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L’impegno Ac dentro la casa circondariale Pagliarelli di Palermo

Piccola grande storia di fraternità

Il racconto-testimonianza della quotidiana prossimità che l’Azione cattolica di Palermo vive alla luce del Vangelo tra i detenuti e le detenute, oltre le sbarre del carcere
Nella foto: i volontari Ac con l’arcivescovo di Palermo mons. Corrado Lorefice, la direttrice del carcere Pagliarelli, Maria Luisa Malato, il cappellano frate Loris D’Alessandro, il comandante della polizia penitenziaria Giuseppe Rizzo e il presidente dell’Ac diocesana Giuseppe Bellanti.
Nella foto: i volontari Ac con l’arcivescovo di Palermo mons. Corrado Lorefice, la direttrice del carcere Pagliarelli, Maria Luisa Malato, il cappellano frate Loris D’Alessandro, il comandante della polizia penitenziaria Giuseppe Rizzo e il presidente dell’Ac diocesana Giuseppe Bellanti.

Che ancora si parli di eredità della grande pandemia covid è assolutamente normale, nella misura in cui spesso si fa fatica a trovare un posto, il proprio posto, in quei grandi cambiamenti che la storia offre. La pandemia covid, per un verso, va letta come un’offerta che ci è stata fatta perché possiamo entrare nella sfera del cambiamento buono, che deve vederci gettare la maschera di onnipotenza di cui ci siamo rivestiti nel tempo, accettando invece la logica dell’umiltà e della cooperazione.
Applicare tutto questo all’interno di una casa di detenzione è stato molto difficoltoso, per l’intrinseca natura della struttura che è una comunità chiusa, dove le novità arrivano quando fuori hanno già perso il senso.
Se durante il periodo covid ci siamo fatti vicini ai fratelli detenuti – tramite la corrispondenza epistolare, le varie iniziative di carità tipo il “Libro sospeso”, con cui si sono convolti anche i cittadini di Palermo, e la richiesta da parte dell’Azione Cattolica nazionale di preghiere che venissero redatte all’interno della casa circondariale dai detenuti – adesso stiamo faticosamente mettendo in moto il motore della ripartenza. Sottolineo il faticosamente proprio perché laddove tutto è facile, diventa complesso all’interno di una casa di detenzione e soprattutto della casa di detenzione nella quale ci troviamo ad operare.

Il cammino sinodale tra le mura del carcere

Mentre il mondo è ripartito già con il post covid da circa due anni, qui al Pagliarelli la ripartenza è avvenuta con l’ammissione di tutti i volontari a pieno ritmo solo da gennaio del 2022. Un piccolo spiraglio si è aperto con la timida richiesta che noi volontari facilitatori del Sinodo potessimo svolgere gli incontri, che qui hanno avuto tempistiche e modalità diverse di svolgimento.
Dall’unico incontro sinodale è venuta fuori una richiesta comune in tutte le sezioni di detenuti che abbiamo incontrato: il bisogno che sia proprio la Chiesa nei suoi rappresentanti, soprattutto i ministri ordinati, a svolgere la funzione di consolazione a cui per sua singolare caratteristica è chiamata.
Qualche mese dopo è stato aperto l’ingresso di non più due volontari per volta presso la sezione femminile, dove ci è stato richiesto dal cappellano di svolgere la catechesi delle 10 parole, guidati dalle riflessioni di papa Francesco nell’omonimo libro. Con tale catechesi si sono riscoperti i temi iniziali della vita cristiana e soprattutto si è creato un rapporto di fiducia con le poche detenute ammesse alla catechesi.

Santa Rosalia e padre Pino Puglisi: scuola di santità

A prolungare quanto tracciato con la disamina delle 10 parole, abbiamo continuato il percorso in 4 incontri in cui abbiamo trattato il tema della santità. Poiché già ci avvicinavamo temporalmente al 4 settembre che per noi popolo palermitano significa festa della nostra patrona Santa Rosalia, per fare sentire le detenute in sintonia e dentro la loro città abbiamo pensato di presentare due figure di santità importanti per Palermo che appunto sono state Santa Rosalia, donna libera che non si è piegata davanti a decisioni di comodo, e padre Pino Puglisi, sacerdote martire palermitano che ha lavorato nel quartiere di Brancaccio opponendosi in maniera sempre coraggiosa alla mafia e contrapponendo l’amore all’odio, il sorriso alla malvagità, la vita alla morte. Entrambe le figure ci hanno insegnato che si può uscire dagli schemi in maniera coraggiosa ieri come oggi.

Dopo questo percorso due detenute hanno chiesto di essere cresimate; allora abbiamo fatto degli incontri settimanali di preparazione al sacramento della Confermazione, che è stato amministrato dal nostro vescovo, mons. Corrado Lorefice. Una richiesta particolarmente bella è stata fatta da una delle detenute: avere come madrina la volontaria che l’ha preparata per la Cresima.
Tale legame viene mantenuto come un dono reciproco da entrambe le donne: l’una sostiene l’altra nella vita di fede e ne riceve in dono l’energia di una volontà che fortemente lotta per riappropriarsi della propria libertà e non cadere più nell’errore. Il sacramento è stato balsamo di grazia anche per l’altra detenuta che ha vissuto un’evoluzione particolarmente brutta di malattia, affrontata con serenità e forza data anche la grazia ricevuta col sacramento della Confermazione.

Un 8 marzo pieno di speranza e di Misericordia

Lo scorso dicembre siamo finalmente riuscite a festeggiare il nostro Natale con una celebrazione comunitaria che ha viste impegnate tutte le sezioni del carcere attorno alla capanna del Dio che non disdegna il nascere in una cella di detenzione. Abbiamo anche svolto un bellissimo momento ricreativo con tombolata e scambio di doni. In seguito abbiamo, con la sezione femminile, svolto le 5 tappe secondo la catechesi di Azione Cattolica del 2023, con cui abbiamo riscoperto la bellezza e la potenza di essere fatti di voce.
Lo scorso 8 marzo, assieme all’educatrice, alla psicologa che segue la sezione femminile e alle suore di Madre Teresa che coadiuvano nel servizio liturgico, si è tenuto un momento di catechesi in cui è stata fatta disamina di alcune donne della Bibbia. La loro testimoninza ci dice che non bisogna mai confondere peccato e peccatore, e che il riscatto più grande viene dall’incontro con la misericordia di Dio. In tale occasione abbiamo offerto alle donne un rinfresco e delle mimose.

Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia

In queste settimane stiamo cercando di fare ripartire non senza difficoltà il “Pane spezzato”, il laboratorio delle ostie già attivo prima del covid. Si deve fare i conti con i tempi delle autorizzazioni per l’approvvigionamento del materiale e con la riorganizzazione della gestione post covid da parte degli assistenti di polizia penitenziaria.
In cantiere abbiamo un grande progetto: svolgere all’interno della struttura un convegno che avrà come tema: Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati (Mt 5,6). Nessuna cella è così isolata da escludere il Signore (Papa Francesco). A tale convegno ci prepareremo con una catechesi mensile sulle beatitudini.
Ci piacerebbe che questo percorso portasse all’ammissione in Azione Cattolica di un gruppo di detenuti, per poi seguirne il cammino specifico all’interno del carcere e nelle loro parrocchie alla scarcerazione.
Chiudo ricordando che durante questa ultima Quaresima abbiamo svolto il pio esercizio della Via Crucis, coadiuvati da due seminaristi. Come sempre partecipiamo assieme ai detenuti alle celebrazioni eucaristiche, sentendoci parte di una stessa Chiesa che maternamente accoglie tutti i suoi figli.

Stefania Sposito è la coordinatrice delle attività Ac presso la casa circondariale Pagliarelli di Palermo

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