Il buco nell’acqua

Pochi impegni e molte promesse a lunga scadenza. La Cop26 non ha superato gli egoismi di parte. È mancata la vera rivoluzione, quella dei cuori. Del comune destino.

A proposito di come è andata la Cop26. Provo a spiegarla così. Da una parte Cina, India, Russia, ma anche Brasile, Indonesia e, in buona sostanza, il Pakistan (paesi che da soli fanno quasi la metà della popolazione mondiale, circa 3.8 miliardi di persone su i circa 7.8 miliardi totali), dall’altra parte gli “occidentali” e i loro derivati, e cioè l’Europa (compreso gli inglesi ma senza i russi), gli Stati Uniti d’America e i loro sodali di oggi, Giappone e Corea del Sud in primis (circa 1.2/1.5 miliardi di persone in totale). Credo sia abbastanza chiaro quale tra le due parti sia la fetta di mondo più grossa, più popolosa; pur senza includere nel discorso l’Africa, ormai diventa un continente di proprietà cinese. Ebbene, la fetta di mondo più grande è, guarda caso, anche quella più in ritardo in termini di “progresso”, “sviluppo”, “ricchezza” (le virgolette sono d’obbligo perché potremmo discutere molto e molto a lungo su cosa queste parole significhino a secondo delle latitudini in cui vengono pronunciate).

Chiarito questo, è il caso di chiarire anche un altro punto, prima di passare alla Cop26 e al buco nell’acqua dell’ennesimo vertice mondiale sull’ambiente. Nessuno, ma proprio nessuno, può vantare o dare ad altri patenti di ecologismo. Sia in questa parte di mondo in cui viviamo noi “occidentali” che nel resto delle terre emerse siamo tutti ecologisti, tutti preoccupati del futuro del pianeta. O, quanto meno, lo siamo tutti allo stesso modo, a parole. Avete mai sentito un solo leader mondiale, nazionale, regionale dire che il futuro del pianeta, la sua salvaguardia, non sia una priorità, non sia una preoccupazione, non sia un impegno per tutti? Sono certo di no.

Chiarito anche questo, veniamo al nodo della vicenda. La questione centrale non è chi è più o meno ambientalista e rispetto chi. La questione è che i paesi in ritardo di “progresso”, “sviluppo”, “ricchezza” prima di praticarlo l’ambientalismo chiedono (si fa per dire) di avere il tempo di recuperare sugli altri. Come a dire: “voi i vostri secoli del carbone e del petrolio li avete avuti, adesso lasciateci vivere i nostri, almeno sino a quando anche noi non ci sentiremo sazi quanto voi”. Ecco perché, dunque, alla Cop26, la Conferenza mondiale sul clima svoltasi a Glasgow, paesi come India, Cina, Russia etc. hanno chi più e chi meno acconsentito a una riduzione delle emissioni inquinanti (un minor uso di combustibili fossili, cioè carbone e petrolio) ma in forma “ammorbidita”. Tradotto: c’è chi come l’India penserà all’ecologismo dopo il 2070; chi come la Cina dopo che avrà finito di acquistare e consumare le miniere africane; chi come il Brasile e la Russia dopo che saranno riusciti a mandare a casa Bolsonaro e Putin.

Parlare di benessere e qualità della vita, di salvaguardia del creato, a chi parla di “progresso”, “sviluppo”, “ricchezza” solo in termini di crescita di Pil non è solo difficile è quasi impossibile. Questo non perché la Storia deve fare il suo corso e dunque cinesi, indiani e russi hanno il diritto di fare i nostri stessi sbagli, di inquinare il mondo tanto e quanto l’abbiamo fatto (e in buona sostanza continuiamo a farlo) noi “occidentali”, ma perché pur vivendo in un contesto di relazioni globalizzate, di speranze ma anche drammi globalizzati, pensiamo alla pandemia in corso, ognuno alla fin fine non riesce a fare a meno di pensare innanzitutto al proprio orticello di casa, agli interessi della propria parte.

Ha ragione allora Francesco e con lui tutti coloro che sostengono che la vera rivoluzione non è quella ecologica ma quella del cuore, dei cuori. Il cuore di un singolo e i cuori di una intera nazione. O impareremo tutti, chi è più ricco e chi lo è meno, a vedere nel prossimo un fratello insieme al quale salvare noi stessi e il mondo che abitiamo o periremo sotto l’incapacità di andare oltre i nostri egoismi. Il Vangelo ci dice: se non ritornerete come bambini non entrerete, non sarete degni del regno dei cieli. Questo cambiamento d’epoca ci dice: se non ritornerete come bambini desiderosi e pronti a giocare insieme la partita del “Bene comune”, l’unico declinabile al futuro, sarete chiamati a dare ragione della sconfitta, delle macerie della casa comune davanti alle future generazioni. Come in uno squid game senza speranza.

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Autore articolo

Antonio Martino