Scuola e didattica a distanza

Una sfida (e qualche dubbio) da vincere

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di Tommaso Marino* - Ci voleva un virus Rna a filamento positivo, un organismo seicento volte più piccolo di un capello umano, per fornire alla scuola una brusca accelerazione nell’introduzione e nell’uso di (ex nuove) tecnologie. In pochi giorni abbiamo tutti ubbidito ad un grande “papà” che ci ha consigliato e costretto ad usare la didattica a distanza. Si sono installate piattaforme, app, software e tanti altri strumenti atti a sostituire la didattica in presenza, resa pericolosa dal possibile contagio del virus in aula. Adesso, a distanza di mesi, la situazione si è sufficientemente stabilizzata per poter avviare una serena riflessione sulla sua efficacia e, viste le ultime indicazioni ministeriali, progettare l’avvio del prossimo anno scolastico a partire dall’esigenza di utilizzare la didattica a distanza per l’attività ordinaria.

Questo cambio di paradigma ci sollecita tutti a ripensare il luogo e il ruolo della scuola, come una unica esperienza di socialità, di ascensore sociale e di formazione utile e necessaria per lo sviluppo di una società. In queste settimane abbiamo visto tante cose: software messi a disposizione gratuitamente per poter poi creare effetto dipendenza, iscrizioni a servizi talvolta utili a cui abbiamo ceduto, spesso in maniera frettolosa e improvvida, i nostri dati in cambio del servizio, una messa a disposizione di molti materiali didattici utili e anche parecchi inutili, da inoltrare in automatico agli studenti. Si sono mobilitati docenti di ogni tipo, alcuni che hanno scoperto doti nascoste di ottima divulgazione e di efficace comunicazione, affiancati da tentativi goffi e arruffati di esperienze di videolezioni, come se fosse sufficiente parlare ad una videocamera per avere l’attenzione degli studenti e sviluppare competenze.

Abbiamo anche assistito all’effettuazione di sondaggi parascientifici, dove si è fotografata una realtà che forse risulta essere diversa da quella poi presentata. Le difficoltà di connessione, la divisione dei dispositivi tra fratelli e tra familiari, non hanno consentito a molti di partecipare attivamente alla vita della scuola. Il digitale non è cosa «altra da noi, il mondo digitale è il mondo reale. I ragazzi non sono on line, sono on life», come ci ricorda Luciano Floridi, esperto di tecnologie. E a proposito di scelte tecnologiche, in questi mesi abbiamo abbandonato nelle scuole, a prendere ulteriore polvere, centinaia di Lim, di dispositivi che solo pochi anni fa avrebbero dovuto rappresentare la rivoluzione digitale. Se invece di riempire le aule di Lim si fosse investito in cultura digitale, forse oggi avremmo maggiore efficacia nell’insegnamento. Dal mio piccolo osservatorio di docente ho notato che laddove la tecnologia era già usata nella prassi didattica, non è stato particolarmente difficile usare “solo” la tecnologia. Dove invece l’attività era la sola lezione frontale, si è continuato a registrare video o fare dirette web. Adesso è tutto da reinventare. Lo si deve fare però contemperando studi e riflessioni accademiche che si devono confrontare e verificare con la prassi didattica, di chi la fa tutti i giorni e che in questo periodo è stato in seconda linea, dopo gli infermieri, a fermare la pandemia dell’ignoranza. I tempi e i modi, i passi didattici andranno proposti e verificati con i docenti, che hanno anche le loro organizzazioni professionali, per elaborare efficaci percorsi didattici che non siano astratti e che non facciano riferimento ai soli paradigmi tecnocratici. Il tutto va poi riferito ai diversi ordini di scuola, che evidenziano esigenze diverse e chiedono proposte adeguate. Non basta avere delle bellissime lezioni di un grande esperto per fare una buona scuola, ma occorre avere un bravo docente formato in grado di organizzare un percorso scolastico anche con il contributo di esperti con un “prima” e un “dopo” didattico. Altrimenti basterebbe Youtube a sostituire la scuola. Guardando ancora più avanti, sarebbe utile avviare seriamente uno studio di fattibilità per utilizzare piattaforme con dei server e con software libero, per non dover dipendere da server o da aziende americane, che oggi conoscono forse di più e meglio la situazione nelle nostre scuole, forse più della stessa istituzione scolastica.

Nella scuola italiana sono presenti decine, se non centinaia di docenti volenterosi e capaci, sul piano didattico e tecnologico, in grado di fornire soluzioni e percorsi didattici. Gli animatori digitali, i responsabili del cosiddetto Piano nazionale scuola digitale e tanti altri. Occorre valorizzarli, assieme a tutto il mondo accademico che ogni giorno fa ricerca e lavora nei gruppi di didattica delle diverse discipline, collaborando fattivamente con chi, ogni giorno, svolge il proprio compito di educatore.

*Segretario nazionale del Movimento Lavoratori di Ac