Il Referendum costituzionale (o confermativo) del 20 e 21 settembre

Un voto per rilanciare il ruolo del Parlamento, non per mortificarlo

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Intervista al presidente nazionale Matteo Truffelli, a cura di Gioele Anni e Roberta Lancellotti* - «Bisogna ribadire con forza che la politica non è un costo, anche se ha dei costi». A conclusione della serie di articoli e interviste pubblicate sul nostro sito in vista del referendum del 20 e 21 settembre, abbiamo incontrato il Presidente nazionale di Ac Matteo Truffelli. Una chiacchierata utile ad approfondire alcuni degli elementi di riflessione emersi nel corso del dibattito. Sia il fronte del Sì che quello del No propongono argomenti ragionevoli: l’importante è che non si voti sulla scorta di un «risentimento antipolitico», ma si ragioni su cosa occorre per «rilanciare il funzionamento della democrazia nel nostro Paese».

Presidente, perché l’Ac nazionale ha voluto dedicare una serie di approfondimenti al referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari?
Innanzitutto perché riteniamo che la scelta al centro del referendum sia particolarmente rilevante per il nostro Paese dato che coinvolge la Costituzione: il terreno comune su cui si radica la nostra convivenza democratica, che dobbiamo avvertire tutti come patrimonio fondamentale da custodire, valorizzare e realizzare nei suoi principi e nelle sue disposizioni. In secondo luogo, e più nello specifico, perché la riforma tocca direttamente i meccanismi della vita democratica, la cui attuazione e promozione è responsabilità di tutti. È estremamente importante che ciascun cittadino possa esprimere la propria preferenza dopo essersi formato un’opinione consapevole e critica, serena e disinteressata, non influenzata da motivazioni ideologiche o suggestionata da sentimenti magari comprensibili, come la rabbia e la sfiducia, ma che rischiano di offuscare il giudizio. Per questo abbiamo scelto di non limitarci a prendere posizione per l’una o l’altra scelta, ma di offrire a tutti gli aderenti – e non solo – un quadro informativo il più possibile chiaro e articolato delle questioni coinvolte dalla modifica costituzionale, insieme a una serie di importanti spunti di riflessione mirati a mettere in luce le ragioni a favore e quelle contro la soluzione proposta, i problemi che essa potrebbe generare e quelli che vorrebbe contribuire a risolvere.

Come ogni referendum, tuttavia, anche questo richiede ai cittadini italiani di decidere per un Sì o per un No.
Proprio perché il referendum richiede una scelta netta ci è sembrato ancora più importante argomentare le questioni invece che semplificarle, approfondire i temi invece che ridurre tutto a una divisione tra schieramenti opposti. E per lo stesso motivo insistiamo sull’importanza del fatto che questo sforzo si compia anche a livello locale, e non solo in questa occasione, ma su tutti i temi importanti per la vita del nostro Paese, dell’Europa e del mondo. Abbiamo bisogno di creare e promuovere nel Paese occasioni di confronto serio e appassionato, ma informato e libero da pregiudizi, da costruire prima e oltre le legittime e anzi necessarie divisioni. E credo che questo sia un contributo specifico, e importante, che anche una realtà come l’Azione Cattolica può dare alla vita pubblica del nostro tempo.

Entrando nel merito del taglio dei parlamentari ci sono aspetti di questa proposta che vi preoccupano, oppure che vi convincono particolarmente?
Mi pare che anche molti sostenitori del Sì ammettano che ci sono almeno due aspetti da valutare con particolare attenzione: il primo, come ricordava anche il prof. Tarli Barbieri, è che il cambiamento introdotto dalla legge costituzionale in votazione produrrebbe significativi cambiamenti sul piano della rappresentanza, soprattutto in mancanza di una riforma complessiva che avrebbe dovuto coinvolgere la legge elettorale, la base elettiva regionale del Senato, la ridefinizione dei collegi elettorali e dei regolamenti parlamentari. Accanto a ciò lascia perplessi anche il fatto che, nella situazione attuale, la riduzione del numero dei parlamentari modificherebbe in maniera sensibile la composizione del corpo chiamato a eleggere il Presidente della Repubblica, con un significativo spostamento dell’equilibrio a favore della componente non parlamentare. Per altro verso è comprensibile che anche attraverso questo strumento, per quanto possa avere alcuni aspetti discutibili, si cerchi di innescare un processo di efficientizzazione delle più importanti istituzioni rappresentative del nostro sistema democratico, che molte volte, negli ultimi anni, sono parse incapaci di autoriformarsi. Il rischio vero, però, è che gli elettori finiscano per votare spinti da motivazioni del tutto estranee a questi aspetti.

Per ragioni di appartenenza, o sulla scorta di un risentimento antipolitico?
Sia che si voti Sì, sia che si voti No, è fondamentale che non lo si faccia per esprimere un giudizio pro o contro il governo in carica, per allungarne o accorciarne l’esistenza, oppure per regolare dei conti in sospeso tra i partiti o dentro i partiti. Si vota sulla Costituzione, e sono inaccettabili i ragionamenti che riducono tutto a politica spicciola. Sarebbe ancora peggio se i cittadini andassero a spinti da sentimenti di disprezzo o di rivalsa nei confronti della politica e dei “politicanti”. Senza, peraltro, domandarsi seriamente quale siano le cause autentiche della crisi di legittimazione che da molto tempo avvolge la classe politica e le istituzioni italiane. Tutti abbiamo la responsabilità di contribuire a migliorare questa situazione, a partire proprio dall’avere il coraggio di riaffermare con forza e testimoniare con coerenza il valore della politica.

Il dibattito pubblico si è concentrato in particolare sulla riduzione dei costi della politica.
La politica, il funzionamento delle istituzioni, i processi di partecipazione democratica comportano inevitabilmente dei costi. Non c’è dubbio che essi debbano essere tenuti sotto controllo e quando possibile ridotti, evitando sprechi, privilegi ingiustificati, forme di incuria per l’interesse generale. Tuttavia bisogna ribadire con forza che la politica non è un costo, anche se ha dei costi. Non possiamo pensare che le nostre istituzioni democratiche siano un peso ingiustificato per la vita del Paese.

Che cosa si augura l’Ac alla vigilia di questo referendum?
Speriamo che la scelta di ogni cittadino sia guidata unicamente dal desiderio di ridare importanza alla rappresentanza parlamentare. Quello che non si può accettare è che alla base del voto ci sia la retorica di “tagliare delle poltrone”. La nostra è una democrazia parlamentare, e il Parlamento è il luogo che più di ogni altro è chiamato a rappresentare la volontà popolare. È senz’altro vero che rispetto a quando Camera e Senato furono concepiti dall’Assemblea costituente il territorio italiano è molto cambiato, e si è modificato anche il rapporto tra gli abitanti delle tante periferie esistenti e le istituzioni nazionali. Ed è ugualmente vero che negli ultimi decenni il Parlamento ha “ceduto” una parte significativa della sua funzione ad altre importanti istituzioni rappresentative, Regioni ed Europa, come ha sottolineato il prof. Pizzolato nell’intervista che abbiamo pubblicato. Ciò che però fa soprattutto riflettere è che da parecchio tempo, ormai, i parlamentari hanno perduto buona parte del loro “peso” politico a causa di molti fattori: i sistemi elettorali che indeboliscono il rapporto tra eletti ed elettori; la personalizzazione e mediatizzazione eccessiva della politica, con un’enfasi mal riposta sulla figura dei tanti leader di passaggio che si sono succeduti negli anni; un ricorso spropositato alla decretazione di urgenza e al voto di fiducia da parte dei governi, e altre ragioni ancora. L’istituzione parlamentare ha bisogno di ritrovare quella centralità nel sistema politico nazionale che gli è assegnata dalla Costituzione. Per questo è importante che, comunque la si pensi, si voti convinti di contribuire con la propria scelta a migliorare il funzionamento del Parlamento, a mettere i parlamentari nelle migliori condizioni possibili per assolvere ai propri doveri. Si può ritenere che in un contesto altamente informatizzato un numero cospicuo di membri delle due Camere possa rappresentare un inutile appesantimento, oppure si può vedere in ciò una garanzia di pluralismo. Entrambi i punti di vista hanno aspetti di verità e sono perciò legittimi: l’importante è che dovendo decidere come votare ci si chieda come rilanciare il ruolo del Parlamento, non come mortificarlo. E che non si coltivino o si inducano i cittadini a coltivare illusioni deleterie.

Quali?
Innanzitutto l’illusione che dall’esito di questo referendum possa dipendere la soluzione o, specularmente, l’implosione di tutti i problemi che attanagliano la nostra democrazia. Pensare che ridurre il numero dei parlamentari sia sufficiente, o quantomeno necessario, per rendere improvvisamente efficienti i lavori delle due Camere, oppure che questo incida significativamente sui costi pubblici, vuol dire contribuire a generare un’inevitabile delusione, con la conseguenza di alimentare un ulteriore rigurgito di rabbia antipolitica tra i cittadini. Ma anche ritenere che la proposta al centro del referendum implichi di per se stessa un attacco alla democrazia, significa sottovalutare il fatto che nel nostro Paese c’è, da molto tempo, una questione seria relativa alla qualità della rappresentanza politica e all’immagine che essa offre di sé ai cittadini. Il vero problema allora è chiedersi come concorrere a formare, incoraggiare e sostenere chi si impegna in politica in maniera generosa, competente, appassionata e disinteressata. Chi ha idee buone e coraggio per costruire consenso attorno a esse, chi sa mettersi in ascolto dei cittadini e poi sa assumersi le proprie responsabilità per il bene di tutti, chi agisce in modo da far emergere i valori più alti, non le paure e i risentimenti che covano dentro ognuno di noi. Ed eventualmente chiedersi sul serio se e come è possibile creare nel Paese le condizioni culturali, sociali e politiche perché, dopo innumerevoli tentativi e fallimenti, si possa giungere a una riforma organica, adeguata e condivisa di quelle parti della Costituzione che richiedono di essere aggiornate alla luce dei tanti cambiamenti che ci sono stati dal dopoguerra ad oggi.

In conclusione, quali criteri suggerisce per scegliere cosa votare?
Sarebbe forse utile se ciascuno di noi si ponesse alcune domande, a cui tentare di rispondere con serietà e pacatezza, anche alla luce delle cose su cui abbiamo riflettuto. Quale voto potrebbe contribuire maggiormente a creare le condizioni favorevoli perché il Parlamento svolga bene i propri compiti? Di che tipo di rappresentanza abbiamo bisogno per il funzionamento della democrazia nel nostro Paese? Quali elementi giudichiamo più importanti nel rapporto tra cittadini e istituzioni? Cosa promuove effettivamente la “qualità” dei rappresentanti, la loro competenza, serietà e dedizione? Quale esito del voto potrebbe concorrere maggiormente a ridurre la tendenza all’autoreferenzialità e alla cooptazione che in questi anni hanno fortemente caratterizzato i processi di selezione della classe politica? Come possiamo fare di questa consultazione un’occasione per contribuire a generare e sostenere la buona politica? Se questo voto avrà portato i cittadini a interrogarsi davvero su queste domande, ne avremo guadagnato tutti in termini di consapevolezza e responsabilità del corpo elettorale. In fondo, sono domande molto simili a quelle che dovranno porsi anche coloro che saranno chiamati alle urne per le elezioni amministrative.

*Gioele Anni e Roberta Lancellotti, rispettivamente consigliere nazionale per il Settore Giovani e collaboratrice centrale del Movimento Studenti di Ac, sono giornalisti e curatori del libro “Serve ancora la politica?”. Il volume, in uscita a breve per l’Editrice AVE, approfondisce il senso dell’impegno politico nel tempo presente attraverso dieci interviste a donne e uomini impegnati a vari livelli nelle istituzioni italiane.