Un’eredità impegnativa e vitale

Se vogliamo davvero vincere le mafie, perché la memoria di quelle stragi del ’92 non sia sterile ricordo o burocratico adempimento, ma serva per il presente e per il futuro, occorre l’impegno di un popolo e delle istituzioni tutte. Un impegno che deve essere azione educativa, sociale e politica

Sono passati trent’anni dalle stragi di Capaci e via D’Amelio. Oggi il 40% dei cittadini italiani non ha un ricordo diretto di quello che accadde in quell’estate siciliana a Palermo. Proprio per questo bisogna fare memoria sempre più, sfuggendo ogni retorica e cercando di comprendere cosa realmente accadde. Per non fare passi indietro ma per farne avanti, per rendere più incisivo l’impegno per contrastare le mafie.

Molto è stato chiarito ma non tutto. Mancano alcuni tasselli, sui depistaggi e sulle zone d’ombra che vi furono, come è stato accertato dal quarto processo per l’omicidio Borsellino. La Cassazione a novembre scorso ha affermato che l’uccisione di Paolo Borsellino era inserita nell’ambito di una più articolata “strategia stragista” unitaria, rispondeva a tre finalità di Cosa Nostra. Vendicarsi, per lattività professionale del magistrato; prevenire, in relazione alla possibilità che Borsellino divenisse capo della Procura Antimafia; destabilizzare, per esercitare una pressione sulla politica e sul governo e mettere in ginocchio lo Stato.
Fino a quel maggio del ’92 rappresentanti dello Stato, politici come Pier Santi Mattarella (1980) e Pio La Torre (1982), il prefetto di Palermo Carlo Alberto Dalla Chiesa (1982), poliziotti, carabinieri, imprenditori, giornalisti, cittadini inermi, erano stati uccisi dalla mafia, come anche altri magistrati: Pietro Scaglione (1971), Cesare Terranova (1979), Gaetano Costa (1980), Giacomo Ciaccio Montalto (1983), Rocco Chinnici (1983), che a capo dell’Ufficio Istruzione di Palermo creò il «pool», un gruppo di magistrati, fra i quali proprio Falcone e Borsellino, che coordinavano le indagini, mettevano insieme ‘i pezzi’, condividevano le informazioni, una ‘buona prassi’ che dopo la morte di Chinnici fu proseguita da Falcone e Borsellino e condusse al maxi-processo, che sanciva l’esistenza di una struttura unitaria di Cosa Nostra. Grazie a Chinnici, a Falcone e a Borsellino il principio di coordinamento investigativo è oggi una realtà nell’ordinamento giudiziario italiano ed europeo, con l’istituzione della Direzione nazionale Antimafia, voluta fortemente da Falcone, con Eurojust e la Procura europea. Un crimine globalizzato richiede un’azione investigativa altrettanto globalizzata.

Dopo Chinnici furono uccisi dalla mafia ancora Alberto Giacomelli (1988), Antonino Saetta con il figlio Stefano (1988), Rosario Livatino (1990), Antonino Scopelliti (agosto 1991), magistrato che probabilmente avrebbe rappresentato la Procura generale in Cassazione nel maxi-processo a Cosa Nostra.
La scansione dei tempi è importante.
Dicembre 1991, i capi di Cosa Nostra decidono gli omicidi di Falcone e Borsellino.
Gennaio del 1992, il maxi-processo viene concluso in Cassazione.
Maggio e Luglio 1992, Cosa Nostra uccide Giovanni Falcone e Francesca Morvillo, Paolo Borsellino, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, Vito Schifani, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi, Claudio Traina.
Falcone viene ucciso, con le donne e gli uomini che lo tutelavano, nonostante tre auto blindate, una azione di guerra. La morte di Borsellino poco meno di due mesi dopo l’attentato a Falcone. Sembrava che lo Stato non fosse in grado di proteggere i suoi uomini, che la mafia, nonostante il maxi-processo, avesse comunque vinto. Questo era il risultato ‘politico’ che la mafia voleva raggiungere, riaffermarsi nel sentire collettivo come vincente.
Chi ha vissuto quei mesi percepiva il pericolo per la tenuta democratica del paese, si vide Cosa Nostra attaccare lo Stato come mai era accaduto, mentre in Parlamento la politica si mostrava debole, incapace di eleggere il Presidente della Repubblica.

Certo Falcone e Borsellino sapevano, capivano che la loro vita era a rischio, Borsellino ancor più dopo la morte di Falcone. Ma c’era qualcosa per cui valeva la pena andare avanti con coraggio. C’era un senso, del quale oggi come allora dobbiamo essere loro profondamenti grati e che ci viene affidato come un testimone. Il senso di amare la propria terra e la propria gente ai quali garantire giustizia, libertà e dignità. Il dover dare un senso alla morte dei tanti che, prima di loro, erano stati uccisi dalla mafia, che avevano provato ad andare in fondo ma erano stati fermati. Il senso di rispettare profondamente la Costituzione, che chiede a chi ricopre funzioni pubbliche di adempierle con disciplina e onore. La consapevolezza che la mafia stava mettendo in pericolo la democrazia, che vi fosse una emergenza democratica.

Ma Cosa Nostra con le stragi non vinse, perché le morti dell’estate del ’92 fecero crescere una consapevolezza civile nuova, la tragedia portò a nuove leggi, molto più incisive, a una mobilitazione civile, sociale e culturale a Palermo, in Sicilia, in tutta Italia, a una operazione di conoscenza e di contrasto anche sociale alle mafie come mai vi era stata prima: a cominciare dalle scuole. Come pure ai tradizionali strumenti di contrasto si sono affiancati sempre più le confische dei patrimoni mafiosi e il riutilizzo con finalità sociale, il segno della vittoria dello Stato che trasforma la protervia mafiosa in servizi per i cittadini, spesso i più fragili. Sono stati trent’anni di crescita collettiva del paese. Ma c’è ancora molto altro da fare.

Falcone e Borsellino richiedono, in particolare alle nuove generazioni, un rinnovato impegno per la giustizia e per la democrazia. Un impegno che non può significare solo repressione, ma che è conoscenza viva della Costituzione da attuare nel quotidiano, del valore della libertà e della dignità della persona, che le mafie mortificano con la violenza, l’omertà, la sopraffazione. Un impegno che deve essere azione educativa, sociale e politica.

Azione educativa. Non è un caso che negli anni successivi alle stragi verranno uccisi don Pino Puglisi a Palermo (1993) e don Peppe Diana a Casal di Principe (1994). Le mafie capirono che dovevano reagire non solo rispetto all’azione repressiva, ma anche alla reazione culturale, morale e religiosa che da quelle stragi era nata, che invitava a percorsi di liberazione, a pronunciare la parola mafia senza paura, a combattere l’omertà. Questa azione è oggi più che mai necessaria, per reagire alla mafia militare, quella del controllo del territorio, ma anche a quella finanziaria, occulta, che inquina l’economia con le grandi risorse economiche di cui dispone grazie al narcotraffico. Una responsabilità educativa che il mondo ecclesiale deve ancora di più fare propria, nella vicinanza e nella solidarietà a chi è sottoposto oggi all’azione delle mafie, a chi ne è stato vittima, nel dare coraggio, perché solo l’agire insieme, l’associarsi, il favorire la coesione sociale da contrapporre a quella mafiosa, l’essere comunità aiuta a sconfigge l’omertà e la sopraffazione che si nutrono dell’isolamento e della solitudine.

Azione sociale e politica. La circostanza che le mafie, in alcuni territori, non si palesino più con azioni militari eclatanti non significa che le mafie non esistano. Tutt’altro, il low profile militare è strategia acuta, serve a continuare a delinquere.
Le mafie non sembrano più un tema centrale dell’agenda politica del paese e dell’UE, eppure quello mafioso è problema non solo nazionale ma globale. Delle mafie si torna a parlarne solo quando uccidono, e di solito per poco tempo. L’azione politica, invece, non può ignorare il tema come permanente priorità. Dove lo Stato è assente le mafie si affermano come stato parallelo: danno illecito lavoro, ‘aiutano’ con l’usura famiglie e imprenditori, garantiscono l’ordine pubblico o assegnano abusivamente le abitazioni dell’edilizia popolare, si creano consenso sociale. In altri ambiti intervengono con le imprese mafiose, che godono di enormi liquidità, inquinando il mercato, corrompendo o intimidendo funzionari della pubblica amministrazione.

Una politica che davvero voglia eliminare il consenso sociale alle mafie deve preoccuparsi non solo di reprimere ma di prevenire, con politiche per la casa, per il lavoro, per la famiglia, contro l’evasione scolastica.
Occorre riappropriarsi di interi quartieri, oggi in mano alle mafie, con politiche di investimento privato oltre che pubblico, che facciano riconoscere dello Stato il volto amico e solidale e non solo quello delle manette e degli arresti. Non è più tempo di sole deleghe alle forze di polizia e alla magistratura.

Se vogliamo davvero vincere le mafie, perché la memoria di quelle stragi del ’92 non sia sterile ricordo o burocratico adempimento, ma serva per il presente e per il futuro, occorre l’impegno di un popolo, per «sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità» (Borsellino). E anche delle istituzioni tutte, perché sarà possibile «vincere, non pretendendo l’eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni» (Falcone).

Francesco Cananzi, sposato con tre figli, è magistrato, attualmente consigliere della Corte di Cassazione. È stato componente ‘togato’ del CSM e presidente della Giunta distrettuale dell’Anm di Napoli. Entrato in magistratura nel 1993, per quattordici anni al Tribunale di S. Maria Capua Vetere, dal 2008 è stato Gip al Tribunale di Napoli.