Spesso nei viaggi di papa Francesco i gesti parlano quanto e più dei discorsi; e certamente in questo viaggio al cuore dell’Europa una immagine particolarmente eloquente è quella di un Papa che prende il caffè al bar nei pressi dell’arcivescovado del Lussemburgo.
È un’immagine inedita ma anche dal tono familiare che si offre al nostro sguardo come paradossalmente priva di tratti di straordinarietà. È l’immagine della Chiesa che papa Francesco intende trasmettere: una Chiesa tra la gente che condivide con tutti questo mondo e i suoi giorni. Non separata, aulica, e neppure rigida prigioniera di protocolli inamovibili, ma viva, semplice, potremmo dire “normale” ossia come tutti. Dentro un caffè preso al bar con i propri collaboratori, come se fosse la cosa più normale di questo mondo, c’è l’elogio della ferialità, il gusto della vita, la forza positiva delle relazioni.
In un contesto fortemente secolarizzato come quello del Lussemburgo e del Belgio suona particolarmente significativo questo messaggio: la fede non mortifica la vita, non impedisce di godere il gusto di un caffè con persone amiche; neppure al sommo pontefice. Il tempo di un caffè sottratto ai programmi è uno spazio di relazioni non funzionalizzate. E in fondo è anche questo un messaggio e una testimonianza. Esistere è assai più che funzionare.
C’è una intima corrispondenza di senso tra questa immagine e i discorsi pronunciati nelle occasioni ufficiali del viaggio, tra questa ferialità e l’umanità rinnovata auspicata da Francesco.
L’ invito ripetuto a cercare la pace, a «non arrendersi all’inferno della guerra»; ma anche, e ad esso connesso, l’invito a «fare figli», ad aprire le vite e i cuori alla speranza, tornare a immaginare il futuro che è cosa assai diversa dal programmarlo. E poi l’invito all’inclusione da costruire anche attraverso la conoscenza, come è stato e continua ad essere nell’antica Università cattolica di Lovanio.
È chiesto il coraggio di “allargare i confini” per camminare con speranza, per non sprofondare nell’accidia o nella presunzione di un controllo assoluto della realtà. Aprirsi, spalancare le porte del pensiero e della vita, creare spazi di incontro e di umanizzazione: è la missione dell’Università e del sapere ricordata da Francesco a Lovanio, ma anche, in fondo, quella di un piccolo paese come il Belgio scelto, non a caso, dopo la Seconda guerra mondiale, come sede delle Istituzioni europee: un possibile spazio di cerniera tra le potenze che si erano così drammaticamente combattute; ed è quella del Lussemburgo da sempre Paese di immigrazione.
Allargare i confini non vuol dire disconoscerne il valore, perché a nessuno è concesso calpestarli con arrogante violenza. Vuol dire piuttosto comprendersi dentro una trama di relazioni senza di cui non si dà identità alcuna, vuol dire saper vedere nell’accoglienza reciproca e nel mutuo riconoscimento il senso più profondo di culture non ridotte a museo o piegate a una logica mortifera di contrapposizione. Allargare i confini per non consegnarsi a un dolore senza fine: quello che noi infliggiamo alla vita quando ci chiudiamo e non riusciamo più ad alzare lo sguardo.
Anche la Chiesa deve allargare i suoi confini. Francesco non si tanca di ripeterlo. Deporre ogni arroccamento su posizioni di difesa. Accettare il confronto, non temere la contestazione, saper argomentare, ma anche accogliere le provocazioni a discutere, approfondire, cercare nuove vie di pensiero e di prassi nell’annuncio del Vangelo, come è nel cammino sinodale che stiamo vivendo. Perché solo così la Chiesa «evolve, matura, cresce » senza ripiegarsi su se stessa «triste, rassegnata, risentita».
Accettare anche di riconoscere il male di cui essa stessa si è resa protagonista, come nella terribile vicenda degli abusi di cui vergognarsi e saper chiedere perdono perché «non c’è posto per l’abuso» nella Chiesa. Una Chiesa umile, che non rivendica posizioni di privilegio o di potere, che inviata per la grazia di Dio ad annunciare il Vangelo vuole farlo cooperando all’azione libera dello Spirito con “gratitudine e gioia”, senza presunzione alcuna. Una Chiesa che come nell’opera di Magritte ricordata dal Papa è uno squarcio aperto che «invita ad andare oltre, a volgere lo sguardo in avanti e in alto, a non chiuderci mai in noi stessi […] che non chiude mai le porte […] e a tutti offre un’apertura sull’infinito»: sulla infinita misericordia di Dio che sa trasformare le nostre vite in danza.
Editoriale pubblicato su Avvenire dell’1 ottobre 2024