Una risorsa chiamata Sud

Riflessioni a partire dalla “Lettera alla Politica” di mons. Mimmo Battaglia, arcivescovo di Napoli.

Lo scorso 21 luglio, mons. Mimmo Battaglia, arcivescovo di Napoli, in una “Lettera alla Politica” pubblicata dal quotidiano Avvenire, ha denunciato «come prete e come uomo del Sud» la mancanza del Sud in «questo Piano “nazional-europeo” (il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza – PNRR): manca «il Sud nella sua specificità di questione morale e politica e, quindi, democratica. E se manca il Sud in quanto tale, mancano anche i poveri nella loro drammatica peculiarità». Piuttosto, prosegue il presule: «Ho visto, e vedo, le ingiustizie inflittegli anche da chi – a causa di un antico e reiterato preconcetto – considera il Sud una zavorra e non una risorsa, e crede di poter agganciare il treno dell’Europa abbandonando sul binario morto quella parte del Paese che in più di mezzo secolo gli ha offerto non soltanto le braccia per le industrie, ma anche le intelligenze». Nel rilanciare la Lettera e la sua legittima richiesta di attenzione per il nostro Mezzogiorno, ricordando con mons. Battaglia quanto speranza e fiducia siano le vere risorse assenti nelle nostre comunità, e quanto occorra ripartire dalle relazioni, dai legami solidali tra i cittadini, dalla dignità di tutti, vi offriamo due riflessioni a commento di Simona Loperte, ingegnere per l’ambiente e il territorio e ricercatrice del CNR, già segretaria nazionale del Mlac, e Renato Meli, biblioteconomo e sociologo, Consigliere nazionale Ac per il settore Adulti; impegnati nel percorso di preparazione che condurrà alla Settimana sociale di Taranto il prossimo ottobre.

Il Sud che speriamo
di Simona Loperte – Ciò che rimarrà per sempre indelebile nelle nostre menti è quella sensazione surreale di un tempo sospeso dinanzi ad un destino reso incerto da un microscopico virus in grado di paralizzare il mondo. E questa paralisi, oltre che di spazi confinati, è stata soprattutto nelle nostre menti, iper stimolate e di colpo congelate sull’unica idea di sopravvivere ad un evento che mai ci si sarebbe aspettati di vivere nel 2020.
Col fiato sospeso dinanzi a scene di file di camion militari carichi di bare, di terapie intensive al collasso, e di nazioni, fra le più industrializzate del mondo, in cui non si riuscivano a trovare delle banali mascherine, non si avevano più le energie per sognare. L’incertezza del presente era tale da non consentire di proiettarsi nel futuro. Anche in quello più immediato. Tali e tante le preoccupazioni dell’oggi che non ci si riusciva a prefigurarsi in un domani nebuloso, di cui non si intravedevano i contorni. Smettere di sognare è sintomatico di chi ha paura, di chi non può consentirsi di disperdere risorse strettamente necessarie a garantirsi la sopravvivenza.  Di chi non ha più speranza, fiducia nel futuro.
In tali situazioni di forte stress, si sviluppano nuove capacità di resistenza, di adattamento a scenari mutati. Coloro che ce la fanno, dimostrano di essere resilienti. Chi è nato nel Mezzogiorno d’Italia ha, gioco forza, nel proprio DNA, una componente di resilienza più sviluppata di altri. Dimenarsi fra mille difficoltà e disservizi sprona sin dai primi vagiti a sviluppare quel problem solving, che rende ciascuno di noi meglio capace di adattarsi al divenire delle situazioni.

Persone così formate alla durezza della vita dovrebbero essere ancora più tenacemente abili di dare forma ai propri sogni. Ma è ancora possibile sognare vivendo al Sud Italia, o si è bloccati dalla paura? Come spronare e responsabilizzare le persone ed animare il dialogo istituzionale per garantire un futuro al nostro amato Sud Italia?

È quello che si sta chiedendo la commissione di esperti afferenti alle delegazioni della Pastorale Sociale e del Lavoro delle cinque regioni meridionali (Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia) per implementare il cammino preparatorio alla 49^ Settimana Sociale dei Cattolici Italiani. Quest’ultima si svolgerà a Taranto nel prossimo ottobre e si interrogherà su “Il pianeta che speriamo. Ambiente, Lavoro e Futuro #tuttoèconnesso”.

La 49° settimana sociale intende dare, infatti, un contributo per sostenere e orientare la formazione di un nuovo modello di sviluppo ispirato alla sostenibilità integrale, per attuare una resilienza trasformativa e accompagnare la transizione ecologica.

Assumendo quale piattaforma ideale di riferimento la Laudato si’ di Papa Francesco e sulla base di quanto delineato dai Lineamenta e dall’Instrumentum Laboris, sono stati implementati a livello regionale dei modelli di progettazione partecipata capaci di coinvolgere nelle fasi di preparazione, realizzazione e nel dopo Settimana Sociale, i principali portatori di interesse (istituzioni politiche, associazioni datoriali, sindacali, enti di ricerca, uffici scolastici regionali, ARPA, parrocchie, imprenditori, ecc.). Con un metodo sinodale, uno stile di coinvolgimento di persone realmente interessate, si è cercato con non poche difficoltà, di costruire percorsi inclusivi, dinamici e generativi capaci di svelare la bellezza attrattiva di itinerari elaborati e costruiti insieme. Attraverso lo studio della letteratura scientifica ed anche del sapere cumulato dalle diverse esperienze di impegno sociale, sono state individuate le principali questioni, i più significativi nodi da sciogliere.

A tal fine, è stato indispensabile, inoltre, strutturare l’ascolto delle persone, che non sono mai semplicemente portatrici di bisogni ma anche di risorse, di intuizioni di resilienza, che è radicata nelle domande di bene, di giustizia e di verità di ciascuno.

Quale terza fase metodologica si è proceduto all’individuazione delle buone pratiche di stili di vita, amministrative ed imprenditoriali al fine di valorizzare e mettere in rete tra loro le esperienze positive nel campo della sostenibilità. L’approccio metodologico adottato si è basato sugli indicatori, elaborati da  NextEconomia (https://www.nexteconomia.org/), che ha fatto riferimento ad alcuni obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda ONU 2030, ai domini BES dell’Istat nonché ai principi della Dottrina sociale della Chiesa.

Nel contempo, è stato necessario interpellare i giovani al fine di contribuire all’implementazione di un modello di sviluppo rispondente alle visioni di futuro, ai sogni ed ai desiderata di coloro che ne saranno i protagonisti.

Tali fasi finalizzate alla diagnosi strategica orientata al sistema territoriale del Sud Italia ci hanno consentito di raccogliere e confrontare elementi conoscitivi (nodi da sciogliere e sfide del futuro per uno sviluppo sostenibile) detenuti dai diversi gruppi di attori locali che operano nell’ambito di questo sistema e di individuare degli ambiti di azione (Infrastrutture, Formazione, Ambiente, Agricoltura, Turismo, Politiche industriali e sostenibilità ambientale), per i quali delineare delle priorità di intervento, ossia delle possibili strategie, azioni concrete da condividere con tutti, sia sul piano personale (stili di vita) sia su quello delle politiche pubbliche e del dialogo istituzionale.

La Laudato si’ di papa Francesco, ci ricorda, infatti, che siamo chiamati ad una vera e propria conversione ecologica affinché dalla riscoperta della relazione di Dio come Padre Creatore, ciascuno di noi possa imparare a contemplare le meraviglie del Creato, provandone stupore, ad averne compassione e a trasformare questo amore in cura, difesa della nostra casa comune.

Per il nostro amato Mezzogiorno d’Italia, è risultato preminente un potenziamento delle infrastrutture, materiali (sistema ferroviario, viario, portuale) ed immateriali (banda larga ed ultralarga) così come la realizzazione di servizi pubblici collettivi locali (cura agli anziani ed ai bambini) e territoriali (in particolare schemi idrici e ciclo integrato dei rifiuti ).

È altresì vero che qualsiasi ipotesi di scenario potrà garantire un reale sviluppo al popolo meridionale se e solo se si potrà contare sullo sviluppo “di ogni uomo e di tutto l’uomo” (Populorum Progressio, 14), ossia su uomini e donne adeguatamente formati. A ciò prioritariamente concorrono una nuova consapevolezza ambientale quale cura del Creato, una nuova cultura del lavoro e percorsi formativi maggiormente mirati all’inserimento lavorativo. Promuovere la cultura del lavoro dignitoso, libero, creativo, partecipativo e solidale è l’unica soluzione per la libertà, la dignità e la coesione sociale ossia per garantire un futuro al nostro amato Sud.

La profonda crisi socio-economica causata dall’attuale pandemia pone a tutti noi la sfida di garantire al nostro Mezzogiorno un futuro. Per farlo non possiamo che tornare a coltivare il senso di una speranza, che, come dice con grande efficacia V. Havel, non è un impasto di buoni sentimenti, né tantomeno l’ottimistica presunzione che le cose possano andar bene da sole. E’ piuttosto la capacità fattiva di pensare diversamente la realtà, diventando così capaci di trasformarla. Il cammino preparatorio alla 49^Settimana Sociale ci ha chiamati a discernere i segni di questo tempo pandemico per decifrarne i valori ed i disvalori, per costruire una visione di Sud Italia capace di orientare, di indicare la direzione di marcia, di spingere al cambiamento. Riconoscere la situazione che stiamo vivendo e chiarire i riferimenti con cui interpretarla ci hanno consentito di identificare gli ambiti in cui giocare l’impegno per avviare processi di confronto dialettico, alleanze e cooperazione con le istituzioni politiche chiamate in questa difficile fase storica a definire linee strategiche di sviluppo in vista delle riforme economiche, burocratiche ed infrastrutturali che il governo nazionale intende porre in essere. Come bene ha affermato mons. Battaglia, arcivescovo di Napoli, «il Mezzogiorno, all’interno del Piano di resilienza, non può essere, pertanto, soltanto un’area da risollevare e neppure, se anche lo si volesse, un motore che ne accenderebbe altri. È il luogo dove si può compiere, insieme alle storiche riparazioni dei danni provocati, un’autentica opera di giustizia e di umanizzazione della Politica». Di una politica finalmente capace di visione in un processo di sviluppo che concorra alla costruzione dell’identità del popolo italiano, in cui ogni nuova generazione possa sentirsi coinvolta ed in prima linea protagonista nel dare concretezza, con passione, impegno e abnegazione ai propri sogni.  Speriamo a quelli più belli!

Ingegnere per l’ambiente e il territorio e ricercatrice del CNR, già segretaria nazionale del Mlac

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Sud e PNRR: ripartiamo dai numeri
di Renato Meli* – La lettera dell’arcivescovo di Napoli don Mimmo Battaglia alla classe dirigente nazionale, pubblicata su Avvenire questo 21 luglio, è un appello, l’ultimo in ordine di tempo, lanciato con delicatezza amorevole e con coraggio e determinazione a quanti vogliono cooperare concretamente per il bene dell’Italia e in particolare del Sud. Con stile inconfondibile, che si avvicina per alcune sfumature a quello di un altro grande amante delle persone e dei territori martoriati quale era don Tonino Bello, don Mimmo sollecita la politica a voler “riscrivere la storia di questi territori, avendo cura anche e soprattutto dei propri figli più fragili” riaccendendo “la fiamma della Speranza” e ritessendo “i fili della Fiducia”.

Nonostante don Mimmo non proponga soluzioni concrete, la sua lettera è certamente uno stimolo anche per quanti sono impegnati, da circa un anno, nel percorso che condurrà alla Settimana sociale di Taranto il prossimo ottobre.

Il periodo di transizione epocale che stiamo vivendo, tormentato anche dalla pandemia, richiede di riflettere sugli sbagli commessi, di convertirci e di trasformarci. È urgente che una rete di persone competenti, di comunità coese s’impegnino per una resilienza trasformativa, cioè per il superamento della tentazione di un ritorno a prima del Covid-19.

Il Sud ha tante vulnerabilità ma possiede anche delle grandi potenzialità e capacità. Basti pensare alle molteplici buone prassi, così come anche alle storie di cooperazione, di impresa sociale, di buona amministrazione.

Il direttore della Svimez, Luca Bianchi, al webinar delle Chiese del Sud Italia, il 12 giugno 2021, “Annuncio evangelico tra disagio sociale e transizione ecologica”, ha messo in evidenza che il divario tra Sud e Nord si nota non tanto e non solo nella carenza di strutture e nel divario economico, ma soprattutto negli ultimi anni nel divario di natura sociale: si nota una disuguaglianza interna nel Mezzogiorno che è più alta rispetto a quella del Centro Nord. Ciò che fa la differenza non è l’essere settentrionale o meridionale, ma l’essere povero al Sud ed esserlo al Nord. Nel Nord infatti l’offerta dei servizi pubblici è notevolmente maggiore rispetto a quella del Sud. In sintesi, il divario Nord Sud è un divario dei servizi di cittadinanza, ancor più e ancor prima del tradizionale PIL pro capite. Si tratta di diritti negati, diritti che dovrebbero essere garantiti dalla Costituzione. È Il superamento dei divari sociali la condizione preliminare per l’attivazione di processi di sviluppo, inclusivo e diffuso nel territorio, che richiede oltre alla qualità dei servizi, un’alta qualità formativa nel digitale, ed anche in tutti gli altri settori innovativi.

Don Mimmo Battaglia nel suo articolo accenna all’importante occasione rappresentata dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), lamentando però la scarsa attenzione verso il Sud del Paese. Il tema però è più ampio e riguarda la capacità di impiego dei fondi destinati a quei territori. Appare opportuno accennare quindi una riflessione di più ampio respiro sulla novità che si cela dietro il PNRR.

Il quadro che si sta configurando nel nostro Paese merita una discussione sulle trasformazioni delle regioni italiane, con particolare attenzione a quelle del Mezzogiorno, anche in un’ottica di impatto delle politiche pubbliche su questi fenomeni.

La pandemia da Covid-19 ha colpito duramente tutto il mondo, ma i suoi effetti sembrano essere ancora più forti sulle componenti più fragili della società, il suo impatto economico sembra maggiore per i più poveri, per i più giovani, per le donne, e in certa misura per i territori più deboli. Essa rischia quindi di esasperare le tendenze già in corso di polarizzazione sociale e territoriale. Rende ancora più necessaria un’azione pubblica determinata, tanto per rilanciare la crescita economica quanto per renderla più inclusiva, contrastando l’aumento delle disparità. Le conseguenze sociali della pandemia sono state maggiori per i ragazzi e le ragazze di famiglie meno abbienti e con genitori a minori livelli di istruzione che rischiano, a causa della sospensione della didattica in presenza, ampi e pericolosi vuoti negli apprendimenti; lo sono stati per i lavoratori più deboli, sommersi e semi-sommersi, per le fasce di lavoro autonomo, per gli addetti alla distribuzione, all’accoglienza, alla cultura e all’intrattenimento, per gli occupati a termine e stagionali, per i giovani in cerca di prima occupazione o per quelli impiegati in occupazioni precarie, per le donne, più frequentemente occupate nei settori più colpiti e sulle quali si è abbattuto un forte aumento delle necessità di cura dei figli e dei genitori; per i territori più dipendenti dal turismo, e nell’insieme per quelli a minor reddito, dove l’impatto occupazionale è maggiore.

Riuscirà il Piano di rilancio (PNRR) a determinare una ripresa del processo di sviluppo nel Mezzogiorno, e in generale nelle regioni (anche dell’Italia centrale) che nell’ultimo ventennio hanno avuto maggiori difficoltà?

In quali aspetti il Mezzogiorno del 2026, grazie al PNRR, sarà diverso da quello attuale e dunque in grado di procedere assai più speditamente sulla via dello sviluppo? Molti interventi del PNRR saranno certamente utili per il Sud: ma saranno in grado di trasformarlo e rilanciarne lo sviluppo?

Per un’analisi valutativa sul PNRR un primo elemento da considerare è la dimensione quantitativa degli interventi: il Piano alloca nell’insieme circa 82 miliardi al Sud. Una cifra cospicua, specie in confronto alle tendenze degli ultimi anni, per quanto assai inferiore a quella che sarebbe scaturita applicando i criteri europei di riparto fra Paesi al riparto interno fra territori.

Queste risorse si sommeranno agli altri interventi, europei e nazionali, per la coesione territoriale (http://www.ministroperilsud.gov.it/it/approfondimenti/schede/quali-sono-i-fondi-destinati-al-sud-nei-prossimi-anni ).

Tuttavia rimangono le criticità che hanno caratterizzato le politiche di sviluppo negli ultimi due decenni: il grande definanziamento del Fondo sviluppo e coesione 2007-2013 per circa 20 miliardi, operato nel 2008-2010 dal ministro Tremonti, e la circostanza che, solo nel 2018, fu avviata dal governo Gentiloni la primissima programmazione dei fondi 2014-2020.

Per il nostro Paese l’aver messo insieme un piano ambizioso, coerente e dettagliato è però una novità che non poteva essere data per scontata. La «programmazione» fu introdotta già nei lontani Anni 60 (venne creato anche un ministero dedicato), ma non si è mai radicata come metodo sistematico di governo: né sul piano degli obiettivi, né su quello dell’attuazione. Grazie al PNRR disporremo ora di una bussola per le politiche pubbliche dei prossimi sei anni che chiama in causa l’annosa “questione meridionale” dove le risorse ci sono sempre state ma senza le capacità strategiche e amministrative per poterle utilizzare. Ora con il PNRR le risorse sono vincolate e indicano una road map dello sviluppo territoriale. Rappresenta per il Sud una nuova finestra di policy dopo le due strategie attuate nelle politiche di sviluppo territoriale: lo strumento straordinario della Cassa per il Mezzogiorno e negli Anni 90 la programmazione negoziata (la stagione dei Patti e dei Pit) dove l’intervento diventa ordinario. Il PNRR in tal senso è una nuova finestra di opportunità proprio perché vincola le risorse per il ritardo di sviluppo delle Regioni, dove il 40% vi confluisce ma con alcuni vincoli: i fondi saranno erogati sulla base dei livelli di prestazione. La liquidità che arriverà al Sud sarà basata sullo strumento del Bando pubblico e su step successivi; pertanto la capacità amministrativa delle Regioni di rispondere a questo nuovo contesto sarà fondamentale. L’impatto del Piano, e non solo per quanto riguarda gli aspetti territoriali, dipenderà moltissimo dalla sua attuazione. Le condizioni affinché possa “svilupparsi crescita” non si determinano spontaneamente soprattutto nelle aree più deboli, ma richiedono attente politiche pubbliche che contribuiscano a crearle: azioni per l’infrastrutturazione avanzata, la promozione del cambiamento strutturale delle imprese, il potenziamento dell’istruzione e della ricerca.

Sarebbe quindi opportuno un clima diverso, con meno aprioristica fede nei tecnici, un maggiore e più aperto confronto fra le forze politiche, un coinvolgimento assai più pregnante delle rappresentanze economico-sociali e in generale delle associazioni di cittadinanza, quindi con il coinvolgimento di tutta la comunità territoriale di riferimento.

Un processo democratico di condivisione e attuazione del Piano non sarà un optional, ma una condizione necessaria per il suo successo.

Biblioteconomo e sociologo, consigliere nazionale Ac per il settore Adulti.

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Autore articolo

Simona Loperte e Renato Meli

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