Violenza contro le donne: l’altra pandemia

Nella Giornata per l’eliminazione della violenza contro le donne, la denuncia appello della presidente dell’Unione mondiale delle Organizzazioni femminili cattoliche (Umofc).

Di quale violenza contro le donne parliamo? Della violenza psicologica, verbale, fisica, sessuale o simbolica? Perché tutte queste, in aggiunta al femminicidio, sono aumentate durante la pandemia.

“Le testimonianze delle vittime che hanno il coraggio di rompere il silenzio sono un grido di aiuto che non possiamo ignorare, non possiamo girarci dall’altra parte”, ci diceva Papa Francesco il 1° febbraio 2021.

Questo è uno dei motivi per cui l’Unione Mondiale delle Organizzazioni Femminili Cattoliche (Umofc) ha fondato, in forma sperimentale, l’Osservatorio Mondiale delle Donne. Abbiamo ora i primi risultati riguardo all’impatto del coronavirus sulle donne dell’America Latina e dei Caraibi. 25 esperte provenienti da 14 paesi hanno affermato che la pandemia ha aggravato una violenza strutturale preesistente.

Lo stress, l’angoscia e l’ansia dell’isolamento hanno provocato e peggiorato situazioni di violenza domestica. Le chiese, durante il confinamento, non hanno potuto offrire spazi di ascolto e denuncia.

Il fatto che vittime e aggressori abbiano convissuto in uno stesso spazio, isolato dal resto, ha provocato l’aggravarsi dell’altra pandemia: la violenza. Non potendo uscire, le donne sono rimaste senza la possibilità di chiedere aiuto. I minori a loro volta, non potendo andare a scuola, hanno perso il proprio spazio di espressione e protezione.

Si stima che il 70% dei femminicidi sia avvenuto nella casa condivisa con l’aggressore. Alcuni di questi sono stati rilasciati dalla prigione – a causa del rischio di contrarre il virus – e sono tornati a vivere con le loro vittime, chiusi tra le quattro mura della casa di famiglia.

Secondo alcune esperte, in alcune comunità, non solo è aumentata la violenza psicologica contro le donne dall’inizio della pandemia, ma è anche aumentato il numero di gravidanze di bambine, anche di appena 10 anni, a causa di abusi da parte di membri della famiglia (padri, fratelli, zii o nonni).

E la pandemia non ha fermato le reti della tratta di esseri umani; al contrario, c’è stato un aumento di questo traffico, spesso con forze di polizia che lo favoriscono e funzionari statali corrotti. I trafficanti e coloro che richiedono questi servizi in cui le donne sono una merce hanno stabilito nuove strategie per reclutare e “commercializzare” le vittime, attraverso mezzi come Internet e reti di trasporto che portano le vittime dai clienti e le riportano indietro.

Le esperte propongono, in primo luogo: creare spazi dove le donne possano essere ascoltate, luoghi dove si sentano sicure quando vogliono chiedere aiuto e dove siano accompagnate.

Secondo: la formazione delle donne come elemento chiave per la propria autoaffermazione, per la trasformazione della violenza simbolica strutturale attraverso l’educazione che promuova una cultura dove uomini e donne vivano nel rispetto reciproco e nell’applicazione uguale dei loro diritti.

Terzo: l’inclusione delle donne nelle sfere decisionali delle politiche pubbliche e, da lì, la promozione di programmi a favore delle popolazioni vulnerabili al rischio di violenza.

Questo richiede senza dubbio una corresponsabilità da parte degli uomini e delle donne nell’eliminazione della violenza contro le donne.

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Autore articolo

María Lía Zervino