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Uno sguardo sull"altro" mondo

Tutte le guerre ci toccano

Da "Segno del mondo". Dall’Africa all’Asia, passando per il resto del globo. E senza dimenticare il conflitto Ucraina-Russia. Una mappa dettagliata per orientarsi tra guerre dimenticate e a “bassa intensità”

Quanti sono i conflitti attivi nel mondo? Una domanda difficile che presuppone risposte complesse: i dati sono infatti diversi a seconda degli istituti di ricerca, dell’intensità e tipo di conflitto, degli anni a cui si riferiscono gli studi, a fronte di una realtà in continua evoluzione. Le uniche cifre aggiornate settimanalmente su conflitti di varia natura sono fornite sul sito dell’Acled (The armed conflict location and event data project ) un’organizzazione non profit con sede negli Stati Uniti e con il sostegno finanziario del Complex risk analytics fund, del ministero olandese degli Affari esteri e della Tableau fondation (Tutte le guerre ci toccano è l’articolo che è pubblicato nel dossier del nuovo numero di Segno nel mondo dedicato alla pace, per scaricare il pdf clicca qui).

Gli altri conflitti

Acled elenca per la prima settimana di gennaio 2023 almeno 2.039 eventi violenti di natura politica, 1.438 eventi dimostrativi, 510 battaglie, 890 esplosioni, 474 eventi violenti contro i civili, 165 folle violente, 1.352 proteste, 86 dimostrazioni violente. A marzo 2022 citava 59 conflitti e poneva l’attenzione, oltre alla guerra tra Russia e Ucraina, su altri 10 conflitti che potrebbero peggiorare: Etiopia, Yemen, regione africana del Sahel, Nigeria, Afghanistan, Libano, Sudan, Haiti, Colombia, Myanmar.

L’ultimo report del Sipri, l’Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma (www.sipri.org) reso noto a giugno 2022 sottolineava invece come «tra il 2010 e il 2020 il numero di conflitti armati di Stato sia quasi raddoppiato (passando da 30 a 56), così come il numero di morti causati da conflitti. Il numero di persone rifugiate e di persone costrette a migrare è a sua volta raddoppiato, raggiungendo gli 82,4 milioni». 

Le emergenze climatiche

Oltre alle contese di territori tra Stati, guerre civili interne, tensioni per lo sfruttamento delle risorse o lotta al narcotraffico, molti conflitti sono oggi inaspriti dalle emergenze climatiche, che provocano i flussi migratori: la gente non riesce a coltivare la terra e a procurarsi il cibo per vivere e fugge. Inoltre, la recente invasione dell’Ucraina da parte della Russia sta minacciando i rifornimenti di grano globali e provocando crisi alimentari in numerosi Paesi africani che dipendevano dagli aiuti umanitari internazionali.

I dati di Caritas italiana

Caritas italiana, che pubblicava in passato volumi appositi e poi aggiornamenti on line sui conflitti dimenticati, contava nel 2021 almeno 22 guerre ad alta intensità (6 in più rispetto all’anno precedente, quando erano 15). Se invece si tengono in considerazione anche le crisi croniche e le escalation violente si arrivava a 359 conflitti nel 2020. Tra il 2020 e 2021 erano già aumentate del 40% le persone che avevano bisogno di assistenza umanitaria, per un totale di 235 milioni di persone coinvolte. Nel 2023 si è aggiunto il conflitto Russia-Ucraina, con oltre 12 milioni di persone in difficoltà all’interno del Paese – di cui 6,5 milioni sfollati interni – e più di 4,2 milioni di persone fuggite all’estero.

L’Atlante delle guerre e dei conflitti nel mondo, un progetto dell’associazione 46° parallelo con sede a Trento, nell’ultima edizione pubblicata a novembre 2021 elencava invece 31 guerre in corso.

Il continente più martoriato è comunque l’Africa, con una ventina di conflitti di natura diversa (spesso dovuti al terrorismo di matrice jihadista), 46 mila vittime e decine di milioni di profughi. 

Le crisi dimenticate

In questo mondo senza pace proviamo a ricordare alcune delle crisi più dimenticate, come quella nel nord del Mozambico, nella provincia di Cabo Delgado. Qui dal 2017 la popolazione è vittima di violenti attacchi da parte di formazioni di matrice jihadista che fanno terra bruciata nei villaggi e mirano al controllo delle risorse: sullo sfruttamento dei giacimenti di gas sono infatti in gioco interessi economici di grandi aziende internazionali, anche europee. All’inizio del 2022 erano migliaia i morti, i feriti e oltre 800.000 gli sfollati. 

Nella Repubblica Democratica del Congo l’Ituri è una delle province più colpite da una violenza folle, insieme al Nord Kivu, al Sud Kivu e al Tanganica. Uomini, donne e bambini sono stati uccisi a colpi di machete, centri sanitari e scuole sono stati saccheggiati e interi villaggi dati alle fiamme. Le ultime offensive militari sono portate avanti dal gruppo armato M23. Oltre 5.000 i morti negli ultimi due anni. Il conflitto armato nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo ha lasciato mezzo milione di sfollati e circa 250 mila persone in condizioni estremamente difficili in rifugi di fortuna, in lotta per la sopravvivenza

In Mali i jihadisti impediscono ai contadini di mietere le risaie, bruciano i loro campi e attaccano i lavoratori quando cercano di provvedere al raccolto, con centinaia di migliaia di sfollati. 

In Somalia la siccità prolungata e la carestia, combinata con la povertà estrema e una storica instabilità politica, hanno spinto molte persone ad imbracciare le armi nel gruppo estremista islamico al-Shabab.

Nella fascia africana del Sahel sono i cambiamenti climatici e la siccità, insieme all’espansione dell’agricoltura intensiva, a creare conflitti per l’accesso alle risorse come acqua e terra tra agricoltori e pastori. Da ricordare gli atti violenti dei pastori fulani in Nigeria, che hanno coinvolto anche la Chiesa cattolica, oggetto di attentati e stragi.

Il conflitto in Yemen tra la coalizione governativa appoggiata dall’Arabia Saudita e i ribelli Houthi filo-iraniani ha avuto inizio il 26 marzo 2015. Oggi è la più grave crisi umanitaria al mondo, con circa 20 milioni di persone che hanno bisogno di assistenza. In 7 anni oltre 24.600 attacchi aerei hanno distrutto il 40% delle abitazioni nelle città, causando più di 14.500 vittime civili dal 2017. La guerra ha costretto 4 milioni di persone a lasciare le proprie case in cerca di salvezza. Secondo l’Unicef più di 11 mila bambini sono stati uccisi, mutilati o feriti nello Yemen dal 2015 – una media di quattro al giorno – e quasi 4 mila sono stati arruolati.

Un conflitto è considerato anche quello in Myanmar (Birmania), dopo il colpo di stato del febbraio 2021 messo in atto dalle forze armate birmane per rovesciare il governo di Aung San Suu Kyi, arrestata e condannata a decine di anni di carcere con accuse pretestuose. All’interno del Paese si è formata una attiva resistenza interna contro lo strapotere e la repressione dell’esercito. Sono migliaia i morti, i feriti e le persone arrestate.

Più nota la guerra in Siria che prosegue dal 2011 e ha provocato finora circa 500.000 vittime e più di 13 milioni di persone fuggite dal Paese o sfollati interni. Il 60% della popolazione soffre la fame, con i prezzi dei beni alimentari raddoppiati nell’ultimo anno e 14,6 milioni di persone che hanno bisogno di aiuti umanitari. 

Le guerre a “bassa intensità”

Tra le storiche guerre “a bassa intensità”, oltre al conflitto tra Israele e Palestina che ogni tanto segna nuove vittime, da ricordare quello nella contesa regione indiana del Kashmir, che oppone Pakistan e India (575 vittime nel 2021). Si tratta della regione più militarizzata al mondo, con l’esercito indiano che controlla il territorio cercando di soffocare la resistenza interna islamica, che vorrebbe l’autonomia della bellissima regione, ricca di risorse.

Nel 2022, oltre alla guerra tra Russia e Ucraina, si è riaccesa anche la contesa tra Armenia e Azerbaigian per la regione del Nagorno-Karabakh. 120.000 residenti nel territorio, tra cui 30.000 bambini, sono bloccati all’interno della regione a causa della chiusura, da parte azera. dell’unica strada che collega con il mondo esterno.

È da considerare una guerra anche quella che il governo del Messico combatte dal 2006 contro i cartelli della droga: nel 2022 sono morte 1.367 persone. Ad Haiti le gang criminali tengono sotto scacco la capitale Port-au-Prince con omicidi, rapimenti e violenze continue. In Colombia, dopo una tregua firmata con i ribelli delle Farc, il governo di recente ha deciso di recedere dall’accordo.

Il Libano è invece un paese economicamente al collasso: potrebbe sfociare in una crisi peggiore a causa delle conseguenze sofferte dalla popolazione, sempre più impoverita. In Afghanistan, secondo l’agenzia Onu Unama, nel periodo compreso tra metà agosto 2021 e metà giugno 2022 sono state 2.106 le vittime civili (700 morti, 1.406 feriti) di attacchi riconducili a gruppi armati. Inoltre i gruppi dirigenti dell’Afghanistan e dell’Iran sembrano essere in guerra contro la propria popolazione, in particolare le donne, a cui stanno negando diritti, studio, lavoro e libertà.

Tra le poche buone notizie del 2022 l’intesa del 2 novembre per porre fine al conflitto nel Tigray, in Etiopia. La guerra civile tra governo federale e ribelli tigrini era scoppiata il 4 novembre 2020. È stata una delle peggiori crisi umanitarie degli ultimi tempi, con oltre due milioni di sfollati e centinaia di migliaia di persone sull’orlo della carestia. Pochi gli osservatori che hanno potuto documentarne le conseguenze ma secondo gli Stati Uniti sono circa mezzo milione le vittime. Nel frattempo sono ripresi i voli interni verso Makallé e nella regione si è di nuovo insediata la polizia federale.

Box/nota

Patrizia Caiffa, giornalista, lavora dal 1998 all’agenzia Sir e collabora con l’Osservatore Romano. Si occupa di temi sociali e internazionali, con particolare attenzione al Sud del mondo e alle migrazioni. Ha fondato nel 2014 la testata non profit di giornalismo costruttivo B-hop magazine, che dirige tuttora e ha scritto libri di narrativa, saggistica, racconti e testi teatrali.

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