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“Ho fallito nello studio e nella vita”, poche semplici parole che suonano come una sentenza per una giovane studentessa, nostra coetanea

La non-logica del fallimento

“Ho fallito nello studio e nella vita”, poche semplici parole che suonano come una sentenza per una giovane studentessa, nostra coetanea. Poche parole che esprimono un peso enorme, riflesso di qualcosa che nel sistema universitario italiano non funziona a pieno.

Noi non conosciamo direttamente la ragazza che ha deciso ieri di togliersi la vita in università, ma, in quanto studentesse e studenti, conosciamo cosa vuol dire affrontare delle prove a scuola e in università, conosciamo la pressione che si sente di fronte ad un esame e il significato di un giudizio che riceviamo.

Per questo motivo vogliamo solamente provare a riflettere su alcuni aspetti di questa tragedia.

Due domande ci vengono in mente. Ci chiediamo in primis che cosa voglia dire “fallire nello studio” e da cosa nasce il concetto di “fallimento”. Ci chiediamo se avere difficoltà a passare un esame o prendere un’insufficienza in matematica ci renda dei falliti. 

Il fallimento, secondo la Treccani, è “riconoscere l’inutilità dei propri sforzi, l’impossibilità e l’incapacità di raggiungere gli scopi fissati, rinunciando definitivamente alla lotta, all’azione”. In un percorso a tappe come può essere quello universitario o quello scolastico, essere bocciati ad un esame non può essere un fallimento, contrariamente a ciò che solitamente tendiamo a pensare. Allo stesso modo, dei periodi di difficoltà in cui non ci sentiamo a pieno soddisfatti del nostro rendimento o delle situazioni che ci richiedono un impegno maggiore, non devono farci cadere nella tentazione di dire che siamo dei “falliti”. 

Durante il periodo scolastico e universitario troviamo sempre degli ostacoli che richiedono la capacità di guardare in avanti, anche se questi ci frenano e ci fanno inciampare. Non deve cambiare la consapevolezza che questo inciampo è parte della normalità, che è concesso a tutti di cadere e che avere una battuta d’arresto è parte della natura umana. Ognuno di noi, davanti a uno sbaglio, ricalcola il percorso che quindi cambierà, ma andrà avanti.

L’altra domanda è “chi ci dice che falliamo?”. Nell’Università e nella Scuola il concetto di merito porta con sé non solo la possibilità di valorizzare le eccellenze, ma anche un grande peso per coloro i quali non sono ritenuti meritevoli. È giusto porre al centro di un percorso di studio il merito? Ci sembra che la prospettiva del merito non sia uno stimolo positivo, bensì pare sempre più evidente che sia al contrario motivo di profonda ansia e disagio. 

Merito e fallimento sono agli antipodi, il primo e l’ultimo posto di una classifica, ma chi ha il diritto di dire chi è meritevole e chi no e stabilisce chi sta al primo e all’ultimo posto? Secondo quale criterio possiamo dire che una studentessa sia più meritevole di un suo compagno? Basta davvero un voto per definirlo? Dovremmo smettere di paragonare i risultati e scindere la valutazione dal merito perché la Scuola, così come l’Università, non sia  luogo di competizione ma ci insegni a vivere insieme, nel rispetto e nell’accompagnamento reciproco.  Mettiamo al centro il valore di ciascuno nel raggiungimento di un risultato provando a capire il progresso che è stato fatto rispetto a un punto di partenza, al suo substrato, prima di poter dire chi ha meritato e chi no.

In ultimo vogliamo sottolineare come non ci debba essere un unico colpevole in questa tragedia. Non sarebbe giusto accusare solamente un professore o l’università che è coinvolta, così come non bisogna pensare che sia tutto frutto di una fragilità personale.

Si è tutti corresponsabili perché siamo parte di comunità scolastiche e universitarie, fatte di persone, di storie, di tradizioni, usi e costumi che vengono tramandati nel tempo. Comunità che devono essere solidali all’interno e venire in aiuto di chi si sente fragile per proteggerlo, sia tra studenti che con i nostri professori. Dobbiamo fare un patto nelle nostre comunità per abbattere l’ottica del fallimento, tutti insieme, eradicando un concetto che non ci rispecchia più e ricordandoci che ciascuno di noi può attraversare un periodo buio in cui non trova una via d’uscita. 

Il pensiero va alla famiglia della ragazza, agli amici e a chiunque si senta toccato nel profondo da questa drammatica vicenda. Tutti ci sentiamo corresponsabili, ma la vittima rimane una sola, e ormai non possiamo più accettare che questi casi si ripetano in futuro

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