Il saggio del Presidente nazionale dell’Ac. L’impegno dei credenti nella storia

Un passo nuovo e coraggioso

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Concorrere alla costruzione di una comunità umana più fraterna: è questa la “nuova frontiera” che il cristianesimo ha davanti a sé. Prendendo le mosse da questa affermazione di Papa Francesco, il Presidente nazionale dell’Ac, Matteo Truffelli ci regala il saggio da oggi in edicola, per i tipi dell’Editrice Ave, Una nuova frontiera. Sentieri per una Chiesa in uscita, in cui prova a dire in che modo i credenti possono contribuire, concretamente, a lasciare nel mondo l’impronta evangelica della fraternità; un dovere tanto più cogente quanto più il mondo si fa complesso, luogo della divisione più che dell’unità. Qui vi proponiamo un breve estratto dal libro dedicato in particolare alla questione “cattolici e politica”, nel quale si sottolinea come dentro la comunità cristiana «non abbiamo ancora metabolizzato il fatto che la pluralità delle scelte e delle posizioni politiche interne al mondo ecclesiale possa rappresentare una ricchezza, e non una difficoltà». E dove è chiesto di «abbandonare l’idea che ci sia un’unica possibile traduzione dei valori in cui crediamo e della fede che viviamo».(Comunicato stampa Ave).

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Una fede incarnata
(...) La politica non può essere considerata estranea alla missione del Popolo di Dio nel mondo. Se da un lato occorre tenere sempre ben chiara la distinzione dei diversi piani in cui ci è chiesto di agire – quello nel quale ciascuno è chiamato a mettere in gioco, individualmente o insieme ad altri, la propria responsabilità personale, la propria coscienza formata, e quello nel quale ci muoviamo come comunità cristiana – dall’altro occorre anche ricordare che non possiamo sottrarci al dovere di un serio discernimento comunitario, da esercitare rispetto alle principali questioni che il nostro tempo ci pone dinnanzi. Sapendo esprimere valutazioni equilibrate e coerenti e tentando, soprattutto, di indicare soluzioni possibili e strade attraverso cui realizzarle.
(…) Interpellati dal nostro tempo, siamo chiamati a leggere in maniera condivisa la realtà per coglierne i connotati fondamentali, individuare le urgenze e le sfide principali che essa pone e discernere, insieme, come contribuire a indirizzarne gli sviluppi. Un compito che non può essere semplicemente delegato a qualcuno, a “un’autorità superiore”, religiosa, intellettuale o politica che sia, perché è responsabilità di tutti  i credenti, di ognuno e di tutti insieme.
È una responsabilità che per poter essere esercitata implica la necessità di mettere a punto strumenti, spazi e occasioni appropriate. Chiede di educare la comunità alla fatica del discernimento: discutere senza lacerarsi, giudicare senza semplificare, scegliere senza assolutizzare. E chiede, ancora più a monte, di formare ciascun credente, a ogni età e in ogni condizione, al valore e al significato del Bene Comune, alle sue implicazioni, al coinvolgimento che esso comporta.

Al tempo stesso, non possiamo perdere di vista la consapevolezza che sempre, e inevitabilmente, confrontarci con le concrete contingenze della storia ci impone di misurarci con la «legittima molteplicità e diversità delle opzioni temporali» che i credenti possono assumere nel tentativo di avvicinarsi alla realizzazione del maggior bene storicamente possibile. Non possiamo dare per scontato che questa convinzione rappresenti una mentalità pacificamente acquisita dentro la comunità cristiana, e nemmeno all’interno dell’Azione Cattolica. Al contrario, dobbiamo crescere molto su questa strada. Non abbiamo ancora metabolizzato il fatto che la pluralità delle scelte e delle posizioni politiche interne al mondo ecclesiale possa rappresentare una ricchezza, e non una difficoltà. Ci è chiesto anche qui un esercizio difficile, che consiste nell’abbandonare l’idea che ci sia un’unica possibile traduzione dei valori in cui crediamo e della fede che viviamo.
Occorre assumere questa consapevolezza, per saper fare di questa molteplicità una risorsa. Dobbiamo farlo innanzitutto dentro la comunità ecclesiale, dove ormai da decenni prevale la tentazione di evitare di discutere le questioni politiche per timore delle contrapposizioni che esse inevitabilmente comportano. Una divisione che possiamo assumere positivamente solo se sappiamo che ben più radicali sono le ragioni dell’unità.

Solo così potremo sottrarci alla tentazione, sempre incombente, di “tirare il Vangelo per la giacca”, ascrivendolo con troppa leggerezza alle nostre convinzioni o alla nostra parte politica, e squalificando coloro che dentro la comunità ecclesiale non la pensano come noi. Additandoli come credenti incoerenti e, a seconda dei  casi, come traditori dei valori fondamentali della fede, perché svenduti alle seduzioni della mondanità, o come interpreti inadeguati della sua forza umanizzante, perché incapaci di trovare un punto di incontro tra affermazioni di principio e concrete condizioni della società. Solo sottraendoci a questo modo di concepire il legame tra Vangelo e politica potremo depotenziare il rischio che qualcuno pensi di poter fare della fede – o più precisamente della religione – uno stendardo di cui appropriarsi per poterlo sbandierare, in maniera più o meno insincera e strumentale, per scopi di parte.
È a queste condizioni, mi pare, che potremo continuare a nutrire la vita politica del nostro tempo con la linfa di una fede incarnata, capace di offrire alla società di oggi il lievito di una visione dell’uomo e della società, un senso del bene e della giustizia e un impegno concreto per la realizzazione di una convivenza umana più giusta, più libera, più fraterna.

Pensare il futuro, dalla parte dei più deboli
Un’altra grande responsabilità a cui, in questa prospettiva, non possiamo sottrarci, è allora quella di ribadire e rilanciare il valore della politica. La sua crescente delegittimazione agli occhi di tanti cittadini ci impone di compiere uno sforzo culturale e formativo per ridirne il significato, per educare le persone alla passione per la politica, e anche per prenderci cura di coloro che si spendono in essa con generosità e competenza, a partire da chi è giunto a tale impegno sulla scorta del cammino vissuto in associazione. Persone a cui dobbiamo essere grati, qualsiasi scelta “di parte” abbiano fatto. Donne e uomini che non dobbiamo abbandonare a se stessi, ma continuare a sostenere, formare, mantenere ben radicati dentro il tessuto dell’associazione e della comunità ecclesiale. Occorre custodire la radice della loro vocazione a operare per il Bene Comune, preoccupandoci che non perdano il loro ancoraggio alla realtà. Un tipico difetto della comunità ecclesiale, invece, è quello di continuare a ripetere che c’è bisogno di buoni politici, di credenti che s’impegnino, salvo poi trattare come estranei coloro che iniziano a farlo, emarginandoli.

Occorre dunque rilanciare il valore e il senso della politica, anche aiutandola a recuperare un respiro grande. Un altro aspetto tipico della stagione attuale, infatti, è la tendenza a interpretare la politica come gestione di piccolo cabotaggio, come amministrazione dell’esistente finalizzata alla ricerca di un consenso facile e immediato, con la conseguente rinuncia a progettare il futuro. Basta vedere il modo in cui è stata affrontata la realtà delle migrazioni negli ultimi decenni: sempre cercando di gestire l’emergenza, di “limitare i danni”, senza mai riflettere sulla possibilità di partire da essa per interrogarci sulla società che vogliamo essere.  Recuperare il significato profondo della politica significa, oggi, riscoprire il senso di una politica capace di pensare il futuro, di dire in che direzione vogliamo andare, insieme. Chiederci come ridisegnare il lavoro, la scuola, le città, l’utilizzo delle risorse ambientali, e molto altro, per indirizzare e non subire passivamente i cambiamenti che ci attendono.

In quest’ottica la grande questione da cui prenderà forma il futuro, e di cui perciò dobbiamo farci carico, è senz’altro quella della crescente diseguaglianza. Chiederci come stare nella storia, oggi, vuol dire più di ogni altra cosa chiederci come contribuire a ridurre le diseguaglianze che caratterizzano il nostro tempo. Significa prendere le parti di chi ha meno possibilità di far valere i propri diritti, la propria voce, i propri bisogni, le proprie capacità. Mettersi dalla parte di chi da questa disuguaglianza è schiacciato, ricordandoci che la politica ha significato se serve a chi non ha privilegi, a chi è meno forte, meno ricco, meno acculturato. Chi già vive nell’abbondanza, chi sta bene, chi ha forza e potere non ha bisogno della politica per difendere i propri diritti, o i propri privilegi. Ci è chiesto dunque di stare dentro la realtà del nostro tempo, assumendo il punto di vista dei più deboli, a vantaggio non solo di chi è fragile, ma di tutta la collettività. Farci carico della storia in cui viviamo ci impone di assumere come ragioni delle nostre azioni e come metro per giudicare le scelte della politica le conseguenze che esse comportano per i più deboli. È questa la strada attraverso la quale potremo affacciarci sulla frontiera che ci separa da un futuro più umano, più fraterno.