LA STORIA DELL'AC

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Il nostro abbraccio a un grande uomo di Ac. Un raffinato testimone del cattolicesimo democratico

Pasquale Andria: un amabile intellettuale

Strani scherzi fa la vita, l’ultima volta che ho sentito Pasquale Andria è stata questa estate: mi aveva chiamato all’indomani della morte di Michela Murgia, per dirmi che gli era piaciuto il mio articolo, pubblicato da Avvenire, che la ricordava. Mai avrei pensato che dopo pochissimi mesi mi sarei trovato a scrivere un pezzo dello stesso genere per parlare di lui.
Perdonatemi il taglio personale, quasi autobiografico, di queste parole, ma Pasquale è una persona che mi è stata vicina in tutte le stagioni della mia vita: dall’infanzia ad oggi. Un legame profondo con i miei genitori che, negli anni, è diventato amicizia anche con me. Pasquale è stato il primo vicepresidente diocesano per il Settore giovani di Salerno dell’Azione Cattolica del dopo statuto (la vice era Maria Pietrofeso, che poi sarebbe diventata sua moglie), mio papà invece era stato uno degli ultimi presidenti della Giac.
Come se non bastasse i primi passi in magistratura Pasquale li mosse sotto la guida di mio padre e poi, a metà degli anni ‘80, Pasquale assunse la responsabilità dell’Ac diocesana, con a fianco, nel ruolo di segretaria, mia madre che poi gli succedette alla presidenza. E con mia madre Pasquale lavorò a lungo anche al Tribunale per i minori di Salerno di cui fu presidente.

I miei primi ricordi di Pasquale insomma risalgono agli anni ‘70 quando era abitudine, quasi settimanale, vederlo a cena a casa mia, insieme alla moglie e al figlio Fausto, il quale aveva ereditato dal padre una spiccata vocazione sociale che, a dispetto dell’età, inferiore alla mia e a quella di mio fratello, lo faceva restare sveglio e vivace fino a tarda sera mentre noi crollavamo sul divano; ma è stato sul finire degli anni ‘80 che ho iniziato davvero a conoscere, stimare ed amare Pasquale Andria.
I consigli diocesani guidati da lui venivano puntualmente aperti da una sua ampia riflessione sui fatti che erano accaduti, in città, in Italia e nel mondo. Questo dava ai nostri appuntamenti uno spessore e una consapevolezza che andava molto al di là della mera organizzazione delle attività associative. Le parole di Pasquale rendevano noi dell’Ac di Salerno coscienti che quello che stavamo facendo andava letto in un contesto più ampio, ci faceva capire che eravamo parte di un universo: ecclesiale, sociale e politico ed era lì che eravamo chiamati, nel nostro piccolo, ad essere protagonisti di un cambiamento.

Pasquale Andria è stato un intellettuale raffinato, capace di leggere la realtà come di citare a memoria ampi brani dei documenti conciliari. Pasquale è stato una figura significativa del cattolicesimo democratico cui tanto deve la nostra democrazia. Pasquale ha insegnato a me e a tanti il valore della moderazione, una moderazione che è il contrario di qualsiasi fanatismo ma che non attenua la forza e l’integrità del messaggio evangelico e della giustizia sociale.

Negli anni difficili per l’Ac, quelli immediatamente successivi al Convegno ecclesiale di Loreto, l’ho sentito discutere con gentilezza e autorevolezza con qualche vescovo che considerava il compito dell’Ac ormai storicamente concluso e promuovere un’idea di Chiesa che poi avremmo ritrovato nitida nell’Evangelii Gaudium di papa Francesco.
E proprio in quegli anni Pasquale iniziò il suo servizio nell’Ac nazionale di cui fu vicepresidente per il Settore adulti dal ‘92 al ‘96. Fermo sostenitore della “scelta religiosa” aveva però chiaro che la costruzione del Regno va fatta qui ed ora, che la “scelta religiosa” doveva produrre frutti di giustizia e pace nel nostro oggi, che la politica andava intesa come alta forma di carità.
Dei suoi anni in centro nazionale Ac (che hanno preceduto di pochissimo i miei) ricordo il suo tratto infaticabile che gli permetteva di conciliare l’impegnativo mestiere di magistrato con le numerosissime attività associative che lo vedevano in giro per l’Italia in quasi tutti i fine settimana.

Elegante, distinto, autorevole qualche volta capitava che qualche socio che non lo conosceva gli desse del lei. “In Ac – rispondeva – il lei è vietato”. Ecco allora un altro aspetto di Pasquale che va raccontato: la sua umanità gentile, la sua amabilità. Pasquale insomma non è stato solo un raffinato intellettuale, un cattolico serio e responsabile: è stato una persona con cui era facile e bello stare, ha abitato mondi diversi, “alti” e “bassi”, cattolici e laici e in tutti ha lasciato un segno profondo.

Pasquale è stato un uomo capace di ridere e lo faceva con una risata originalissima e contagiosa, abile raccontatore di barzellette, ottimo interprete di canzoni napoletane (tra l’altro era amico di Roberto Murolo), enciclopedico conoscitore dei film e delle battute di Totò.
Pasquale insomma era capace anche di leggerezza: le più belle feste di Capodanno restano per me quelle vissute a casa sua. Sotto questo aspetto gli sono grato per una scelta che fece su mia istigazione: era il marzo del 1991 a Napoli c’era un concerto di Fabrizio De André, il primo dopo una lunga assenza dalle scene, ma nella stessa data era stato fissato da tempo un importante appuntamento diocesano, Pasquale decise di rinviarlo e salì su un pullman, organizzato da me, insieme a mezzo consiglio diocesano, assistenti compresi, che ci portò felici ad ascoltare il poeta della canzone d’autore. Ciao Pasquale, spero che queste parole ti siano piaciute come quelle scritte per Michela.

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