Ad una settimana dal Videomessaggio di Papa Francesco per il Patto educativo globale

Una questione di amore

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di don Marco Ghiazza*
C’è pure chi educa, senza nascondere
l’assurdo ch’è nel mondo, aperto ad ogni
sviluppo ma cercando
d’essere franco all’altro come a sé,
sognando gli altri come ora non sono:
ciascuno cresce solo se sognato.

Non vorremmo certo abusare di questi versi, che Danilo Dolci pone al termine di una sua nota lirica sull’educazione. Li prendiamo a prestito perché ci aiutino a rileggere il contributo – ulteriore – che il Papa ha offerto, una settimana fa, al percorso legato al “Patto educativo globale”.
Un percorso che è apparso accidentato – come molti altri in questi mesi difficili – soprattutto a chi vede nell’imprevisto un fastidio e non un appello di maggiore fedeltà alla vita, che sempre “eccede” rispetto alle nostre previsioni.
Papa Francesco, che ci ha sempre invitati a considerare la realtà come superiore all’idea, muove invece la sua riflessione non dall’amarezza dei condizionali (di ciò che avremmo voluto vivere) ma, al contrario, dall’ulteriore chiarezza che il fenomeno pandemico ha offerto in ordine ai problemi che il primo messaggio sul Patto Educativo segnalava e che, in questo tempo, si sono resi più evidenti anche agli occhi più distratti. Arriva così a parlare del rischio di una “catastrofe educativa” conseguente a quella sanitaria.

Ma, per recuperare le espressioni iniziali, se la paura è effettivamente in grado di farci muovere (lasciandoci però la sensazione di subire quanto viviamo) è la speranza – il “sogno”, appunto – che, anziché farci evadere dalla realtà, ce la fa amare e ci spinge all’impegno, compreso quello educativo.

La riflessione del Papa ci riconsegna, in questo senso, alcuni elementi che appartengono tanto al suo Magistero quanto alla nostra proposta formativa, a quella esperienza associativa che desidera porsi attivamente a servizio del “Patto educativo globale”.

Il tempo, ovvero l’educazione come processo
Il tempo, anzitutto. Un dato evidente, potremmo dire, dal momento che l’educazione è di per sé stessa un processo. Ma un dato che ha bisogno di essere ribadito.
Perché la vita di molti oggi è percepita come semplice sequenza di momenti, vissuti anche intensamente ma in modo isolato gli uni dagli altri.
E perché anche la proposta ecclesiale non è estranea al rischio di offrire appuntamenti isolati, dei quali beneficiano forse più le attese degli organizzatori che i bisogni dei destinatari.
L’educazione ha bisogno di tempo e, al tempo stesso, un cammino educativo ci riconcilia con il tempo: ci aiuta a non temere la parzialità, a superare la pretesa e pure a vincere la rassegnazione, custodendo in noi la fiducia nel cambiamento.

La persona, ovvero l’essere in relazione
Poi, la centralità della persona (il primo – dunque il fondamentale - tra gli impegni elencati dal Papa).
Intesa – mi si passi l’espressione – non solo come soggetto, ma come concetto.
Il Patto educativo globale presuppone e rilancia una specifica antropologia, che si pone come forza critica nei confronti di quella egolatria che rende il mondo non più forte, ma più triste (cf. Evangelii Gaudium, 2).
Del resto, l’individualismo non prevede patti. Ammette compromessi in base ad una qualche utilità, preferisce il consumo (anche nei rapporti umani), non si preoccupa di produrre scarti.
La persona è essere in relazione. E chi ha a cuore l’educazione non può che vederla così, in un intreccio di storie, incontri, sguardi, vite, esperienze che domandano di essere assunti, riletti, accompagnati.
Una rete relazionale che non riguarda soltanto gli uomini e le donne, ma si allarga – nella nota prospettiva della “ecologia integrale” – agli spazi (la “casa comune”) e, ancora una volta, al tempo (in un rapporto virtuoso tra le generazioni).
Assumere questo paradigma – della persona, ovvero della relazione – è necessario per sottoscrivere un patto educativo. Anche le cosiddette agenzie educative, infatti, possono vivere forme di individualismo, di autoreferenzialità e, in fin dei conti, di solitudine.
L’idea del Patto – espressa attraverso la proverbiale immagine del villaggio – non risponde ad un criterio organizzativo, funzionale ma, anzi, è conseguenza di un preciso sguardo sulla vita dei singoli e delle società. L’alternativa è quella che il Papa denuncia come confusione, ad esempio, tra educazione e istruzione e che porta ad “atomizzare le nostre culture”.
Pensarci in relazione ci aiuta ad immaginare, invece, una cultura “integrale, partecipativa e poliedrica”.
Se l’impegno educativo – secondo le aspirazioni dello stesso Papa Francesco – è via per la trasformazione sociale, lo diventa assumendo quello sguardo che san Paolo VI indicò a proposito dello sviluppo e del progresso dei popoli: “L’uomo, tutto l’uomo, ogni uomo” (cf. Populorum Progressio, 14).
Nel mondo degli individui sono le prestazioni a decidere la qualità (!) dei rapporti.
Nel mondo delle persone, vi è un primato delle relazioni che si fa accoglienza, sostegno, compagnia e – per evocare l’ultima Enciclica – fraternità.

Due cenni conclusivi, per amare e sperare
Due cenni a ciò che non può essere trascurato qui.
Il primo è a quanto noi amiamo e usiamo chiamare “protagonismo dei ragazzi” e che il Papa descrive non solo come bisogno, ma come impegno (esplicitato nel secondo e nel terzo punto della sequenza proposta da Francesco).
Si tratta di un modo di porsi ben preciso nei confronti dei piccoli che – lo ripetiamo ancora una volta – chiede di passare “dalla concessione alla convinzione”.
Ascoltare la voce dei ragazzi, accoglierne le vite e le idee non è una forma di captatio benevolentiae; è un atto di fiducia in uno sguardo originale che diventa fecondo per tutti, piccoli e grandi. Crediamo a questo protagonismo!

Il secondo è legato ad una precisa collocazione della Dottrina Sociale che viene in questo messaggio forse un po’ “sdoganata” o, comunque, non relegata ad ambito specifico della teologia morale, ma è presentata come “solida base e fonte viva” per rileggere, ancora una volta, tutto l’ampio spettro di relazioni che ciascuno di noi sperimenta nella sua esistenza.
Questo approccio, assolutamente non scontato, domanda di diventare scelta e stile, anche pastorale.

“L’educazione è soprattutto una questione di amore”, afferma Papa Francesco. Allora:
Torniamo a sperare
come primavera torna
ogni anno a fiorire.
E i bimbi nascano ancora,
profezia e segno
che Dio non s’è pentito.
Torniamo all’amore,
pur se anche del familiare
il dubbio ti morde,
e solitudine pare invalicabile…

Auguriamoci, con i versi sempre struggenti di padre Turoldo, di essere tra quanti scelgono di educare tornando all’amore e alla speranza.

*Assistente ecclesiastico centrale dell'Azione Cattolica dei Ragazzi (Acr)