Un crocevia per valutare la credibilità del Paese

Da «Avvenire». Il Presidente nazionale dell’Ac mette l’accento sulle grandi sfide della corsa al Colle. Il compito della politica e la fiducia nella «grazia di Stato».

Le vicende del nostro Paese ci appassionano e ci stanno a cuore. Ci sta a cuore il Bene comune, che papa Francesco ci ha sempre più esortato a pensare e costruire all’insegna dell’inclusione, e ci stanno a cuore le «giuste istituzioni» in cui vivere una buona vita, per evocare un grande pensatore come Emmanuel Mounier.

Abbiamo scelto, come Azione cattolica e come eredi della tradizione conciliare, di abitare lo spazio pubblico prendendoci cura in particolare della formazione di coscienze credenti, capaci di operare una sintesi storica e concreta tra fede e vita, tra Vangelo e storia. Una sintesi che deve essere creativa e originale, ispirata a uno stile di discernimento comunitario. E proprio alla luce di tale discernimento, in questi anni abbiamo sentito particolarmente urgente una cura della Democrazia, dei suoi strumenti e delle sue istituzioni.

La distanza tra cittadini e istituzioni si può colmare soltanto con una politica “migliore”, come quella espressa con la sua luminosa testimonianza da David Sassoli; la cui prematura scomparsa se da un lato ci fa sentire tutti più poveri e dall’altro ci costringe a fare i conti con la concretezza e la possibilità di un modo alto, rigoroso e “gentile” a un tempo, di interpretare la politica con la “P” maiuscola.

Essere parte è la regola ordinaria nella dialettica politica – come ci ricordava don Luigi Sturzo –, ma la politica ha urgente bisogno di parti capaci di essere tali, ossia parti per il tutto, e non di parti che strappino il tutto, deformandolo ed esasperandolo in una sorta di geometria dell’angolo ottuso.

La scelta del Capo dello Stato, oggi più che mai, è cartina di tornasole di cambiamenti epocali in atto nella vita politica del nostro Paese. Le scelte compiute nel recente passato non mettono al riparo la vita quotidiana delle persone dall’esposizione a precarietà e incertezza che assumono carattere endemico, al di là dei virus, in questa fase della globalizzazione. L’elezione del prossimo inquilino dell’Alto Colle diventa un crocevia delicato e strategico per misurare non tanto la forza tattica attualmente in campo, e che esprime la preoccupazione di occupare spazi e di assicurarsi rendite elettorali passate o future, quanto la forza strategica che si manifesterà nel futuro prossimo e che ha il nome di credibilità e buona reputazione del Paese. I mercati finanziari, il cui interesse speculativo tuttavia va letto come un segnale di pericolo e non come un criterio decisionale, se ne sono già accorti da un pezzo. Avverto pertanto un forte rischio: rimanere immersi in quell’intrigante tela di conti, equilibri, strategie che accompagnano – da sempre, sia chiaro – l’elezione del presidente della Repubblica, rischiando tuttavia di perdere di vista alcune coordinate complessive che vale la pena tenere a mente.

Anzitutto quella relativa al ruolo essenziale che la figura del Presidente ha svolto per la tenuta del Paese, rappresentando davvero quell’unità nazionale della Repubblica che, con fierezza e fatica, tutti insieme proviamo a custodire. Nei tempi più bui della pandemia – che ancora non riusciamo a metterci alle spalle – sapevamo di poter contare su una figura esemplare e autorevole, al di sopra delle parti. Conservare e tramandare di presidente in presidente prerogative e prestigio di un ruolo così delicato, come ci ha ricordato anche nel discorso di fine anno il presidente Mattarella, non è stato certamente semplice. In una società sempre più evoluta, in cui tutto ciò che accade è ripreso in tempo reale dalla rete social così come dagli organi di informazione, preservare la tradizionale discrezione, i poteri di “moral suasion”, calibrare i poteri di esternazione immergendoli nei nuovi mezzi di comunicazione digitale è stato uno sforzo immane, di cui tutti noi, società civile, dobbiamo essere consapevoli e riconoscenti. Insomma, certe attribuzioni e caratteristiche fondamentali della figura del presidente, nel loro rimanere immutate e al tempo stesso stare al passo con i tempi, sono state dirimenti nelle diverse vicissitudini istituzionali, più o meno traumatiche, caratterizzate da un sistema di partiti che stenta a esprimersi in coerenza con il ruolo assegnato loro dalla Carta costituzionale.

Ecco allora che – e vengo al secondo punto – l’autorevolezza del presidente della Repubblica non può in alcun modo mettere in secondo piano il ruolo fondamentale dei partiti per la nostra vita democratica, né – come proclama la Costituzione – il metodo democratico con il quale essi concorrono a determinare la politica nazionale. Il tema di una forte scossa alla politica, della formazione a una politica “alta”, è ancora decisivo e non può essere trascurato credendo che il Capo dello Stato si trasformi in un taumaturgo o si accolli prerogative non proprie nella logica della supplenza, spesso più segretamente desiderata che prudentemente temuta. Di questo i presidenti che si sono sin qui succeduti hanno dato prova di essere pienamente consapevoli, anche quando estendevano fino al massimo la loro «fisarmonica presidenziale» – come è stato ricordato recentemente da Gianfranco Pasquino. E, infatti, proprio alle diverse forze parlamentari è dato il compito di eleggere il futuro presidente. Non ci sarà, per una volta, la “saggezza del Capo dello Stato”. Saranno in grado i partiti di dimostrare una loro peculiare saggezza?

L’Italia ha ancora bisogno di una persona che conoscendo bene le dinamiche politiche e istituzionali del Paese sappia per un verso essere garante di procedure e regole e per l’altro contribuisca a livello internazionale a rappresentare un’Italia all’altezza delle sfide di questa nostra epoca. Dobbiamo allora guardare con fiducia a questo passaggio, consapevoli che non tutto dipende dalla persona del presidente ma anche dalle prerogative che – saggiamente – si sono andate nel tempo cumulando e modellando grazie ai diversi presidenti; arrivando così – mi si passi l’espressione – a una sorta di “grazia di Stato”, che guida, accompagna e aiuta ogni presidente della Repubblica e di cui siamo depositari primi tra tutti noi cittadini.

A tutti noi, pertanto, il compito di preservare i valori democratici e costituzionali, incarnarli nella vita di tutti i giorni, formando le nuove generazioni al rispetto per le Istituzioni e all’amore per il nostro Paese.

(Articolo pubblicato su Avvenire del 19 gennaio 2022)

Autore articolo

Giuseppe Notarstefano