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Sognare il servizio della comunità locale

Un cantiere per il Paese

Un cantiere per il Paese. E un cantiere per la Chiesa.  E ovviamente un cantiere per le nostre relazioni, abituate alla fluidità di un tempo “incasinato” come quello che stiamo vivendo. Un tempo dell’accelerazione e della rete globale, un tempo veloce che combatte la sua buona battaglia con il tempo e lo spazio delle relazioni, del sentimento, della preghiera.

Le città invisibili

Paolo Bovio, managing editor di Will Media, appassionato di trasformazioni urbane e autore del Podcast “Città”, è molto chiaro: dobbiamo assumere una consapevolezza. Così inizia la tavola rotonda di venerdì pomeriggio – moderata da Vincenzo Morgante, direttore di Tv2000 – dedicata proprio ai cantieri che possiamo sperimentare nelle cose concrete e nel nostro cuore. 

La città è il primo cantiere della speranza che sperimentiamo. Noi viviamo per la prima volta una storia dove la popolazione urbana è numericamente maggiore della popolazione rurale. Dal 2008 la popolazione urbana ha superato quella rurale. E sarà sempre così. Le città occupano il 3 per cento della superficie terrestre ma producono l’80 per cento dell’economia mondiale. Ci sono città che crescono e altre no. Creative o innovative, e altre no. Ci sono almeno due città: città che vivono e città che perdono. Ricostituire le reti di relazioni è la sfida che ci appartiene. Lo spazio della città è uno spazio di libertà.

Il tempo delle relazioni

C’è il tempo per queste relazioni? Per padre Bernardo Gianni, abate dell’Abbazia di San Miniato, oggi c’è la tentazione di fare solo l’esperienza di bellezza del proprio io. È un narcisismo di disperazione.  Non voglio scivolare nella banalità di liquidare la pratica dei selfie, spiega il monaco, ma credo che sia molto importante l’invito che ci fa oggi il Papa, quello di contemplare. La prima domanda è: cosa noi contempliamo? Dove abbiamo il coraggio di puntare il nostro sguardo. 

Voi siate “Azione Agapica”, di amore, come tale rivelativa dell’amore che viene dal Padre, che si attua con le energie dello Spirito. Questa prospettiva è dinamica, inesausta, incessante che rompe ogni limite. Deve rompere ogni limite, spaziale, temporale, antropologico. Faccio mio un versetto sovente dimenticato dalla nostra consapevolezza: “Ciò che faremo non è sabato ancora rilevato (Giovanni prima lettera)”. 

Credere nel Vangelo significa mettere in conto fondamentalmente un’attitudine allo sconosciuto, che sin dall’inizio è oggetto della nevrosi del popolo d’Israele che rimpiange cipolle e patate al sicuro dell’ostaggio egiziano. Se non ci fosse stato questo “squilibrarsi” che viene dal futuro, noi non sapremmo neanche cosa possa essere la Pasqua. Dobbiamo risignificare costantemente le sillabe con il loro suono, la loro armonia, se vogliamo che i nostri giovani si emozionino. 

Il popolo di Dio risolve le cose

Antonella Sciarrone Alibrandi, sottosegretaria al Dicastero per la cultura e l’educazione, descrive una situazione critica: oggi è sempre più il tempo di città nelle città. 

All’interno si creano senza barriere degli ambiti di totale incomunicabilità, disuguaglianze economiche sociali, povertà nuove educative. Mi preoccupano queste università totalmente vissute da remoto, spiega. Questo è un grande tempo, perché si frantumano luoghi che tradizionalmente sono stati luoghi facilitanti delle relazioni umane. Aggiungo anche l’elemento delle parrocchie, che sono un altro ambito che per altri motivi soffre di rarefazione delle relazioni sociali. Le parrocchie sono poco abitate. Sono belle queste occasioni dove si tocca con mano la dimensione di popolo, belle per tutti quelli che hanno il dono di viverle, è rassicurante vedere che c’è e continua esserci questa dimensione, confido che possa propagarsi.  I giovani da un lato rifuggono dalle relazioni sociali, dall’altro lato ne hanno un desiderio sconfinato.

Viviamo anche un’epoca di grande deculturalizzazione. C’è un tema di deculturalizzazione potente, ci sono stereoptitipi, banalizzazioni. Non siamo in grado di dialogare veramente nella consapevolezza della nostra identità e passato, dialogare con chi è portatore di una cura diversa della nostra, di questo confronto siamo poca capaci, non siamo educati a farlo. Siamo educati a banalizzare, stereotipare, polarizzare. Bisogno di riabituarci a un dialogo autentico, aperto, senza paura che questo possa annacquare l’identità. Da questo punto di vista il lavoro che sto facendo è quello di aiutare la Chiesa a trovare nuove forme, ambiti, contesti di riculturalizzazione, che passano necessariamente attraverso la relazione, che non possono fare a meno di un radicamento nel territorio. Senza relazioni di prossimità, senza relazioni umane autentiche, senza contatto non si può generare nessun tipo di attrattiva. Senza attrazione non c’è educazione vera, cultura, che nasce, perché il rapporto educativo si basa e si nutre sull’attrazione.

Conclude padre Bernardo Gianni: penso alla necessità di una attitudine alla conversione. Ai carismi della leadership e della comunità aggiungo l’attitudine permanente a smussare il nostro io. Dobbiamo dare ai nostri giovani la percezione di essere stati desiderati da un amore incondizionato. 

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