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L’omelia di mons. Giuliodori alla Messa domenicale. Il Regno di Gesù è la fraternità e la misericordia, il cui fine è l’amore vicendevole /8

Un Regno di fraternità

Mons. Claudio Giuliodori durante la Messa di domenica 20 ottobre 2024
Mons. Claudio Giuliodori durante la Messa di domenica 20 ottobre 2024

Le letture che abbiamo ascoltato ci aiutano a comprendere ancora meglio il senso e le finalità di queste nostre giornate. Ci vengono indicati gli atteggiamenti più appropriati per seguire e servire il Signore, evitando quei cortocircuiti nei quali sono caduti anche gli Apostoli. La vicenda di Giacomo e Giovanni è molto istruttiva – oserei dire anche molto attuale – nel metterci in guardia da alcuni rischi e ci indica la strada da seguire.

Il fraintendimento in cui sono caduti i due apostoli, ma gli altri sembra che non siano stati da meno, è quello di usare il prestigio che aveva il Maestro e le sue parole sul regno per guadagnare a proprio tornaconto posizioni di rilievo, diremmo oggi “fare carriera o acquisire potere”. Questo è un rischio che tutti possiamo correre quando assumiamo qualche responsabilità. Nella politica, nell’economia, nelle diverse posizioni sociali di rilievo e anche nella comunità ecclesiale è facile – possiamo dire logico e quasi normale – declinare il ruolo con l’esercizio di un certo potere che a volte può degenerare anche in forme di sopraffazione e dominio, fino a pensare di poter agire in modo indiscriminato oltre le norme e le regole.

Un Regno di fraternità

Anche gli apostoli hanno pensato che il regno di cui parlava il Signore aprisse le porte a ruoli di comando e di potere per cui cercavano di accaparrarsi quelli migliori e di maggiore prestigio, alla destra e alla sinistra del Re. Ma la regalità a cui il Signore fa riferimento è radicalmente diversa da quella che gli apostoli potevano immaginare. L’insegnamento di Gesù e i suoi gesti non lasciano margini per interpretazioni diverse o addomesticate. Le sue parole, su cui ci siamo soffermati anche nella riflessione in apertura di questo Convegno e che ora riascoltiamo nella versione del Vangelo di Marco, sono chiarissime: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti». 

Ma soprattutto è inequivocabile il suo percorso che non ha come termine un trono terreno, ma l’elevazione sulla croce, non un esercito armato per sottomettere i popoli ma solo pochi uomini semplici e confusi rivestiti delle armi dello Spirito Santo, non un disegno politico per risolvere tutti i problemi ma un Regno di fraternità la cui legge è la misericordia e il cui fine è l’amore vicendevole. Prima di qualunque ragionamento Gesù ci offre il suo esempio: «il Figlio dell’uomo, infatti, non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti». E se non fosse ancora chiaro il senso di tutto quello che aveva detto e fatto, nel momento culminante consegna il suo corpo e il suo sangue istituendo così il fondamento e il modello eucaristico del vivere cristiano. Non c’è vita cristiana senza l’esperienza viva del mistero eucaristico – «fate questo in memoria di me» – così come non c’è altra forma della prassi cristiana fuori del gesto provocatorio e profetico della lavanda dei piedi: «Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi» (Gv 13,14-15).

Alla luce di questo esempio inequivocabile dobbiamo pertanto essere sempre vigili per non cadere nella tentazione che ha soggiogato gli apostoli. Non per nulla il Papa, dopo aver nominato i nuovi cardinali il 6 ottobre scorso, ha inviato loro una breve lettera in cui li invita a non inorgoglirsi e ad avere sull’esempio di san Giovanni della Croce “occhi alti, mani giunte, piedi nudi”, e soprattutto auspica che «il titolo di “servo” (diacono) offuschi sempre più quello di “eminenza”». Anche nella Chiesa rischiamo a volte che i titoli o i ruoli prendano il sopravvento sullo spirito di servizio a cui ci chiama il Signore.

Come è la situazione in Azione cattolica?

Oltre a fare una verifica personale sul modo con cui anche noi personalmente viviamo e interpretiamo la sequela del Signore e le responsabilità che ci sono state affidate, possiamo anche domandarci: com’è la situazione in Azione Cattolica? Corriamo il rischio anche noi di cercare posizione e riconoscimenti o di essere attaccati a ruoli e compiti che possono darci visibilità e un qualche potere? Sinceramente, in questi mesi ho visto solo una incredibile gara per essere a servizio gli uni degli altri. Non mi sembra che ci siano persone, se non in rarissimi casi, che interpretano le responsabilità associative come ruoli di prestigio e potere; piuttosto vedo una grande consapevolezza che stare in Associazione vuol dire essere a servizio di un progetto di cura reciproca e di crescita umana e cristiana, nella condivisione e nella fraternità. Vedo tanta gente, oserei dire tutti, a partire dalla Presidenza nazionale, davvero instancabili nell’adoperarsi perché l’Associazione possa essere all’altezza della sua missione e ciascuno, in essa, possa realizzare la propria vocazione.

Colgo un fermento positivo sulla scorta di quel “gareggiate nello stimarvi a vicenda” a cui ci esorta san Paolo nella lettera ai Romani (Cfr.12,10). Rispetto, stima reciproca, collaborazione sincera e operosa, sono caratteristiche che rendono oggi l’Azione Cattolica uno dei soggetti più vivaci nel panorama ecclesiale. E se qualche anno addietro qualcuno poteva pensare che una certa modalità di organizzazione associativa, tesseramento e democraticità, fossero retaggio del passato, oggi è proprio la spinta innovativa della sinodalità, che sta guidando il rinnovamento della Chiesa, a far recuperare dinamiche che per noi sono da sempre costitutive e familiari.

La collaborazione tra laici e pastori

Il riconoscimento del ruolo e della responsabilità di tutti i battezzati; il compito peculiare dei laici e, in particolare, di quelli associati; la collaborazione fraterna tra presbiteri e laici, tanto preziosa per entrambi, senza prevaricazioni o sudditanze; lo sguardo rivolto alle esigenze pedagogiche e formative delle diverse fasce di età e dei settori all’interno di una forte spinta al dialogo intergenerazionale e al reciproco sostegno… sono tutti aspetti che oggi intercettano istanze ecclesiali di primo piano. E per molti versi si pongono come segno importante, oserei dire di contraddizione, in un mondo che scivola sempre dentro un vortice di individualismo, esasperato e radicale, che mina la vita relazionale, la famiglia, la stessa organizzazione sociale e la convivenza umana in tutti i suoi risvolti.

A ben vedere, i temi che abbiamo affrontato alla luce del Documento assembleare e degli Orientamenti triennali, dalla cultura alla comunicazione, dalle diverse forme di mobilità alle sfide poste dalle migrazioni, dalla partecipazione democratica alle nuove prospettive che si vanno delineando con il cammino sinodale, tutti devono confrontarsi con cambiamenti antropologici epocali. Come comunità ecclesiale non possiamo restare spettatori inermi e neppure omologarci semplicemente alle mode e alla mentalità dominante. Ci è chiesto di operare un discernimento attento e sapiente per dare risposte adeguate e pertinenti sia in ambito ecclesiale sia nel contesto della vita civile. Per essere all’altezza di questi compiti dobbiamo ancor più radicarci nel Battesimo, in quel Battesimo a cui Gesù ci rimanda nel Vangelo, ricordando ai due discepoli qual è la misura del vivere cristiano: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». 

Seguire Cristo è impegnativo ma non impossibile

Il Battesimo lo abbiamo ricevuto ma dobbiamo continuamente rinnovarlo stando con il Signore sulla Croce e conformando sempre più la nostra vita al mistero eucaristico, fino a raggiungere quella conformazione che san Paolo ha descritto in modo mirabile: «Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Gl 2,19-20). Seguire Cristo su questa strada è certamente impegnativo ma non impossibile, come testimonia san Francesco che il Signore ha voluto insignire del sigillo del suo amore con le stimmate. Evento di cui il 17 settembre scorso abbiamo ricordato l’ottavo centenario.

Uniti a lui, tutto diventa possibile, anche affrontare i momenti più di difficili e le prove più grandi. Accogliamo pertanto l’invito che viene dalla lettera agli Ebrei «accostiamoci con piena fiducia al trono della grazia per ricevere misericordia e trovare grazia, così da essere aiutati al momento opportuno». Confidando nel Signore e nella sua grazia potremo certamente rispondere in modo efficace al suo invito che abbiamo scelto come prospettiva sfidante per il triennio: “Voi stessi date loro da magiare”. Non l’avevamo previsto, ma è una concomitanza provvidenziale che oggi si celebri la Giornata Missionaria Mondiale, il cui tema è: “Andate e invitate al banchetto tutti” (cfr Mt 22,9). 

Evidente e significativo il collegamento tra il tema del triennio, oggetto di questo Convegno, e quello della Giornata. I due temi si illuminano e si chiariscono reciprocamente. Concludo pertanto con l’invito a leggere il Messaggio come parte integrante delle riflessioni di questi giorni. Ricollegandoci all’“andate”della riflessione con cui abbiamo aperto il Convegno, facciamo nostre le parole del Santo Padre: «Egli ha detto ai discepoli: “Andate!”, sia prima sia dopo la sua risurrezione, coinvolgendoli nella sua stessa missione (cfr Lc 10,3; Mc 16,15). Per questo, la Chiesa continuerà ad andare oltre ogni confine, ad uscire ancora e ancora senza stancarsi o perdersi d’animo di fronte a difficoltà e ostacoli, per compiere fedelmente la missione ricevuta dal Signore» (n. 1) nella consapevolezza che «la sinodalità è di per sé missionaria e, viceversa, la missione è sempre sinodale» (n.3). Amen.

Autore

  • Assistente ecclesiastico generale Azione cattolica e dell'Università cattolica del "Sacro Cuore"

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