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A cento anni dalla nascita, il sacrificio di Gino Pistoni nella Resistenza

Una testimonianza «da scrivere col sangue»

Gli studi più o meno recenti che hanno posto al centro della loro indagine la partecipazione dei cattolici alla Resistenza concordano nell’affermare che il contributo offerto dal laicato cattolico organizzato al movimento di liberazione fu di assoluto valore. Visto che, come dimostrano anche cifre e testimonianze raccolte, naturalmente per difetto, nella documentazione archivistica, decisamente considerevole fu il numero di soci, socie e assistenti che si spesero attivamente nella lotta partigiana e che persero la vita nel corso dei mesi di occupazione nazifascista.

Per giustizia e per amore

Se dopo la ratifica dell’armistizio dell’8 settembre in molti contesti divenne pressoché impossibile per l’Azione cattolica continuare a svolgere ufficialmente le proprie attività e rispettare gli appuntamenti associativi senza cadere nella perniciosa vigilanza nazifascista, i soci si impegnarono per rinsaldare i vincoli associativi e per consolidare i legami assicurati dalla comune adesione agli stessi ambienti e ai medesimi valori culturali e religiosi. In diversi casi, a dare al loro processo decisionale una spinta verso l’opzione armata contro l’occupante fu proprio questa nuova rete associativa .
L’esponente democristiano Benigno Zaccagnini, ricordando la sua esperienza e quella del gruppo che ruotava intorno alla sua carismatica figura, delineava brevemente i dubbi e le paure che avevano colpito molti soci dopo l’8 settembre: «Cominciammo a tessere le nostre file […]. Ma quante discussioni! Potevamo essere dei ribelli? Era lecita la rivolta? Era lecita quella particolare forma di guerra che era la guerra partigiana? Noi non potevamo agire né per vendetta, né per calcolo, né per odio, ma solo per giustizia e per amore. Si poteva entrare in quella bufera scatenata di vendetta, di delazioni, di sabotaggi, di distruzioni con la divisa dell’amore? Si poteva essere, come la preghiera diceva, ribelli per amore? La necessità dell’azione, dell’organizzazione, dei collegamenti soverchiavano spesso in pratica questi nostri tormenti, ma le domande ci tornavano insistenti in fondo alla coscienza» (La resistenza fu sacrificio e rischio affrontati per giustizia e amore, in «Ricerca», 11 (1955), 8-9, pp. 1-2).

La tela associativa e l’opera nella Resistenza

Il dato della comune militanza nell’associazione, quindi, fu un elemento che alcuni soci utilizzarono come grimaldello per forzare la propria coscienza e superare i propri indugi ad entrare tra le file delle formazioni partigiane. I gruppi di giovani legati dalla condivisione di spazi, legami, educazione e riflessioni propri della formazione ricevuta nei circoli dell’Azione cattolica vennero strutturando, in molti contesti, delle vere e proprie collettività ristrette che reagirono in maniera consequenziale all’elaborazione fatta tra la cerchia degli aderenti. La tela associativa svolgeva dunque una funzione protettiva verso il singolo e forniva un forte e preciso elemento identitario a cui aggrapparsi per iniziare (o continuare) la propria opera nella Resistenza.
In questo senso, sembra opportuno dare ulteriore rilevanza a tutte quelle testimonianze di adesione ideale verso l’associazione che molti giovani decisero di fissare negli ultimi scritti al momento della loro condanna a morte o, addirittura, poco prima di morire in battaglia. L’ultimo atto di lealtà, compiuto di fronte al sacrificio più estremo, era in fondo un modo per sottolineare quella comunanza di valori che essi ritennero di aver assorbito durante gli anni di formazione nei circoli associativi della loro città e di aver ricondotto, riadattandoli alle esigenze dei tempi, anche nel loro impegno nella lotta contro l’occupante nazifascista.

Ti ringrazio per avermi chiamato a far parte dell’Azione Cattolica

Tra le storie più note, in questo senso, vi fu quella di Luigi Pistoni, detto Gino, nato a Ivrea il 25 febbraio 1924 e cresciuto nel circolo Giac «Contardo Ferrini» interno al collegio «San Giuseppe» di Torino. Fin dalla giovinezza, distintosi per capacità e dedizione, venne chiamato a collaborare con il Centro diocesano della Gioventù cattolica di Ivrea. Del quale divenne successivamente segretario, avendo la possibilità di lavorare a stretto contatto con il presidente Giovanni Getto, che diverrà il suo primo biografo nel dopoguerra, e l’assistente don Mario Vesco.
Non ancora ventenne, nel gennaio del 1944 venne richiamato per il servizio militare da uno dei bandi di reclutamento emessi dalla Rsi. Prima di recarsi in caserma per arruolarsi nella Guardia nazionale repubblicana ebbe modo di partecipare ad Asti al ritiro regionale della Giac per i dirigenti piemontesi, dove conobbe Carlo Carretto che lo invitò a prendere parte alle attività della Società operaia, un sodalizio di speciale consacrazione laicale fondato nel corso del 1942 da Luigi Gedda, nella quale entrò il 7 aprile di quello stesso anno, in occasione del Giovedì Santo. Nella preghiera che compose per l’ingresso, tra l’altro, ebbe a scrivere: «Ti ringrazio per avermi chiamato, due anni fa, a far parte dell’Azione Cattolica, e di aver dato alla mia vita, prima di allora veramente vuota, uno scopo che la rendesse degna di essere vissuta».

Il no all’esercito repubblichino e la lotta partigiana

Dopo un brevissimo periodo di formazione militare e aver prestato servizio al distretto di Ivrea dal 30 aprile al 26 giugno del 1944, decise di abbandonare il proprio posto tra le fila dell’esercito repubblichino perché contrario ai valori che esso rappresentava e propagandava e di raggiungere le formazioni della Resistenza. Si unì quindi al battaglione «Caralli» della 76ª brigata della VII divisione Garibaldi, assumendo il nome di battaglia di «Ginas» e operando nella zona del Mombarone.
Il 25 luglio, mentre partecipava a un’azione nella valle di Gressoney, il suo reparto dovette ingaggiare un duro combattimento contro le truppe nazifasciste che ripiegavano dopo aver fatto saltare il ponte di Tour D’Héreraz. Durante la battaglia, mentre i suoi uomini cominciarono ad arretrare, Pistoni si attardò per aiutare un milite della Rsi ferito. Nel conflitto a fuoco che ne scaturì, una scheggia di mortaio lo raggiunse e gli recise l’arteria femorale mettendo fine alla sua esistenza dopo pochi minuti di agonia. Nel brevissimo lasso di tempo che ebbe a disposizione in attesa della morte, Gino volle scrivere sulla tela del suo tascapane un ultimo messaggio con il sangue che perdeva copiosamente: «Offro mia vita per Azione cattolica e per Italia, Viva Cristo Re».

La consapevolezza di dover operare per la salvezza del prossimo

Si trattò, forse, di un caso limite in cui la consapevolezza di dover operare per la salvezza del prossimo spinse al sacrificio personale per dare aiuto al proprio nemico sul campo. Ma fu, in verità, la rappresentazione di quello che significava per un cattolico scendere in battaglia dimostrandosi pronti persino a morire pur di non derogare al sentimento di pietà verso il prossimo.
La sua testimonianza in punto di morte getta ulteriore luce anche sull’apporto dato dalla più grande associazione laicale presente nel paese in quel periodo, nonché l’unica ufficialmente attiva in Italia fuori dalle organizzazioni fasciste, al processo che portò i suoi aderenti a definire una specifica coscienza resistenziale anche attraverso un costante e determinante richiamo a quanto appreso nei circoli associativi. Non era raro, infatti, che i soci, anche negli ultimi momenti che precedevano la loro morte in battaglia o nei campi di concentramento, sentissero il bisogno di dover esprimere ai cari la propria riconoscenza per quanto ricevuto negli anni trascorsi nei circoli dell’Azione cattolica o il desiderio di dare un ultimo segnale della propria appartenenza all’associazione.

Gino Pistoni: un uomo di Ac, un “ribelle per amore”

Del sacrificio di Gino Pistoni venne fatta memoria anche nel dopoguerra. Nella stampa associativa, dove venne ricordato come uno degli assertori più convinti della necessità di combattere senza odiare il nemico, anche fino al sacrificio della propria vita. Luciano Tavazza ne descriveva in questo modo gli ultimi istanti di vita: «Distese il sacchetto su una pietra, fino a farne un bianco fazzoletto, intinse un dito nella ferita aperta e cominciò a scrivere col suo sangue: “Offro mia vita per Azione Cattolica. Italia”. Gli si annebbiavano gli occhi. Aggiunse: “Viva Cristo Re” e si accorse d’aver scritto per traverso, malamente, ma non gli importava più nulla.
Aveva scritto l’ultima sua lettera, una delle tante della resistenza, senza una parola di odio. Perciò aveva usato il verbo “offro”, perciò era sceso al ponte a salvare il “marò”, perciò aveva scelto la via dei monti e della libertà» (Gino Pistoni. Caduto per la libertà, in «Il Vittorioso», 18 (1954), 17, p. 6). Un “ribelle per amore”, dunque, che preferì scegliere l’estremo sacrificio pur di dare testimonianza dei valori e insegnamenti introiettati anche nel percorso formativo e di militanza in Azione cattolica.

Per conoscere e approfondire il contributo dato alla Resistenza dai soci, dalle socie e dagli assistenti di Azione cattolica si consiglia il portale Biografie Resistenti. Lanciato dall’Isacem-Istituto per la storia dell’Azione cattolica e del movimento cattolico in Italia Paolo VI il 25 aprile del 2020, in occasione del 75° anniversario della Resistenza.

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