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La crisi migratoria va affrontata in via prioritaria da tutta la società, dalla politica e dalla Chiesa

Dalle stragi nel Mediterraneo, verso una vera fraternità umana

Gli ultimi avvenimenti, la strage di Cutro e il naufragio di 30 persone avvenuto l’11 marzo a causa della non assistenza, hanno riportato all’attenzione il dramma dei migranti nel nostro mare. Anche nelle settimane successive i naufragi sono continuati. Nella giornata del 7 aprile, Venerdì Santo, mentre noi cristiani celebravamo la Passione del Signore, 49 persone hanno fatto naufragio al largo della Tunisia e 35 sono annegate. Il dramma in realtà sta continuando da anni: dal 2014 sono almeno 25.000 le persone annegate nel Mediterraneo (a cui vanno aggiunti i naufragi fantasma, per cui il numero esatto non si conosce) e sono più di 100.000 le persone catturate in mare e deportate nei lager libici dalla cosiddetta Guardia costiera libica, finanziata dall’Italia e dall’Europa. Per affrontare questo tema bisogna innanzitutto assumere il paradigma della complessità e accogliere la crisi migratoria come fenomeno epocale che deve essere affrontato in via prioritaria da tutta la società, dalla politica e dalla Chiesa. 

Prima di tutto occorre sottolineare che quella attuale, come afferma Carola Rackete, non è una crisi migratoria, ma una crisi della giustizia globale, causata da colonialismo e neocolonialismo. Le ingiustizie, le violenze, le guerre, la crisi ambientale causata dal nostro sistema socio-economico fanno sì che molte persone debbano migrare in cerca di una vita degna. La risposta dell’Occidente però è stata la chiusura dei cuori, che ha portato la politica alla chiusura dei canali di accesso, così le persone sono costrette a intraprendere viaggi pericolosi per entrare in Europa. Inizialmente l’Italia ha fatto un lavoro di soccorso straordinario con l’operazione “Mare Nostrum”, poi, sempre a causa della chiusura dei cuori, ha progressivamente ridotto gli spazi di ricerca e soccorso e addirittura, nel 2017, ha firmato gli accordi con la Libia perché in una vasta area di mare fosse la cosiddetta Guardia costiera libica a effettuare i “soccorsi” delle persone: soccorsi che però sia per il diritto sia per il vocabolario della lingua italiana vanno definiti “respingimenti”, perché le persone intercettate dalla cosiddetta Guardia costiera libica vengono catturate e deportate nei lager.

È la vergogna più grande della storia recente del nostro Paese, lo diciamo senza mezzi termini: donne, uomini, bambini, fatto catturare in mare e deportare nei lager libici, dove subiscono “orrori indicibili”, come mi definisce l’ONU, con i nostri soldi. In più, grazie soprattutto alle inchieste di Nello Scavo su Avvenire, sappiamo il ruolo della mafia libica negli accordi Italia-Libia: i superboss della mafia libica Bija e Al Khojia sedevano ai tavoli con i servizi segreti italiani nel 2017 e in questi anni hanno addirittura accresciuto il loro potere, tanto che Bija è maggiore della cosiddetta Guardia costiera libica di Zawiya e Al Khoja è direttore del DCIM, che gestisce una dozzina di centri di detenzione ufficiale finanziati dall’Unione Europea. Per non parlare dell’azione dell’account Twitter @rgowans, definito dai giornalisti e dagli esperti “portavoce della mafia libica legato ai servizi segreti (deviati?) di diversi Paesi”, che dal 2017 pubblica costantemente materiale per conto delle milizie libiche sui respingimenti e sui centri di detenzione e periodicamente pubblica pure materiale “top secret” di apparati militari italiani ed europei.

Tutto questo getta un’ombra oscura sull’integrità della nostra Repubblica Italiana e dell’Unione Europea, che trova voce nella denuncia del card. Jean-Marc Aveline, Arcivescovo di Marsiglia:

“Fino a quando l’indifferenza continua a soffocare l’indignazione, non si sono speranze. Ci chiediamo, perché l’Unione Europea continua a finanziare le mafie della Libia che mantengono aperti campi di concentramento per migranti nel Paese? Fino a quando le nostre coscienze rimarranno sorde ed anestetizzate a tutto questo? Quando si risveglierà la coscienza del Mediterraneo?”

Siamo insomma al collasso della nostra civiltà e della nostra umanità. Come ne usciamo? Non c’è altra via che quella di una vera conversione, personale e comunitaria. Ci ha portati a questo disastro l’“homo oeconomicus”, il modello di uomo a cui è stata improntata la nostra società capitalista, cioè l’individuo che agisce in modo razionale per massimizzare il proprio profitto e il proprio benessere materiale. Finché noi continuiamo ad essere questo, allora continueremo a basare il nostro benessere sullo sfruttamento delle persone e dell’ambiente e continueremo ad essere indifferenti verso chi è scartato.

Ma la nostra identità più profonda non è l’“homo oeconomicus”: la riprova sta nel fatto che questo modello non ci sta portando alla vera felicità, ma a una società in cui dilagano la solitudine, la tristezza, la rassegnazione. Noi siamo più e meglio di questo: qualcuno lo crede per fede, qualcun altro sulla base dell’esperienza, ma tutti noi che lottiamo accanto agli ultimi sappiamo che il vero modello di essere umano e di società che può renderci davvero felici è la fraternità.

Dobbiamo passare da una società neoliberista, autoritaria, nativista e patriarcale a una società veramente fraterna. Occorre dunque una conversione tanto dei singoli quanto della società. Come generarla? Con lotte e azioni che mostrino la bellezza della giustizia, dell’accoglienza, della fraternità. È l’esperienza che Mediterranea fa continuamente: l’incontro con i poveri ci evangelizza. Noi salviamo queste persone dalle acque, ma ci accorgiamo che in realtà sono loro che ci salvano, trasmettendoci l’amore, che abita in loro in modo speciale. La profonda umanità di cui queste persone migranti sono portatrici è proprio l’ancora che può permetterci di uscire da tutte le crisi della nostra società sempre più individualista.

Occorre un’azione capillare, che noi chiamiamo Sinodo del Mediterraneo, per portare tutte le persone e le comunità, civili ed ecclesiali, a incontrarsi, a toccare con mano la carne degli altri, a sentire dentro di sé la bellezza della nostra vocazione alla giustizia e all’amore. Solo questo cammino potrà risolvere alla radice la crisi della giustizia globale che genera la crisi migratoria. Nel frattempo occorre insistere con i nostri governi, con lotte incessanti, perché smettano di lasciare annegare le persone o di farle deportare nei lager libici, perché quello che sta avvenendo è disumano oltre ogni possibile linea rossa. Se insieme lotteremo per cambiare queste politiche e insieme assumeremo la questione migratoria nella sua complessità e percorreremo questo cammino del Sinodo del Mediterraneo, allora davvero le cose cambieranno e un altro mondo possibile sorgerà. È un’utopia? Rispondiamo con le parole di Paolo VI:

“Sogniamo noi forse quando parliamo di civiltà dell’amore? No, non sogniamo. Gli ideali, se autentici, se umani, non sono sogni: sono doveri. Per noi cristiani, specialmente. Anzi tanto più essi si fanno urgenti e affascinanti, quanto più rumori di temporali turbano gli orizzonti della nostra storia. E sono energie, sono speranze. Il culto, perché tale diventa, il culto che noi abbiamo dell’uomo a tanto ci porta, quando ripensiamo alla celebre, antica parola di un grande Padre della Chiesa, S. Ireneo: Gloria . . . Dei vivens homo, gloria di Dio è l’uomo vivente. Pensiamoci con coraggio. E con la nostra Apostolica Benedizione”.

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