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Intervista del mensile “Vita Pastorale” al presidente Notarstefano

Una palestra di sinodalità

L’Azione cattolica è un’importante risorsa per la Chiesa italiana che vuole essere meno “pretocentrica”. Un “ospedale da campo” con la propensione all’apertura e al dialogo, in un tempo plurale come il nostro che ci chiede di non giocare in difesa
Fototeca Ac - Il card. Zuppi saluta un gruppo di studio con il vescovo ausiliare di Milano mons. Raimondi - Incontro Presidenze diocesane di Ac - Castel Gandolfo 24/27 agosto 2023
Fototeca Ac - Il card. Zuppi saluta un gruppo di studio con il vescovo ausiliare di Milano mons. Raimondi - Incontro Presidenze diocesane di Ac - Castel Gandolfo 24/27 agosto 2023

«Il Sinodo? Ha praticamente riempito casa nostra! Sembra quasi che le scadenze e gli appuntamenti sinodali diano il ritmo alle nostre giornate: mia moglie, Milena Libutti, è referente dell’équipe sinodale dell’arcidiocesi di Palermo, la nostra città. Capirete, allora…». Sorride ironico Giuseppe Notarstefano, che dal 27 Maggio 2021 è presidente nazionale dell’Azione cattolica. Economista e statistico, docente alla Lumsa del capoluogo siciliano. Mentre parla ha in mano due documenti. Il primo è il Discorso di papa Francesco ai membri del Consiglio nazionale dell’Azione cattolica il 30 aprile 2021. Il secondo è datato 18 agosto 2022 e si tratta della Sintesi fatta dalla Conferenza episcopale italiana dei lavori sinodali.

Azione cattolica: una palestra di sinodalità per una Chiesa meno “pretocentrica”

«S’intrecciano indicazioni di metodo e di merito», puntualizza Notarstefano. «Nella Sala Clementina, Jorge Mario Bergoglio ci spronò a proseguire a essere ciò che dal post Concilio in poi siamo diventati, una “associazione che costituisce una palestra di sinodalità”, attitudine, ci ha ricordato il Santo Padre, “che è stata e potrà essere un’importante risorsa per la Chiesa che si sta interrogando su come maturare questo stile in tutti i suoi livelli. Dialogo, discussione, ricerche, ma con lo Spirito”».

Dal canto suo, la Cei ha correttamente osservato come agli occhi di molti la Chiesa italiana appaia ancora «troppo pretocentrica, cosa che deresponsabilizza, diventando un alibi per deleghe o rifiuti da parte dei laici, relegati spesso a un ruolo meramente esecutivo e funzionale, anziché di soggetti protagonisti, costruttori di un “noi”». Ma, ha aggiunto la Cei, anche i laici hanno una enorme responsabilità perché spesso non sono «esenti dal rischio di sviluppare forme di clericalismo nella gestione dei piccoli spazi di potere loro affidati».

Il postulato della fraternità

Insomma: uno stile e un obiettivo. Meglio: una serie di obiettivi.
«Lo stile è quello che cerchiamo di vivere ogni giorno nei nostri oltre 25 mila gruppi raccolti in oltre 5 mila associazioni territoriali di base, radicati in 219 delle 227 diocesi italiane. Abbiamo assunto uno stile di aggiornamento e rinnovamento continuo per attuare il Concilio, scegliendo una forma organizzativa capace di scommettere sulla collaborazione tra ogni membro. Obiettivo dichiarato: far sì che tutte le persone che camminano con l’Azione cattolica, attualmente ne stimiamo alcune centinaia di migliaia di cui poco più di 200mila aderiscono in modo più stabile, si sentano protagoniste attraverso i momenti comunitari, gli itinerari ordinari e l’animazione dei luoghi concreti della partecipazione e della corresponsabilità».

«Questo postula il dialogo», puntualizza Notarstefano. «Di più: postula la fraternità, l’amicizia tra le diverse vocazioni (sacerdoti, religiosi e laici), tra le differenti età, tra i vari percorsi formativo-culturali, tra territori. Non è solo un problema di scegliere insieme. Si tratta piuttosto di costruire un sentire comune, di vivere in modo continuativo i “segni dei tempi”, non solo leggere quanto accade (in ultimo, pandemia, crisi economica, guerra in Ucraina) con la competenza e l’approfondimento tipico dei laici, ma farlo anche alla luce della Parola e dell’ascolto dello Spirito che è specifico dei laici cristiani.
Oh, sia chiaro: abbiamo tante rughe e ferite nel nostro corpo associativo. Siamo realmente un “ospedale da campo”, sia perché siamo inseguiti da tante urgenze e bisogni che mettono alla prova il nostro progetto formativo (penso alla fragilità di tanti giovani e adulti, alla vulnerabilità di tante famiglie, alle sofferenze sia dei separati che dei divorziati risposati, alla richiesta d’attenzione da parte delle persone omosessuali e transessuali), sia perché la propensione all’apertura e al dialogo in un tempo plurale come il nostro ci chiede di non giocare in difesa».

Azione cattolica: partecipazione consapevole e cittadinanza attiva

Per quanto riguarda, invece, gli obiettivi? «Molto dice la già citata sintesi fatta nell’agosto 2022 dalla Cei al termine della prima tappa del cammino sinodale. Tra i temi emersi, i vescovi ricordano “la cura della casa comune, il dialogo intergenerazionale, l’incontro tra diverse culture, la crisi della famiglia, la giustizia, la politica, l’economia, gli stili di vita, la pace e il disarmo”. “La comunità cristiana è chiamata a dire la sua”, puntualizza la nota Cei, “ma spesso appare afona, chiusa, giudicante, frammentata e poco competente. I luoghi e le modalità di dialogo nella Chiesa sono ancora pochi, in modo particolare tra Chiesa locale e società civile: spesso si percorrono cammini paralleli”. Qualcosa è stato fatto.

Qualcosa è migliorato. Molti di noi erano in piazza San Giovanni a Roma, sabato 5 novembre 2022, tra i 100mila partecipanti alla manifestazione che invocava pace per il popolo ucraino e per tutti i popoli che subiscono una “terza guerra mondiale a pezzi”. Ma penso anche all’appello del 26 febbraio 2022, che l’Azione cattolica ha firmato insieme con Acli, Comunità Giovanni XXIII, Pax Christi, Focolarini e altri ancora, in cui abbiamo chiesto al nostro Governo di ratificare il Trattato Onu per la messa al bando delle armi nucleari. Così come, dalla 49ª Settimana sociale di Taranto in poi (2021), proviamo a mettere insieme la sfida della transizione ecologica con il Sinodo della Chiesa».

Il nostro compito è il futuro

«La Chiesa italiana», conclude Notarstefano, «possiede ancora oggi un notevole e diffuso capitale spirituale, gode di riconoscimenti sociali e istituzionali non più scontati, ma che rigenera quotidianamente in un servizio appassionato verso gli ultimi, i piccoli e le periferie. È arricchita da una presenza femminile di grande spessore e generosità di servizio così come da una rinnovata attenzione da parte dei più giovani che chiedono maggiori spazi di coinvolgimento e di ascolto delle proprie istanze (i Fridays for future non sono folclore!). Deve ancora fare i conti con uno spazio pubblico maggiormente plurale e congelato nel presente in cui, rispetto al passato, la critica cede il passo a una sorta di sorda indifferenza.

Il compito dei cattolici è il futuro, ricominciando cammini comuni interrotti, progettando zaini leggeri per un pellegrinaggio lungo e faticoso. La forma democratica, oggi tutt’altro che scontata, costituisce un valore prezioso da promuovere con una partecipazione consapevole e una cittadinanza attiva. Occorre resistere alla tentazione di chiuderci per difenderci dalla complessità, di semplificare il messaggio pubblico con il rischio di svilire la proposta pastorale. Girando le diocesi italiane ho potuto raccogliere entusiasmo, coinvolgimento critico e partecipazione attiva che prevalgono su perplessità, inerzie e immobilità. Lo Spirito è sempre all’opera. E questo ci dà grande speranza».

Articolo tratto dal dossier “La Chiesa che vogliamo” pubblicato dal mensile Vita Pastorale (n. 9 – Ottobre 2023).

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