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Intervista con Silvio Garattini

Una vita per la scienza all’insegna dell’amore per il prossimo

Silvio Garattini, farmacologo di fama mondiale e fondatore dell’Istituto Mario Negri, racconta a "Segno nel mondo" la sua gioventù in Azione cattolica e scruta il futuro della sanità in Italia
foto: Pixabay
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La sua è una delle voci più ascoltate in ambito scientifico. La combinazione perfetta di enorme competenza e capacità di rendere comprensibile a tutti la medicina, anche nei suoi aspetti più complessi, lo ha reso uno dei volti più noti al pubblico in materia di farmacologia e cura del cancro. A 95 anni compiuti, dal 2020 la sua azione incessante non smette di spiegare Sars-Cov-2, come combatterlo, che cosa attenderci per il futuro prossimo e ora, che la tempesta sembra essersi attenuata insiste perché il Sistema sanitario italiano metta a frutto l’enorme lezione che ha ricevuto dalla pandemia. Una vita per la scienza all’insegna dell’amore per il prossimo.

La ricerca e la medicina sono la sua vita, eppure nella mente di Silvio Garattini, fondatore nel 1961 dell’Istituto Mario Negri, rimangono limpidi i ricordi oramai lontani di quegli anni trascorsi nell’oratorio di Borgo Palazzo a Bergamo e poi nella Gioventù studentesca di Azione cattolica, dove ha ricoperto anche incarichi regionali, fino all’impegno in prima linea nelle conferenze del 1948, quando lo spettro del comunismo aleggiava sull’Italia che era uscita distrutta dalla seconda guerra mondiale. Nomi entrati nella storia recente dell’Italia e della Chiesa per Garattini sono relazioni vissute ed evocano battaglie comuni: si tratta di Luigi Gedda, di Carlo Carretto, come pure con assistenti straordinari quali don Giuseppe Nebiolo (tornato alla casa del Padre il 18 novembre di vent’anni fa) e don Arturo Paoli (leggi l’intervista su Segno nel mondo n.4/2023 e scaricala qui).   

Prof. Garattini, la pandemia da Covid-19 ci ha lasciati una società affaticata, sfilacciata. Pensa che in questo consenso l’associazionismo cattolico abbia ancora un ruolo?

Di certo l’associazionismo va promosso e incoraggiato. Quando ero giovane io, l’oratorio era percepito come molto più importante e raccoglieva molti più giovani, che oggi hanno molte più possibilità e altri richiami. Ma una formazione cattolica rimane desiderabile in questo tempo, poiché ha per obiettivo un modo di pensare che si rivolge agli altri e non si ferma a noi stessi. Ha uno scopo alto, lo stesso peraltro della ricerca scientifica: mettersi in relazione con l’altro, specie se sofferente, e aiutarlo, mettere al centro i poveri del pianeta. Su questo mi pare che papa Francesco abbia portato un importante cambiamento di ottica.

Chiesa e scienza: ci sono stati scontri passati alla storia. Oggi invece papa Francesco si rifà alla ricerca, specie nei documenti sulla cura della “casa comune”. Come descriverebbe questa relazione?

La scienza, se regolare, non è mai contraria all’etica, anzi è in armonia. È in contesto scientifico che sono nati i comitati di bioetica presenti oggi in tutte le organizzazioni e nelle aziende sanitarie locali. Detto questo, non possiamo nasconderci fenomeni che finiscono per essere contrari alla scienza stessa: per esempio, i molti anziani che vivono assumendo fino a 15 farmaci al giorno. Starebbero meglio con dieci o cinque? La verità è che nessuno lo sa. L’eccesso è frutto della predominanza comunicativa dell’industria farmaceutica, ma questo è un altro discorso.

Quale lezione abbiamo imparato dalla pandemia da Covid-19?

Da bravi italiani, passata la fase acuta, abbiamo archiviato il problema e non abbiamo messo in campo nessuna iniziativa significativa in caso di nuova pandemia. Avremmo dovuto implementare strutture e personale, per evitare di dover dirottare tutto l’esistente al nuovo virus subendo così danni e morti a causa delle altre malattie trascurate. Le carenze sono emerse soprattutto a livello territoriale, ma non stiamo facendo nulla, se non le Case di comunità ma tutto procede con lentezza. Di certi ci siamo resi conto della grandissima importanza del nostro Sistema sanitario nazionale, un bene da preservare perché permette cure assai costose a tutti i cittadini, come per esempio la chemioterapia o i trapianti.

Quali rischi intravvede per il futuro della sanità?

Nel quadro generale, a causa delle lunghe liste d’attesa, sta passando l’idea che pagando si ottiene tutto. Questo è molto grave, introduce una forte disuguaglianza tra i cittadini, in contrasto con la Costituzione. Oltre a questo, uno dei grandi problemi è che la medicina si presenta oggi come un grande mercato che intende continuare ad aumentare i profitti. La tendenza è dunque quella di “medicalizzare” la società e invece molte malattie croniche e tumori sarebbero evitabili se si tornasse a investire in prevenzione e nelle abitudini di vita: i 180 mila morti di cancro all’anno che abbiamo hanno a che fare di certo con il fatto che 11 milioni di italiani sono fumatori o abusano di alcol e droga.

Un passaggio chiave arriverebbe proprio dall’unire più medici nelle Case di comunità e connetterle ai servizi sociali, per raggiungere i pazienti a domicilio, anche con l’aiuto del volontariato. Ma le risorse sono state messe solo sulla parte edilizia di questa operazione….

C’è un principio che l’ha accompagnata lungo tutti questi anni di attività?

Amerai il prossimo tuo come te stesso, mi è rimasto dentro dagli anni giovanili ed è alla base dell’azione dell’Istituto Mario Negri, dove facciamo ricerca, individuiamo nuovi farmaci ma non creiamo brevetti, anzi condividiamo il sapere. Penso che questo principio valga sempre, ancora di più nella grande pluralità di visioni che contraddistingue la nostra società e di fronte a importanti questioni etiche.

*intervista con Silvio Garattini di Luca Bortoli

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