Andare oltre la logica individuale in una prospettiva di gratuità e di proiezione verso l’altro

Vivere la Fraternità per costruire il Bene comune

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di Katia Furlotti* - Il Bene comune si può definire come «l’insieme di quelle condizioni sociali che consentono e favoriscono negli esseri umani lo sviluppo integrale della loro persona» (Mater et magistra, 1960), o, in una prospettiva ancor più proiettata verso una dimensione comunitaria, secondo la definizione del Concilio Vaticano II, «l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente». Il Bene comune, quindi, richiama una prospettiva collettiva nella quale il bene è di tutti e di ciascuno e, in quanto tale, può essere raggiunto, arricchito e custodito solo considerando l’interdipendenza essenziale tra sviluppo dell’uomo e sviluppo della società stessa. E questo andare oltre la propria individualità che permea e dà forma al concetto di Bene comune è centrale anche nella nostra idea fondante di benessere e di felicità. Sempre più spesso, infatti, ci ritroviamo a considerare come la nostra felicità non dipenda tanto da noi, dalle scelte che compiamo o dalle nostre particolari capacità o abilità, ma principalmente derivi dal contributo di altri. Non sono le disponibilità economiche o i beni personali a garantirci felicità e benessere, quanto la tutela della salute, nostra e dei nostri cari, il sentirsi al sicuro, la ricchezza delle nostre relazioni, familiari o amicali, l’opportunità (e la stabilità) del lavoro. Determinanti sono le condizioni di vita in senso lato, come la situazione ambientale, l’inquinamento, l’affidabilità e la fiducia nelle istituzioni, il contesto sociale nel quale crediamo di poter realizzare la nostra vita o dal quale sentiamo limitate o ostacolate le nostre possibilità di crescita e di serenità. La felicità e il benessere di ogni persona, quindi, dipendono molto più dagli altri che non dall’agire individuale, anche se l’agire di ognuno concorre al Bene comune, nella misura in cui si nutrono o si consumano le relazioni e i rapporti e si definiscono le condizioni e il contesto che ne facilita o ne limita la possibilità di sviluppo. In questa logica la comunione, la fraternità e la solidarietà, intesa come convergenza di interessi, idee, sentimenti, progettualità sono il fondamento del Bene comune. Occorre imparare a spostare lo sguardo verso l’altro e nella sua felicità e nel suo bene, riconoscere la realizzazione anche del proprio bene e, in questo modo, del Bene comune, che non ha fine in sé ma come strumento per il bene del singolo o dei gruppi di individui.

Nell’enciclica Fratelli tutti, Papa Francesco ci propone il modello del buon samaritano, ricordandoci la necessità di far risorgere la nostra vocazione di “costruttori di un nuovo legame sociale” nel quale si persegua il Bene comune, andando oltre la logica individuale e superando la valutazione del singolo in una prospettiva di gratuità e di proiezione verso l’altro. Nel racconto, diverse persone passano senza fermarsi accanto al ferito, perché, nonostante il ruolo importante che svolgono nella società non sono capaci di riconoscere il valore di un’azione non direttamente finalizzata alla loro soddisfazione, non riconoscono il valore di quella relazione e non perseguono il Bene comune. Il samaritano, invece, si ferma, cura lo sconosciuto, gli sta accanto, gli dona il proprio tempo. Forse aveva progettato di spendere diversamente la sua giornata, in base ai suoi programmi e ai suoi bisogni, ma è stato capace di fermarsi davanti a quel ferito, di uscire dal proprio interesse e abbracciare il bisogno altrui, di spostare lo sguardo da sé stesso all’altro, di dedicarsi a lui, rivedendo le proprie priorità. «Coi suoi gesti il buon samaritano ha mostrato che l’esistenza di ciascuno di noi è legata a quella degli altri: la vita non è tempo che passa, ma tempo di incontro» (Fratelli tutti, 66).

Abbracciare una logica di fraternità ci può aiutare a considerare la vita sociale come un complesso di opportunità da cogliere insieme. In questa prospettiva, possiamo riconoscere come l’agire umano, a partire dalla più intima dimensione famigliare fino alle più globali operazioni di mercato, sia inserito in un sistema che può offrirci occasioni di crescita da sviluppare insieme agli altri e non contro di loro. Anche l’economia di mercato può dispiegarsi in un insieme di rapporti cooperativi, in cui mercato e imprese, prima di essere luoghi competitivi, sono una rete di relazioni sulle quali si fonda la legittima competizione.

Il Bene comune è inscindibilmente legato alla dimensione collettiva perché costituito e fondato su relazioni e rapporti; «è il bene di quel “noi-tutti”, formato da individui, famiglie e gruppi intermedi che si uniscono in comunità sociale. Non è un bene ricercato per sé stesso, ma per le persone che fanno parte della comunità sociale e che solo in essa possono realmente e più efficacemente conseguire il loro bene» (Caritas in veritate). In questo senso, le relazioni determinano la qualità e l’esistenza del Bene stesso. Se spezziamo le relazioni o, come nel racconto del Samaritano, non ci fermiamo a crearle con un vicino che vediamo estraneo anziché fratello, non solo limitiamo il suo, ma anche il nostro benessere, e distruggiamo il Bene comune. Quando, invece, sappiamo vivere la fraternità e «la dignità dell’uomo viene rispettata e i suoi diritti vengono riconosciuti e garantiti, fioriscono anche la creatività e l’intraprendenza e la personalità umana può dispiegare le sue molteplici iniziative a favore del Bene comune» (Fratelli tutti, 22).

*Componente del Centro studi dell’Azione cattolica italiana