L’invito a costruire un possibile e diverso legame sociale

Una fraternità che nasce dal basso

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di Andrea Michieli* - L’enciclica Fratelli tutti è un intreccio di spunti e riflessioni sul tempo presente. È un appello a guardare con lucidità ciò che è accaduto nel mondo durante (e, speriamo presto, dopo) la crisi pandemica. Tutti i numerosi temi toccati possono trovare luce attraverso un’affermazione che Papa Francesco fece lo scorso marzo, durante la veglia di preghiera in una Piazza San Pietro vuota: «Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli»[1].

In Fratelli tutti affiora ed è incoraggiato, infatti, il senso di un possibile e diverso legame sociale. Nella fraternità – che è principio che ci ricorda la comunanza d’origine e la condivisione di un destino comune – si trovano intrecci di una possibile trama di relazioni sociali, economiche e politiche differenti da quelle che abbiamo vissuto finora.

La fraternità ha bisogno di comunità e luoghi in cui trovare radici. Nel pensiero del Papa, essa nasce nella dimensione del piccolo, del locale; vive nello “spirito di vicinato” «dove ognuno sente spontaneamente il dovere di accompagnare e aiutare il vicino. In questi luoghi che conservano tali valori comunitari, si vivono i rapporti di prossimità con tratti di gratuità, solidarietà e reciprocità, a partire dal senso di un “noi” di quartiere» (n. 152). Si tratta di una prospettiva di fraternità che non guarda la società in modo organico e aprioristicamente strutturato: predilige piuttosto la valorizzazione concreta di piccoli e quotidiani gesti di bene.

Tale prospettiva trova fondamento nella “parabola del samaritano” che è icona di tutta l’enciclica. Francesco ci descrive i personaggi e, partendo dai briganti, pone alcune domande: «lasceremo la persona ferita a terra per correre ciascuno a ripararsi dalla violenza o a inseguire i banditi? Sarà quel ferito la giustificazione delle nostre divisioni inconciliabili, delle nostre indifferenze crudeli, dei nostri scontri intestini?» (n. 72). Sono domande sul potere, sulla gestione della risposta alla ferita inferta al passante e che interrogano coloro che hanno responsabilità istituzionali. Il Papa, infatti, si domanda se, dinnanzi ai reati già compiuti e alle diseguaglianze esistenti, gli «scontri intestini» non siano una maschera dell’incapacità di prendersi cura del fratello ferito che, sommata all’indifferenza di chi passa oltre, lascia il mondo così com’è. Si può leggere, in questo passaggio e in altri, una certa sfiducia verso le dimensioni del potere e una prudente cautela nei confronti delle istituzioni politiche che lo gestiscono. Non si tratta di sminuire il ruolo degli Stati, ma di mettere in evidenza le contraddizioni del potere.

Di fronte a questa prospettiva in cui è difficile trovare un appiglio per una visione trasformativa, Francesco afferma: «Non dobbiamo aspettare tutto da coloro che ci governano, sarebbe infantile. Godiamo di uno spazio di corresponsabilità capace di avviare e generare nuovi processi e trasformazioni. Dobbiamo essere parte attiva nella riabilitazione e nel sostegno delle società ferite» (n. 77). E aggiunge: «È possibile cominciare dal basso e caso per caso, lottare per ciò che è più concreto e locale, fino all’ultimo angolo della patria e del mondo, con la stessa cura che il viandante di Samaria ebbe per ogni piaga dell’uomo ferito» (n. 78). Le comunità dunque non devono vivere all’ombra delle istituzioni o solo attraverso il riconoscimento del potere costituito: esse hanno uno spazio autonomo in cui devono agire con responsabilità.

In questa dimensione di prossimità risiede la possibilità di coinvolgere e sostenere coloro che sono esclusi. Non è casuale che l’enciclica in più punti sottolinei il ruolo dei “movimenti popolari” «che aggregano disoccupati, lavoratori precari e informali e tanti altri che non rientrano facilmente nei canali già stabiliti» (n. 169). Movimenti dunque ai margini del potere costituito, ma che sanno dare voce agli esclusi.

Proprio a partire dalla dimensione locale e dal punto di vista di coloro che sono esclusi dalle strutture di potere è possibile ri-pensare «alla partecipazione sociale, politica ed economica in modalità tali che includano i movimenti popolari e animino le strutture di governo locali, nazionali e internazionali con quel torrente di energia morale che nasce dal coinvolgimento degli esclusi nella costruzione del destino comune». Senza l’inclusione di questi settori della società, «la democrazia si atrofizza, diventa un nominalismo, una formalità, perde rappresentatività, va disincarnandosi perché lascia fuori il popolo nella sua lotta quotidiana per la dignità, nella costruzione del suo destino»[2]. Francesco indica quindi la via privilegiata per un rinnovamento delle istituzioni attraverso l’inclusione di tutto il popolo, soprattutto di quelle parti poste ai margini delle scelte comuni.

Non si tratta di una prospettiva localistica o di un comunitarismo autarchico. I movimenti dal basso, radicati nel territorio non debbono essere “chiusi” al loro interno e nelle loro finalità poiché «non è possibile essere locali in maniera sana senza una sincera e cordiale apertura all’universale, senza lasciarsi interpellare da ciò che succede altrove, senza lasciarsi arricchire da altre culture e senza solidarizzare con i drammi degli altri popoli» (n. 146). Per questo in Fratelli tutti ciò che sembra dare speranza per un cambiamento è che i movimenti popolari, «queste esperienze di solidarietà che crescono dal basso, dal sottosuolo del pianeta, confluiscano, siano più coordinati, s’incontrino»[3].

La riflessione di Francesco ci interroga perché chiede ai “corpi intermedi”, tradizionalmente e storicamente intesi, di pensarsi in un modo differente da quanto fatto nel secolo scorso: né secondo un disegno competitivo e lobbistico dei gruppi sociali, di stampo americano, né con un modello neo-corporativo che integri i gruppi nelle istituzioni in modo proporzionale alla loro rappresentatività. La comunità politica che persegue il bene comune, alla luce del principio di fraternità, non è quindi conseguenza di una struttura ben ordinata e gerarchicamente organizzata, ma frutto di una società capace di fare il bene lì dove si trova. Francesco, infatti, ci indica la via di un cambiamento dell’agire delle formazioni sociali con un radicamento saldo nelle relazioni di prossimità e un’apertura che sappia guardare all’universale. Come già indicato in Evangelii gaudium per la Chiesa, ora Francesco invita a rifondare le organizzazioni politiche – in senso pieno, con la “P” maiuscola – per ripensare l’architettura sociale del nostro futuro, ispirandosi a quel principio di «avvio dei processi» che non prevede una pianificazione prestabilita, ma la vigile attenzione per accorgersi e rispondere alle sfide del reale.

Solo per la via di un ripensamento del nostro modo di agire radicato nel piccolo e a partire dagli ultimi, ancor più che mediante la riforma delle – pur fondamentali – istituzioni statali e internazionali, Francesco ci invita a includere tutte le persone e i settori di popolo estromessi dai luoghi di decisione e, così facendo, a dare voce alle ingiustizie. Ci invita a essere «seminatori di cambiamento, promotori di un processo in cui convergono milioni di piccole e grandi azioni concatenate in modo creativo, come in una poesia»[4]; a divenire «“poeti sociali”, che a modo loro lavorano, propongono, promuovono e liberano» (n. 169). Un compito meno appariscente e socialmente riconosciuto, ma ricco di potenziale trasformativo perché nascente dallo sguardo di chi ci sta attorno, tra sorelle e fratelli.

[1]Momento straordinario di preghiera in tempo di pandemia
[2] Discorso ai partecipanti all’Incontro mondiale dei movimenti popolari (5 novembre 2016)
[3] Discorso ai partecipanti all’Incontro mondiale dei movimenti popolari (28 ottobre 2014)
[4] Discorso ai partecipanti all’Incontro mondiale dei movimenti popolari (5 novembre 2016)

*Componente del Centro studi dell’Azione cattolica italiana