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La conferenza sul clima in corso a Dubai. L’intervento di Francesco. Gli impegni a cui tutti siamo chiamati

COP28. Fra speranze e scetticismi

Diciamolo subito, la sensazione è che non è da COP28, e più in generale da questo genere di summit internazionali, roboanti quanto stracarichi di attese puntualmente tradite, che verranno risposte al cambiamento climatico.
In un mondo che vive una stagione di rinnovate divisioni e conflitti, più o meno dichiarati, a pesare sul futuro dell’umanità intera sono sempre più le politiche dei singoli Governi, che decidono in autonomia quanto green debba essere la loro transizione; le grandi imprese multinazionali, che stabiliscono se fare o meno della decarbonizzazione una leva strategica dei loro affari; e, in ultimo, ma non meno importante, le scelte di consumo, di portafoglio di ciascuno di noi, che indirizzano le politiche di sfruttamento del creato.

Ciò nonostante, abbiamo il dovere di crederci e di sperarci in COP28. “Fosse la volta buona”, viene da aggiungere.
Ecco dunque: dal 30 novembre al 12 dicembre, oltre 140 capi di Stato e 70.000 delegati sono riuniti per la 28a Conferenza delle Parti della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC) presso l’Expo City di Dubai, negli Emirati Arabi Uniti.

Sul clima bisogna accelerare su tutti i fronti

L’appuntamento arriva a conclusione del Global Stocktake, l’azione di monitoraggio che valuta in modo esaustivo i progressi dei Paesi rispetto agli impegni assunti in materia di clima. Il rapporto di sintesi del Global Stocktake, pubblicato recentemente, afferma che il mondo è completamente fuori strada nel raggiungimento degli obiettivi dell’Accordo di Parigi del 2015 e che gli attuali sforzi di adattamento e mitigazione sono scarsamente finanziati.

Di buono c’era e c’è che la COP delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici resta comunque un importante organismo globale in cui il Sud del mondo può confrontarsi con il Nord del mondo per la sua incapacità di agire. Il Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres ha dichiarato che «l’era del riscaldamento globale è finita; è arrivata l’era dell’ebollizione globale. I leader, in particolare i paesi del G20, responsabili dell’80% delle emissioni globali, devono farsi avanti per l’azione climatica e la giustizia climatica».

La cura del creato è una responsabilità comune

Lo stesso papa Francesco – che per motivi di salute non ha potuto essere di persona a Dubai – nella sua ultima enciclica, Laudate Deum, ha chiesto che i partecipanti alla COP28 siano «strateghi capaci di considerare il bene comune e il futuro dei loro figli, più che gli interessi a breve termine di alcuni paesi o imprese». (LD 60). Il pontefice ricorda a tutte le persone di fede la nostra responsabilità comune di prenderci cura del creato: «A tutti chiedo di accompagnare questo pellegrinaggio di riconciliazione con il mondo che è la nostra casa e di contribuire a renderlo più bello, perché questo impegno ha a che fare con la nostra dignità personale e con i nostri valori più alti». (LD 69)

Un fondo mondiale per eliminare la fame e un nuovo multilateralismo

Nel Discorso inviato a Dubai, letto dal cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, che è andato a rappresentarlo, papa Francesco ha, tra l’altro, rilanciato la proposta di Paolo VI di stabilire un fondo mondiale per eliminare la fame e per attività lo sviluppo sostenibile dei Paesi più poveri con il denaro che si impiega oggi in armamenti, alla luce di «un nuovo multilateralismo». L’invito ai Paesi, dunque, è quello di uscire dai particolarismi e dai nazionalismi, con il sostegno della Chiesa cattolica.

La cultura della vita contro l’ambizione di produrre e possedere

Francesco ha ricordato, inoltre, che la devastazione del pianeta colpisce in particolare i più deboli; e una cultura che non si interessa degli ultimi è una cultura della morte, l’opposto della cultura della vita che sceglie di prendersi cura della casa comune. Per il papa ad ostacolare il percorso verso la cura della casa comune sono le divisioni e «le posizioni rigide se non inflessibili, che tendono a tutelare i ricavi propri e delle proprie aziende». Il pontefice riconosce come origine del riscaldamento globale «l’ambizione di produrre e possedere» che «si è trasformata in ossessione ed è sfociata in una avidità senza limiti».

Gli impegni concreti a cui COP28 e noi siamo chiamati

Comunque vada COP28, siamo tutti chiamati a impegnarci per un’ecologia integrale e a vivere al fianco dei più vulnerabili. Per realizzare ciò, siamo chiamati a:
– impegnarci per sviluppare e promuovere il Trattato di non proliferazione dei combustibili fossili, a ridurre le emissioni attraverso un’equa eliminazione degli stessi nonché a responsabilizzare i principali responsabili dell’inquinamento;
– trasformare i regimi finanziari stabilendo flussi finanziari equi per le comunità esposte ai danni climatici;
– implementare interventi climatici sull’agricoltura e sulla sicurezza alimentare che sostengano il ruolo dell’agroecologia e soluzioni culturali per risolvere le vulnerabilità del cibo e dell’acqua;
– fornire ogni anno 100 miliardi di dollari di finanziamenti pubblici e privati per il clima da parte dei Paesi sviluppati a sostegno del Sud globale e colmare le lacune di investimenti entro il 2030 (si veda il programma internazionale di azione sul clima dell’OCSE);
– correggere le carenze di conversione e riduzione per mantenere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi del 2015.

Infine, siamo chiamati a coinvolgere la società civile, le imprese e le istituzioni educative per una difesa comune della giustizia climatica, che porti a interventi a livello politico che si concentrino sull’inclusione e sull’equità. Abbiamo ancora molta strada da fare per una vera conversione ecologica, ma le nostre azioni e il nostro impegno comune sono necessarie per un mondo più giusto.

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