Ho un popolo numeroso in questa città. XVII Assemblea nazionale - 25 aprile - 2 maggio 2021

Unisciti al Rosario con il beato Pier Giorgio Frassati

Una forza enorme e sorridente

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di don Paolo Asolan - Oggi 6 aprile, compleanno di Pier Giorgio: non lo celebreremo senza fargli il regalo di compiere la promessa che egli chiese ai suoi amici più cari:«Vorrei che noi giurassimo un patto che non conosce confini terreni, né limiti temporali: l’unione nella preghiera»(a I. Bonini, 15 gennaio 1925). E come lui stesso proponeva loro di sovente, la preghiera sarà un Rosario, con il quale chiederemo in particolare quest’anno di essere sostenuti e illuminati dalla grazia della castità.
La ragione di un’intenzione così particolare, lo stesso uso di una parola così poco abituale e così impopolare, è dovuta al fatto che quest’anno ricorrono i cento anni da quando Pier Giorgio si iscrisse ad una confraternita chiamata “Milizia Angelica”, particolarmente finalizzata a educare e insieme sostenere la virtù della castità, sotto il patrocinio di san Tommaso d'Aquino e della Beata Vergine Maria e una confraternita fondata dal domenicano François Deurweders nel 1644 dopo il pellegrinaggio che egli aveva fatto a Chieri (TO) al santuario dove è conservato il cingolo con il quale degli angeli avevano cinto san Tommaso per proteggerlo dalle tentazioni e custodirlo appunto nella castità.

La dimensione affettiva e sessuale della vita è tanto centrale quanto bistrattata, spesso perché vissuta in conflitto o addirittura separata dall’identità e dall’anima della persona. Così c’è chi la enfatizza, chi la rimuove, chi la vive così come viene, chi la assolutizza, chi ne ha paura, chi ha già dovuto sperimentare dolorose violenze e abusi. Diversamente dagli anni nei quali visse Pier Giorgio, oggi i giovanissimi, i giovani e anche gli adulti hanno l’anima perennemente tartassata da violenza, pornografia, assenze parentali, esposizione ai consumi, accelerazione di tutte le esperienze possibili e immaginabili in questo campo.

Veniamo da un anno durante il quale per molti ragazzi e ragazze il computer e i social network sono stati l’unico ambiente di vita veramente frequentato: e per molti quell’ambiente è stato anche un’occasione per sviluppare dipendenze a loro volta sintomi di disagi relazionali più o meno profondi, di cortocircuiti interiori e di grandi solitudini; dove il problema che si manifestava era proprio la possibilità di amare in maniera autentica e manifestata, e la domanda più o meno implicita era «ma c’è qualcuno a cui interesso per quel che sono, prima ancora che per quel che faccio?».

La prospettiva che queste dimensioni del nostro cuore e della nostra anima possano essere vissute con libertà e con purezza di intenzione, addirittura con dominio di sé, appare a molti una fuga dalla realtà, o una negazione più o meno consapevole o sana dei bisogni e dei desideri: il ritorno a un mondo che le varie novità dei costumi e le sopravvenute rivoluzioni tecnologiche avrebbero ormai consegnato alla storia.
Anche in certe ricostruzioni biografiche di Pier Giorgio si percepisce la stessa fatica. Si parla della sua affettività perlopiù minimizzandola (riconducendola solo agli anni in cui si trovò ad essere innamorato di Laura), o rimuovendola (facendone quasi un santino senza ormoni) o angelicandola, quasi che il nostro amico non abbia anche lui dovuto camminare come tutti, plasmando le sue scelte anche a prezzo di grandi lotte interiori.

Il suo compagno di studi Mario Attilio Levi lasciò su questo una lunga e circostanziata testimonianza, assai schietta: «Pier Giorgio era un poco il nostro Sigfrido, il fanciullo eroico e primitivo, con una forza vitale che pareva anche assai superiore alla forza fisica. Certe volte ci appariva troppo primitivo, altre volte ci accorgevamo benissimo che aveva una vita interiore in formazione che rappresentava un mistero, una riserva di sorprese e di incognite. Aveva una posizione che in principio parve soltanto il frutto di un ritardato sviluppo mentale, e invece si capì poi che era il segno di un diverso orientamento. Egli si esaltava dapprima come noi, come alcuni di noi, ai nostri discorsi e alle nostre fantasticherie erotiche. La cosa suscitava in lui emozioni che parevano analoghe alle nostre. Ma mi sono reso conto poi che egli si poneva davanti ai problemi che vedeva diventare così importanti per i suoi compagni, ma non ne rimaneva tocco e guasto come noi, e faceva più di uno sforzo per capire quello che agitava tanto i suoi compagni, che formava argomento di tanta curiosità, più di quanto non ne fosse toccato realmente. Lo si capì perché dopo pochi anni quelli che non cominciavano a frequentare donne in vario modo lo fecero più per timidezza, e Pier Giorgio che aveva condivisa la nostra preparazione di spirito alla vita sessuale e che non era certo timido né adatto in alcun modo per essere vittima di vizi solitari, si avviò per un’altra strada, cioè per un evidente disprezzo per il compromesso che falsifica l’amore in tanti modi. Ora nel caso di Pier Giorgio non si erano vincolati in lui gli slanci del temperamento con inibizioni rigoristiche, e tanto meno vi potevano essere altre frigidità, quelle delle nature in cui il problema sessuale di affaccia debolmente e tardi o magari mai. Dopo qualche anno si capì che in lui vi erano motivi vitali che noi non avevamo avuto in dono, e questi motivi divennero la forza enorme e sorridente, esuberante di una giovinezza che sa cosa sia il male del mondo, ma ha la possibilità di restarne estranea».
(M. Staglieno, Un santo borghese. Pier Giorgio Frassati, Bompiani, Milano 1988, 71-72).

Approfittando di questa data che ci consente di stare un po’ in compagnia di Pier Giorgio e di pregare con lui, vorremmo chiedergli che ci aiuti e ci illumini a crescere e a camminare nell’amore come lui vi ha camminato: un amore che sia uno di anima e di corpo, e che abbia il suo centro nel possesso e nel dono di sé, nella relazione con il Signore e nella felicità del dono.
La castità può custodire questa destinazione al dono di sé di tutto quello che noi siamo: possiamo amare senza possedere, senza usare – né persone, né cose, né esperienze – per ricondurre tutto al nostro interesse o al nostro bisogno, di qualunque natura esso sia.

Tutta la vita di Pier Giorgio mostra come il suo servizio e la sua carità fiorissero da una vita tutta orientata così.
Il drammaturgo italiano Giovanni Testori, presentando un libro su Pier Giorgio, ha scritto queste parole, che valgono anche da introduzione a questo giorno del compleanno del nostro amico: «Converrà che il clichè pietistico e riduttivo si disfi, a proposito del santo torinese, nella violenza di carità e di dolcezza che fu la sua vita; quella violenza che il presente libro permette di rincontrare in una forma che la tenerezza e la bontà, il canto e la preghiera, non diminuiscono d’un solo millimetro. Poiché, infine, Cristo e, in Cristo, la vita ci si rivela qui come dono supremo, ma ultimativo; la cui vera distruzione è una sola: l’indifferenza al suo essere dono, e il rifiuto a spenderla, quale dono […] La santità è una dedizione che porta soprattutto un nome: fedeltà a quel dono; dunque, donazione di sé a Cristo e, dentro Cristo, a tutti gli uomini; e a tutta intera la creazione» (P. Soldi, Verso l’assoluto, Gribaudi, Torino 1982, 7).

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