Mi piace poter rivolgere a voi, questa mattina, le parole che, abbiamo ascoltato, l’apostolo Paolo rivolse ai fratelli cristiani della comunità di Efeso: “avendo avuto notizia della vostra fede nel Signore Gesù e dell’amore che avete verso tutti i santi, continuamente rendo grazie per voi ricordandovi nelle mie preghiere” (Ef 1,15-16). Dico grazie, quindi, per l’invito a celebrare con voi la santa eucaristia, e soprattutto per aver incontrato, oggi, nuovamente, dei fratelli e delle sorelle che vivono la fede, che cercano di dare alla propria vita la forma di Gesù, del Figlio liberamente obbediente all’amore del Padre. Per questo l’apostolo ancora dice che prega per quei fratelli perché “il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati...” (Ef 1,17-18).
La gioiosa gratitudine dell’incontro fraterno, il riconoscere, oggi, il vostro impegno di laici, membra vive del popolo di Dio, si apre alla preghiera più vera e si esprime quasi come in forma di benedizione: possiate incontrare e conoscere Dio e comprendere a quale speranza vi ha chiamati.
Mi piace pensare che tra noi cristiani dovrebbe poter essere sempre viva questa forma di attenzione reciproca e questa disponibilità a benedirci reciprocamente.
Nelle parole dell’apostolo, infatti, riconosciamo la verità e la grazia che ci è donata dallo spirito: l’incontro con Dio, la speranza, la chiamata.
Credo che la consapevolezza della vocazione alla fede, che vive nella speranza e si apre alla carità, sia la caratteristica del credente nel nostro tempo. Mi piace, spesso ripetere che se qualcuno volesse chiederci chi sono, oggi, i cristiani, potremmo rispondere dicendo che sono, siamo coloro che hanno consapevolezza di aver ricevuto una chiamata, che vivono una vocazione.
Quando diciamo vocazione, intendiamo una chiamata che genera una relazione, che riconosce la presenza dell’altro e si apre all’incontro. Per la vocazione colui che è chiamato prende consapevolezza di sé, della sua esistenza, della propria, personale, inconfondibile individualità. Infatti, Colui che chiama riconosce il chiamato per quello che è, lo rispetta, lo cerca. L’individuo che risponde, riconosce l’altro che lo chiama, ne accoglie l’attenzione, prende consapevolezza della propria esistenza, della propria realtà, del proprio essere vivente ed in rapporto con la vita.
La consapevolezza della vocazione ci apre all’incontro con Colui che ci chiama e apre la nostra anima alla speranza, alla possibilità di vivere come protagonisti della storia
partecipando della sua carità.
Il mondo oggi ha bisogno della testimonianza di credenti che vivano e annunzino la verità della vocazione. Questa, io credo, sia la verità che può dare un senso ed un valore autentico al vivere dell’umanità del nostro tempo.
Spesso ci capita di ascoltare o di dire che siamo in difficoltà davanti a quello che Papa Francesco ci ha indicato come “un cambiamento d’epoca“. Allora ci chiediamo: cosa è cambiato, o sta cambiando nel vivere dell’umanità?
Penso che aldilà della forza e dell’efficacia delle nuove tecnologie e delle scienze che rendono l’umanità sempre più padrona della realtà in cui vive, il reale cambiamento si evidenzia in una diversa consapevolezza di se stessi, della propria persona, della vita, propria e dell’universo.
Basti pensare che fino a non moltissimo tempo fa il mondo sembrava essere organizzato sulla base di diversi pensieri filosofici che, sviluppandosi in ideologie, tendevano a spiegare e ad organizzare la vita di ogni persona e, quindi, di intere nazioni. Il soggetto, la persona, così, sentiva di essere parte di un sistema in cui tutto era spiegato, ogni cosa aveva una sua ragione, tutto funzionava come un meccanismo perfetto in cui ciascuno aveva un suo posto, un suo ruolo, un’unica speranza da realizzare. Nel sistema generato da quelle ideologie la persona trovava il senso ed il valore della sua storia personale, del suo esistere. Purtroppo questo, inevitabilmente, poi ha portato allo sviluppo di stati autoritari, totalitari, capaci di imporre ai loro cittadini modelli molto rigidi di vita e di giudizio sui quali non era ammessa alcuna possibilità di ricerca personale o diversità di attenzioni.
Oggi, invece, sembra che il centro di tutto il vivere si sia spostato sulla soggettività della persona, e, quindi, sulla libertà di ciascun individuo come fondamento del suo rapporto con la realtà. In altre parole, sembra che oggi sia la libera scelta di ciascuno a determinare il valore delle cose, anzi, in qualche modo, anche il loro esistere.
Drammatica conseguenza di questa modalità è spesso un forte senso di solitudine, di fatica nelle relazioni e nel dialogo, quasi una disperata mancanza di senso e, quindi, di scoraggiamento per il proprio vivere.
Papa Benedetto XVI, in Caritas in veritate, spiegava: “Talvolta l’uomo moderno è erroneamente convinto di essere il solo autore di sé stesso, della sua vita e della società.
È questa una presunzione, conseguente alla chiusura egoistica in sé stessi, che discende – per dirla in termini di fede dal peccato delle origini. La convinzione di essere autosufficiente e di riuscire a eliminare il male presente nella storia solo con la propria azione ha indotto l’uomo a far coincidere la felicità e la salvezza con forme immanenti di benessere materiale e di azione sociale” (CiV 34).
Nella confusione e nell’indifferenza in cui naviga la società umana di questo tempo, io credo che la consapevolezza della vocazione ci possa liberare dalla tentazione di sentirci privi di ogni libertà di vita, di essere soltanto ingranaggi di una macchina ideologica o di produzione e consumo. Ugualmente, credo che la consapevolezza della vocazione possa liberarci anche dalla tentazione di scivolare in un grigio indifferentismo di un’inutile egocentrica libertà.
La consapevolezza della vocazione, la grazia di essere chiamati a vivere, e a vivere in relazione personale di dialogo, da persona a persona, da persona con la totalità della vita, con Dio, credo potrà essere una via nuova, efficace per il vivere dell’umanità.
Il modello di questo dialogo di vocazione che genera relazione e vita nuova, lo troviamo in tutta la Sacra Scrittura, ma particolarmente nel racconto dell’ annunciazione.
L’Angelo si presenta a Maria e la saluta chiamandola con un nome nuovo, che turba, genera in lei sorpresa per ciò che quelle parole potevano significare. Davanti a quel saluto, e per ciò che l’Angelo continua ad annunciarle come sua vocazione, Maria prende consapevolezza di sé, del suo essere presente alla presenza di Dio, dell’infinita libertà di Dio che la chiama e della sua povera libertà nel poter corrispondere con Dio. Per questo il dialogo si conclude con l’apertura fiduciosa e totale alla partecipazione all’opera di Dio, “Eccomi, sono la serva del Signore“.
In questa pagina evangelica, nel dialogo tra l’Angelo messaggero di Dio e Maria, si incontrano due libertà: si riconoscono e partecipano l’uno della presenza dell’altro.
Questo è davvero mirabile.
Possiamo, allora, dire che per la vocazione l’umanità scopre quanto sia grande la sua povera esistenza, sperimenta come il suo misero tempo si possa aprire alla pienezza dell’eternità, come la sua sete di vita possa trasformarsi in vera offerta di bene, e come una semplice creatura, schiacciata dalla fame di sopravvivenza, possa diventare protagonista di una storia capace di partecipare all’opera della creazione.
Ancora Papa Benedetto spiegava: “La vocazione è un appello che richiede una risposta libera e responsabile… l’umiltà di chi accoglie una vocazione si trasforma in vera autonomia, perché rende libera la persona” (CiV 17).
La vocazione genera e propone, chiama ad un legame vivo, alla comunione che si genera e cresce per la vocazione, per la continua e sempre nuova apertura alla presenza dell’altro.
Per la vocazione abbiamo la grazia di riconoscere sempre la presenza del “Figlio dell’uomo davanti agli uomini e davanti agli angeli di Dio“, come ci ha detto il brano del Vangelo di Luca che abbiamo ascoltato. La consapevolezza di essere dei chiamati ci libererà da ogni paura, e ci suggerirà al momento, in ogni occasione ed in ogni situazione del tempo degli uomini “ciò che bisogna dire” (Lc 12,12) e cosa o come poter fare per annunziare il Cristo, per condividere con i fratelli la carità, la grazia della vocazione.
Perciò, non abbiamo timore. Viviamo intensamente la consapevolezza di essere chiamati dal Signore a conoscere e vivere la sua misericordia e, come spezziamo e condividiamo il pane della vita, così il nostro vero apostolato sia il testimoniare e donare al mondo, ad ogni uomo e donna di questo tempo, la fiducia nella presenza del Dio che chiama a vivere con Lui.