Un Parlamento «di emergenza e di speranza»

Continua il lavoro dell’Ac per accompagnare le persone in questa complessa fase politica, sociale ed economica. Il nuovo Parlamento assuma un ruolo centrale su tre parole-chiave: pace, ascolto, partecipazione

In questa delicata e complessa campagna elettorale, intenso è stato lo sforzo dell’Azione cattolica per accompagnare soci e simpatizzanti, e chiunque fosse in cerca di piccole rotte da seguire, offrendo alcune note di politica per approfondire i temi e le modalità dell’appuntamento elettorale. In particolare, per la forte sensazione di solitudine in cui questo impegno si è svolto – solitudine che dovrebbe interrogare tanti –, ha assunto quasi il significato di una provocazione la campagna contro l’astensionismo, che ha visto soprattutto i giovani motivati protagonisti.

Il tempo successivo al voto certo non è meno importante. Anzi. Già la scorsa settimana la rivista Dialoghi  e la Presidenza nazionale hanno promosso un importante appuntamento di riflessione e discernimento a Spello, in cui sono state messe a fuoco le sfide attuali delle nostre democrazie. Anche il prossimo numero di Segno nel mondo, il periodico dei giovani e degli adulti di Ac, avrà un ricco dossier sulla legislatura che inizia, con un’ampia intervista al presidente nazionale Giuseppe Notarstefano. Una riflessione che proseguirà nell’approfondimento che Dialoghi  farà nei prossimi mesi e che costituirà un’ulteriore piattaforma di approfondimento formativo e associativo.

Ac, messe a fuoco le sfide attuali delle nostre democrazie

Ma capire cosa è successo, e cosa potrebbe succedere nel breve e nel medio periodo, è esercizio che attraversa tutta la vita dell’associazione e riguarda tutti: dai gruppi parrocchiali ai Consigli diocesani. E tanti soci si sentono personalmente mobilitati da questa fase oggettivamente straordinaria della vita del Paese. La stessa ripartenza della vita associativa lungo tutta la Penisola, proprio in questi giorni, non è estranea al momento che viviamo: ne riflette le preoccupazioni, le aspettative, ne riflette sia l’irrequietezza sia il desiderio di darsi da fare quasi a testa bassa, senza stare lì a fare calcoli. “Tempo di emergenze e di speranze”, sintetizza efficacemente proprio la rivista Dialoghi.

Per questo motivo, a pochi giorni dall’insediamento del nuovo Parlamento, dell’istituzione più importante e centrale della nostra democrazia, ciò che l’associazione mette sul tavolo non è l’ennesima lista di cose da fare. Si tratta piuttosto di ritrovare insieme le ragioni e i fondamenti essenziali e “costituenti” che animano la nostra democrazia, riconoscendo la centralità della dialettica parlamentare oltre che l’efficacia o meno dell’azione di governo, nella consapevolezza che entrambe le istituzioni, Parlamento e governo, agiscono in costante riferimento alle istituzioni comunitarie e alla condivisione della visione europea. E si tratta, sopra ogni cosa, di comprendere a fondo il duplice sentimento in cui oscilla il Paese: viviamo come se l’emergenza attanagliasse ogni secondo delle nostre giornate; al contempo viviamo con la ferma certezza che ne verremo fuori mettendo ciascuno il suo.

Valorizzare il contributo che tanti vogliono dare

Chiuse le feroci polemiche pre-elettorali, il nuovo Parlamento ha un compito che prescinde posizioni di parte: provare sincera empatia con questi due moti dell’anima collettiva del Paese. E quindi non dire solo a chiacchiere di comprendere quanto la gente stia soffrendo, ma di andare a vedere e toccare con mano sofferenze materiali e immateriali in cui milioni di nostri concittadini stanno provando, va detto crudamente, a sopravvivere (e il nuovo aumento delle bollette non potrà che acuire e allargare la fascia della fragilità socio-economica). Allo stesso tempo, compito del nuovo Parlamento è fare leva su questo desiderio di venirne fuori, valorizzare sul serio e non solo nei convegni il contributo che tanti vogliono dare generosamente e senza essere strumentalizzati dalla politica: ascoltare davvero e animare quel “terzo pilastro” rappresentato dai corpi intermedi di cui il nostro Paese è davvero ancora molto ricco. Questo Parlamento di un’era pandemica e bellica esca dalle dorate stanze per vedere come si sopravvive anche in case insospettabili. E allo stesso tempo faccia entrare tutte le istanze reali e concrete della società dentro dibattiti, confronti e decisioni, perché una politica autoreferenziale è destinata a fallire sia nell’affrontare le emergenze sia nel sostenere le speranze.

Mostrare empatia verso il Paese

Se ci sarà questo atteggiamento empatico verso i due sentimenti del Paese, verranno fuori le soluzioni economiche, istituzionali, sociali e culturali che apriranno al futuro. Se invece ci sarà chiusura, se invece il Parlamento vorrà essere impermeabile, prevarranno scontri, accuse e veleni che produrranno solo, insieme a nuova sofferenza, anche nuova e più acuta indifferenza.

Questo esercizio di empatia spetta, con la responsabilità specifica che tocca chi esce vincitore dalle urne, alla coalizione di centrodestra. E spetta a chi si metterà all’opposizione della futura maggioranza e del futuro governo, perché in Parlamento non manchi nessuna voce, nessuna necessità, nessuna sensibilità.

Le tre parole dell’Ac: pace, ascolto, partecipazione

Come associazione che fa questo esercizio di empatia ogni giorno, l’Ac può solo suggerire una traccia, tre parole-chiave che intercettano questi due sentimenti: pace, ascolto, partecipazione. Un Parlamento che lavori da protagonista per una pace vera, giusta, duratura e sostenibile, che i “tavoli” li apra con giovani e i fragili e non solo con chi è già ultra rappresentato, che non blocchi ulteriormente la partecipazione alla vita democratica e anzi la liberi, a partire dalla riforma radicale della legge elettorale “gabbia” con cui abbiamo votato.

La mano di un’associazione come l’Azione cattolica, in una fase del genere, è più tesa che mai. Verso le persone, innanzitutto e come sempre. E verso chiunque veda quanto sia importante affrontare insieme questo “tempo di emergenze e di speranze”.

*giornalista politico di “Avvenire” e direttore di “Segno nel mondo

Autore articolo

Marco Iasevoli

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