La prolusione del Segretario di Stato vaticano al simposio dedicato alla "pedagogia della santità"

"Un cammino percorribile da tutti"

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di card. Pietro Parolin* - Vi saluto cordialmente e ringrazio per il gentile invito che mi è stato rivolto.  Esso mi offre l’opportunità di condividere alcune riflessioni a proposito di un tema non importante, ma fondamentale per la vita della Chiesa. Il Concilio Ecumenico Vaticano II ha parlato di «vocazione universale alla santità» (LG cap. V). Come sapete, due anni fa il Santo Padre Francesco ha desiderato riprendere e riproporre quest’invito attraverso un’apposita Esortazione apostolica, dal titolo Gaudete et exsultate, che tratta della «chiamata alla santità nel mondo contemporaneo».

Nella mentalità corrente, e anche nell’immaginario che nasce dalla frequentazione delle chiese e dalla prassi del culto, questa universalità, questa chiamata comune sembra fatichi ancora molto a radicarsi. Il “santo” o la “santa” sono comunemente considerati persone straordinarie, le quali per una grazia speciale sono riuscite a realizzare azioni altrettanto straordinarie, eroiche, inaccessibili ai comuni mortali. Si tratta, pertanto, di operare quello che la Sacra Scrittura definisce metanoia, ovvero un cambio di mentalità, di paradigma.

Ripartiamo dunque dal Concilio, che possiamo accogliere come la “road map” per la Chiesa nei nostri tempi. Esso ha dichiarato che «tutti coloro che credono nel Cristo di qualsiasi stato o rango, sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità e che tale santità promuove nella stessa società terrena un tenore di vita più umano» (LG n. 40).

Ciò mette in evidenza, sempre e di nuovo, una questione di fondo che è urgente affrontare per contestualizzare un discorso non astratto ed estrinseco sulla santità: quali sono le caratteristiche essenziali dell’”umano”? Perché l’essere umano, chiamato alla santità, mostra una costitutiva fragilità, un limite, e al contempo una grandezza? Qual è il rapporto tra l’umano e il divino? E lo scopo essenziale della vita? Per comprendere il senso della santità siamo rimandati a tali questioni di fondo.

La risposta ad esse è importante per orientarci, ancor più nel contesto attuale, dove alla vorticosa velocità esteriore corrisponde una crescente fragilità interiore e dove le molte incertezze della vita frammentano il senso stesso dell’esistenza.

Lasciando che sia la Parola divina, la Rivelazione ad illuminare la prospettiva sull’uomo, vorrei tratteggiare la mia riflessione come una sorta di trittico. Prima pala: l’essere umano nella sua condizione concreta, con la sua fragilità e grandezza. Pala centrale: l’opera di Dio in noi. Terza pala del trittico: qualche spunto per la pedagogia della santità, che è il nostro fine.

Fragilità e grandezza dell’umano
Se osserviamo con sincerità noi stessi, ci rendiamo conto di come capacità e limiti convivano fianco a fianco. Spesso ci meravigliamo dei progressi coi quali riusciamo a comprendere il senso e il valore delle cose, e nello stesso tempo del fatto di non riuscire a portare a compimento, nella vita personale come in quella sociale, le nostre aspirazioni migliori. Costatiamo ogni giorno la compresenza di bene e male attorno a noi, ma è più difficile cogliere come tutto ciò sia radicato anzitutto in noi.

Il Concilio ricordava in proposito: «Gli squilibri di cui soffre il mondo contemporaneo si collegano con quel più profondo squilibrio che è radicato nel cuore dell’uomo. È proprio all’interno dell’uomo che molti elementi si contrastano a vicenda. Da una parte, infatti, come creatura, esperimenta in mille modi i suoi limiti; dall’altra parte si accorge di essere senza confini nelle sue aspirazioni e chiamato a una vita superiore. Sollecitato da molte attrattive, è costretto sempre a sceglierne qualcuna e a rinunziare alle altre. Inoltre, debole e peccatore, non di rado fa quello che non vorrebbe e non fa quello che vorrebbe (cfr Rm 7,14 segg.). Per cui soffre in se stesso una divisione, dalla quale provengono anche tante e così gravi discordie nella società» (GS n.10).

Dentro di noi siamo sospinti da impulsi positivi e negativi. Essenzialmente siamo combattuti fra due forze opposte, che la spiritualità chiama “ispirazioni”, se vengono dallo Spirito buono e trovano posto nel fondo buono che c’è in noi, e “suggestioni”, quando al contrario provengono dallo spirito malvagio e trovano posto nel fondo cattivo che c’è ugualmente in noi. Esse si traducono poi nell’apertura a Dio e agli altri nell’amore e nella chiusura in noi stessi e nel male.

Nella tradizione di moltissimi popoli, la complessità che ci abita è stata attribuita alla compresenza dialettica nell’uomo di corpo e anima, cioè di qualcosa di concreto che cade sotto i nostri sensi e di qualcos’altro che ci consente di andare oltre alla nostra dimensione empirica. Spesso si è posto il principio contraddittorio nel corpo e quello liberatorio nell’anima, finendo tuttavia per ingenerare un pericoloso dualismo interno all’uomo, che sarebbe portato a disprezzare qualcosa di sé, la corporeità. Una concezione, questa, sempre rifiutata dalla visione cristiana, che ha al centro l’Incarnazione di Dio e che ci porta a pensare che non solo “abbiamo” un corpo, ma che “siamo” un corpo.

Potremmo perciò seguire l’indicazione di San Paolo, il quale aveva individuato in noi tre dimensioni: quella corporea, quella dell’anima e quella dello spirito. È interessante che questa descrizione essenziale dell’uomo emerga proprio a proposito della santità. Scrive infatti l’Apostolo: «Il Dio della pace vi santifichi interamente, e tutta la vostra persona, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo» (1 Ts 5,23).

Che cosa indica tale approccio tipicamente cristiano alla persona? Che sia l’esperienza del limite, sperimentabile soprattutto nella nostra realtà situata, corporea e destinata a finire, sia l’esperienza del suo possibile superamento a livello di coscienza e libertà (anima), si radicano in un sentire più profondo, quello che Paolo designa come “spirito” e specifica essere “nostro”. Che cos’è questo spirito? È quello che la Bibbia chiama abitualmente “cuore”, intendendo con esso il centro della persona, la sua parte più profonda, quella che, sola, è in grado di unificare il tutto.

L’aspetto che più mi preme sottolineare a proposito dello spirito o del cuore è che esso, per sua natura, è portato ad orientarsi ad altro. È, potremmo dire, “ec-centrico”, ovvero, etimologicamente, non ha il proprio centro in sé, ma al di fuori di sé. Come disse Gesù: «Dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore» (Mt 6,21). Il cuore va in cerca di un tesoro, di qualcosa che arricchisca, inabiti e completi la vita. Ci suggerisce una verità ineludibile: siamo esseri in relazione, nasciamo relazionati e siamo portati a realizzarci orientandoci verso altro. Siamo, in altre parole, caratterizzati, nel profondo di noi stessi, da un’apertura a qualcosa che ci supera e ci realizza. Sant’Agostino lo ha acutamente descritto, indicando il bisogno di scendere nel profondo di noi per scoprire la necessità di andare oltre noi stessi: «Non uscire fuori, rientra in te stesso: nell’uomo interiore abita la verità e se scoprirai la tua natura mutevole, trascendi anche te stesso»[1].

Per attualizzare le parole di Sant’Agostino, possiamo osservare come, quando cerchiamo di riempire il “vuoto” che ci abita con realtà solo mutabili, materiali, rischiamo di alienarci, di “cosificarci” e di diventarne dipendenti. Se invece riempiamo il nostro desiderio profondo con relazioni personali autentiche, libere e liberanti, ritroviamo noi stessi. Ci rendiamo conto, insomma, che il cuore non viene saziato da quanto sta “più in basso” di noi, ma solo da quanto ci trascende, come lo stesso Agostino magistralmente scolpì all’inizio delle Confessioni: «Ci hai creati per te e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te»[2]. Lo stesso Agostino invitava a partire dalla nostra capacità introspettiva per avviarci a quella “conversione” che ci conduce a comprendere il mistero di noi stessi: siamo fragili, limitati e imperfetti, eppure protesi all’infinito. Nell’assenza che percepiamo si apre lo spazio di una Presenza infinitamente più grande.

Possiamo riconoscerlo e accettarlo, affidandoci a questa Presenza: è la via dell’apertura religiosa, che dal limite si volge all’infinito. Ma possiamo anche rifiutare l’apertura al mistero che ci inabita e chiuderci nel nostro limite, scambiandolo come un assoluto e illudendoci di non aver bisogno d’altro. Poiché, però, l’apertura alla trascendenza non è eliminabile negli esseri umani, tale apertura, come dicevamo pocanzi, viene irrimediabilmente riempita di cose contingenti, da cui diveniamo facilmente dipendenti, come il successo, gli affari, la ricchezza, il potere, realtà momentaneamente appaganti, ma non durevoli e liberanti. È tutto ciò che nella tradizione biblica è indicato come idolo. Le due possibilità che abbiamo descritto sono segno dell’insopprimibile libertà dell’essere umano.

Queste osservazioni antropologiche ci hanno consentito di stabilire un primo punto in vista del tema della santità. Si è potuta indicare la fragilità della persona, e al contempo la sua grandezza, data dalla presenza in noi del cuore, dello spirito, dell’apertura al divino.

Sulla scia di sant’Agostino alcuni tra i più grandi pensatori cristiani, da Tommaso d’Aquino a Pascal, da Rosmini a Blondel, da Edith Stein e Rahner, hanno voluto indagare questa realtà, giungendo ad affermare che il limite ultimo dell’uomo consiste nell’ammettere il proprio ineludibile mistero. Mistero irrisolvibile che, una volta intuito, domanda “qualcosa”, Qualcuno che, da dentro, ci elevi al di sopra delle nostre capacità. È una realtà che riguarda tutti gli esseri umani, con la loro ricerca religiosa, e che dà la possibilità allo Spirito del Signore di raggiungerli. Tuttavia, la ricerca umana si muove in mezzo a molte contraddizioni: segnala un’apertura che l’uomo, da solo, non può colmare.

La ricerca della via è possibile tramite la libertà, intesa come attitudine di disporre di se stessi in vista del proprio fine. Ora, proprio questa possibilità ha permesso, storicamente, quell’allontanamento dal bene, da Dio, ma anche dagli altri e da se stessi, che chiamiamo peccato e che ci ha guastato fin dalle origini, deturpando l’immagine di Dio che è nell’uomo, ovvero quella sua apertura a Lui e compromettendone, anche se non del tutto, le attitudini fondamentali.

 L’essere umano: da immagine di Dio a figlio di Dio
Siamo così giunti alla pala centrale del trittico. Il compimento della persona umana, costitutivamente aperta alla trascendenza, così come la soluzione del dramma del peccato, si ha con la rivelazione di Dio, di un Dio indeducibile, sorprendente che, facendosi uomo, fa luce sul mistero stesso dell’uomo. Sono infatti l’Incarnazione e soprattutto la Pasqua di Gesù a portare a compimento tutto il percorso dell’Antico Testamento e a realizzare le promesse stabilite agli inizi, con la creazione dell’uomo. Proprio nel racconto biblico della creazione, si mostrava infatti l’origine e l’identità della persona, creata da Dio a sua immagine: «a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò» (Gen 1,27). Con queste succinte parole si stabiliva la singolarità di ogni persona, la sua relazione costitutiva con Dio attraverso il tema dell’immagine, la differenza e la parità fra l’uomo e la donna, e, quindi, la pari dignità di entrambi e anche il luogo nel quale si costituisce la prima comunità umana, ovvero la famiglia.

Ora, in Gesù, Dio resosi visibile in forma umana, l’immagine diventa somiglianza. Nella sua vita insieme divina e umana ci viene dato il compimento della creazione e la guarigione dalle lacerazioni del peccato. Senza soffermarci sul “meccanismo della salvezza”, possiamo compendiare l’esito di ciò che Gesù ha realizzato per noi con una parola: “figli”. Cristo è il Figlio di Dio che si è fatto figlio dell’uomo per fare di noi figli di Dio[3]. La sua opera ci ha permesso di diventare figli amati del Padre. Questo corrisponde al nostro fine, alla manifestazione della nostra identità più profonda. Figli amati di Dio: è questo il legame che ci genera e rigenera interiormente, che ci chiama all’abbandono fiducioso in Colui che per sempre avrà cura di noi, ad appartenere a un Padre che ci accoglie e ci fa crescere. Notiamo che la vita all’interno della Trinità (che dal Padre è donata al Figlio nello Spirito) risana e ricostituisce la nostra stessa relazionalità: è possibile diventare figli ed eredi del Padre come Gesù, è possibile che la stessa vita del Figlio di Dio abiti in noi.

Come, in che modo? Dovremmo ora poter meglio comprendere perché la rivelazione di Dio, l’opera di Gesù culminino con l’invio dello Spirito Santo. È lo Spirito Santo che crea la Chiesa, che ispira le Scritture, che ripresenta Gesù nell’Eucarestia, che ci comunica il perdono dei peccati; è lo Spirito Santo che, effuso nei cuori, rinnova e trasforma l’uomo. È lo Spirito Santo, insomma, il centro propulsore di tutta la nostra vita spirituale, che infatti viene denominata così, spirituale, non in riferimento a qualche astrazione sacra, ma in riferimento allo Spirito Santo. Ora si fa luce sul mistero umano di cui tanto si è parlato: quell’apertura presente nell’intimo dell’uomo, chiamata da San Paolo spirito, è stata disposta proprio per ospitare lo Spirito Santo. E così Dio si comunica a noi in modo connaturale: da Spirito a spirito.

Lasciamoci conquistare dal celebre testo di san Paolo ai Romani, in cui parla della vita cristiana, che è vita da figli secondo lo Spirito: «Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: “Abbà! Padre!”. Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo» (Rm 8,14-17).

 La chiamata alla santità
Guardiamo all’ultima pala del nostro trittico, potendo a questo punto motivare la santità come finalità dell’uomo. Accenno anzitutto al carattere principale della santità: essa, dopo quanto visto, non è un’opera umana, non è qualcosa che realizziamo noi. La santità è anzitutto prerogativa di Dio, segnatamente dello Spirito Santo, e partecipata a noi: è lo Spirito Santo che rende santi. I santi non sono dunque gli invincibili eroi cristiani, ma peccatori con una caratteristica, quella di vivere secondo la prima Beatitudine: essere poveri in spirito (cfr Mt 5,3). Essere coloro che, nel loro spirito, nel centro di sé, sanno di aver bisogno d’altro, dell’azione dello Spirito Santo, che comunica la sua stessa prerogativa, la santità appunto.

Papa Francesco ha reso bene l’idea mediante un’immagine, quella delle vetrate di una chiesa. È bello ricordare che per secoli – pensiamo alle maestose cattedrali gotiche – i santi sono stati raffigurati negli edifici sacri non davanti a noi, ma attorno a noi, nell’atto di guardarci dall’alto, proteggerci e intercedere per noi. Il Papa, proprio nella Solennità di tutti i Santi, ha affermato: «E’ la nostra festa: non perché noi siamo bravi, ma perché la santità di Dio ha toccato la nostra vita. I santi non sono modellini perfetti, ma persone attraversate da Dio. Possiamo paragonarli alle vetrate delle chiese, che fanno entrare la luce in diverse tonalità di colore. I santi sono nostri fratelli e sorelle che hanno accolto la luce di Dio nel loro cuore e l’hanno trasmessa al mondo, ciascuno secondo la propria tonalità. Ma tutti sono stati trasparenti, hanno lottato per togliere le macchie e le oscurità del peccato, così da far passare la luce gentile di Dio. Questo è lo scopo della vita: far passare la luce di Dio»[4]. Non statue innalzate dagli uomini, ma vetrate trasparenti che, mantenendosi “pulite”, rifrangono nel mondo lo Spirito, luce che orienta la vita.

Tutto questo ci consente di guardare alla Chiesa secondo l’angolatura che le è propria, con una prospettiva trascendente e non solo immanente. Dobbiamo prestare attenzione alla tentazione mondana, un po’ giornalistica, di caratterizzare la Chiesa in termini puramente umani, sociologici, definendola secondo orientamenti, tendenze, partiti. Certo, la componente umana, coi suoi pregi e i suoi limiti, è pienamente presente nel Popolo di Dio, ma, ancora una volta, il Concilio Ecumenico Vaticano II ci riporta all’essenziale, alla natura peculiare della Chiesa, a quel popolo che «ha per condizione la dignità e la libertà dei figli di Dio, nel cuore dei quali dimora lo Spirito Santo come in un tempio» (LG n. 9). Se avessimo ben chiara questa prospettiva, credo che anche l’affetto per la Chiesa sarebbe più autentico e il modo di guardarla più simile a quello del Signore.

La santità, dicevamo, è anzitutto grazia, opera gratuita e incondizionata dello Spirito Santo, che si riversa sul corpo ecclesiale e sul singolo. Essa presuppone accoglienza e collaborazione attiva da parte nostra, come in tutte le dinamiche salvifiche, dove Dio non compie nulla imponendosi, ma sempre e solo proponendosi e responsabilizzandoci.

Eccoci così giunti a interrogarci circa la “pedagogia della santità”. Il criterio formativo essenziale, dopo quanto detto, è facilmente ritracciabile. È contenuto nel nome stesso cristiano: è l’“imitatio Christi”. Lo Spirito Santo, autore della santità, opera infatti in noi conformandoci a Cristo, per renderci pienamente figli a immagine del Figlio. Ci porta, in altre parole, ad essere fedeli a noi stessi, alla chiamata a quello che siamo destinati a diventare: figli e figlie del Padre, fratelli e sorelle tra di noi. Così, lo Spirito da una parte ci incoraggia e consola, ricordandoci che siamo, sempre e nonostante tutto, figli amati del Padre; dall’altra ci purifica, perfeziona, eleva, invitandoci a lottare per assimilarci giorno dopo giorno all’umanità di Cristo.

Il cammino della santità, conformazione nella carità
L’aspetto pedagogico della santità mi sembra corrispondere a una delle due finalità precipue dell’Esortazione apostolica Gaudete et exultate.

La prima, già accennata, concerne il fatto che la santità è realizzabile per ogni cristiano, essendo la vocazione di tutta la Chiesa e quella propria di ciascuno. La chiamata alla santità è universale e specifica, riguardando «ognuno per la sua via», come dice il Concilio (LG n.11). Oltre a ciò, l’intenzione fondamentale dell’Esortazione si riferisce proprio alla pedagogia, al cammino della santità. Il documento si propone di essere non solo informativo, ma, quale Esortazione rivolta al Popolo di Dio, formativo: desidera motivare alla santità quale bene primario della Chiesa. Secondo la prassi, per un riconoscimento ufficiale della santità da parte della Chiesa, è necessario che la persona abbia praticato le virtù teologali e cardinali in modo “eroico”: non si tratta di raggiungere una perfezione sovraumana, ma di vivere in modo pienamente cristiano, rafforzati dalla grazia di Dio con le proprie capacità, laddove la Provvidenza ci ha posto nel mondo. Lo schema migliore per verificare la santità della condotta, per concretizzare l’adesione a Cristo nello Spirito, è contenuto, come Papa Francesco ricorda con insistenza, nelle Beatitudini, le linee-guida lasciate da Gesù.

Infatti, nelle Beatitudini appare il modello cristiano. Esse non domandano gesti straordinari, ma chiedono di incarnare un modo di vivere contrario rispetto a una vita centrata su se stessi. Le Beatitudini sconvolgono così i parametri comuni: agli occhi del mondo non appaiono vincenti i poveri in spirito, i miti, i misericordiosi, gli operatori di pace, i puri di cuore e così via. Eppure, vivendo al modo di Cristo, cioè secondo la carità, secondo lo Spirito dell’amore, si giunge a essere beati, felici. Fra tutte le virtù, infatti, il ruolo chiave è affidato alla carità, che è il segno tangibile e concreto dell’amore di Dio. Vivendola, si scopre il segreto paradossale della vita: che, per possederla davvero, occorre donarla.

La carità non deve tuttavia essere considerata come una categoria teorica. È il rischio spesso segnalato dal Papa: ritenere la carità qualcosa di assolutamente valido senza calarla nel concreto. Sappiamo quanto non sia facile accogliere il prossimo, vedere negli altri non ostacoli e complicazioni ma la via per realizzare quello che Dio ci chiede, prodigarsi per tutti senza preferenze, dare gratuitamente senza ricercare, anche implicitamente, una qualche convenienza. La carità, intesa secondo il celebre inno di San Paolo in 1 Cor 13 come amore oblativo, come dilezione e donazione che cerca il bene altrui, come uscita da sé, è l’ingrediente fondamentale per la santità personale ed ecclesiale.

Il singolo, infatti, non può ambire a salvarsi da solo se è chiamato a esercitare la carità; infatti, anche se la salvezza è del singolo, non ci può essere una via della perfezione nella chiusura. In proposito il Santo Padre scrive che «la santificazione è un cammino comunitario, da fare a due a due» (n. 140). Eppure c’è una santità eminente in coloro che agli occhi del mondo si isolano, proprio perché l’isolamento fisico non è mai un isolamento spirituale, ma un’offerta di vita nascosta e oblativa, perciò ancor più efficace e meritoria, perché non ricerca il proprio utile, ma solo il bene altrui. È l’essenza della vita monastica. Viene in mente S. Teresa di Gesù Bambino, monaca e patrona delle missioni, che sull’amore ha imperniato tutta la propria esistenza. Il Pontefice riporta anche degli esempi accomunati dall’offerta gratuita e pasquale della vita: comunità di martiri come, tra i tanti, san Paolo Miki e i suoi compagni in Giappone, che ricordiamo oggi, o come i beati monaci trappisti di Tibhirine, in Algeria. E poi esempi di amore oblativo incarnato nella quotidianità: «molte coppie di sposi sante, in cui ognuno dei coniugi è stato strumento per la santificazione dell’altro» (n. 141). Dio ci invita, in ultima analisi, al dono gratuito, all’amore che vale per sé e non per le ricompense e per i successi: «ci invita a spendere la nostra vita al suo servizio» (n. 130).

Papa Francesco addita alcuni “consigli”, esprimendoli con esempi concreti, adeguati all’esperienza quotidiana. Parla anche di gioia e senso dell’umorismo, di audacia e di fervore. Il Pontefice non pensa mai a una santità disincarnata, che ci riporterebbe all’accennato dualismo anima-corpo, non cristiano. Egli richiama pure gli aspetti psichici ed emotivi, spiegando che la santità «non implica uno spirito inibito, triste, acido, malinconico, o un basso profilo senza energia. Il santo è capace di vivere con gioia e senso dell’umorismo. Senza perdere realismo, illumina gli altri con uno spirito positivo e ricco di speranza» (n. 122). L’audacia nasce invece dall’esortazione di Gesù: «Non abbiate paura» (Mc 6,50). Il Signore ci incoraggia a camminare nella vita con la forza dello Spirito, che è Spirito di vita nuova, di risurrezione, con un atteggiamento pieno di “parresia”, di coraggio franco nell’umiltà.

È rilevante evidenziare come, trattandosi di santità di vita, l’azione pedagogica non passa anzitutto attraverso l’insegnamento e la dottrina, ma soprattutto attraverso la testimonianza. «Predicate sempre il Vangelo e, se fosse necessario, anche con le parole»: è un insegnamento di San Francesco[5] che Papa Francesco ripete di frequente. La convinzione è che la fede è questione di vita e non può essere ridotta solo a dottrine e morale, pena la sua inefficacia e incomunicabilità. Perciò il Santo Padre invita a formarsi leggendo il Vangelo, che non è teoria ma vita, e alla scuola delle vite dei santi, narrazioni di esistenze compiute. Invita altresì a cogliere e portare alla luce le testimonianze di quei «santi della porta accanto» (nn. 6-9), che non saranno forse mai ufficialmente elevati agli altari, ma rimangono figure in grado di orientare il cammino di chi li ha conosciuti.

Per concludere, un duplice compito stimola il credente, in particolare chi svolge una funzione specifica all’interno delle comunità e ha maggiore responsabilità. Primo compito: mostrare che la santità è un cammino percorribile da tutti, non solo da Papi, ecclesiastici e fondatori di Congregazioni religiose, ma, soprattutto oggi, da laici e laiche, da sposi, da anziani e giovani di ogni latitudine, persino da giovanissimi come san Domenico Savio, Francesco e Giacinta di Fatima e ai nostri giorni figure come il Servo di Dio Carlo Acutis. E ancora: intellettuali e illetterati, perché la sapienza non ha niente a che vedere con una conoscenza puramente intellettuale: «Se qualcuno fra gli uomini fosse perfetto, privo della sapienza che viene da te, sarebbe stimato un nulla», dice il libro della Sapienza (9,6). È certamente arricchente essere colti e sapienti, ma il segreto dei numerosi dottori e maestri di vita spirituale nella Chiesa è stato quello di unire le capacità intellettuali alla condotta di vita sapienziale, facendosi dono per tutti e diventando trasparenze di Vangelo prima nei fatti che a parole.

Secondo compito: accogliere la propria missione, quella ricevuta nel Battesimo, di vivere e di testimoniare. Tante volte ci si chiede che cosa occorra fare per migliorare la Chiesa, la società, il mondo. La santità è la prima risposta. Non parte dal cambiamento delle strutture, della realtà che ci circonda, degli altri; inizia dal cambiamento di se stessi, nella fiducia che Dio ama realizzare meraviglie nella e attraverso la vita di ciascuno. Le grandi opere di Dio non si reggono infatti sui nostri progetti, ma sulla sua grazia. Un insigne santo della carità, San Vincenzo de Paoli, lo ha scritto in modo mirabile: «Le cose di Dio si fanno da sé e la vera sapienza consiste nel seguire passo passo la Provvidenza […] Le opere di Dio non si fanno quando lo desideriamo noi, bensì quando piace a lui»[6].

È così, senza pretese di cambiare gli altri ma essendo fedeli fino in fondo alla propria chiamata, che la santità mostra al mondo un’umanità nuova, sorprendente, che esso non conosce. Su questo potrete riflettere con ampiezza nei giorni di questo Simposio, promosso dalla Fondazione Azione cattolica Scuola di santità Pio XI, in collaborazione con il Segretariato del Forum internazionale di Azione cattolica.

La santità è l’annuncio sempre attuale di speranza da rivolgere al mondo. È l’attrattiva di cui hanno in particolare bisogno i giovani, che attendono, oggi più che mai, testimoni e non maestri, fratelli e sorelle attraenti e felici che li stimolino con l’esempio e non con le prediche, perché la presenza e il messaggio di Gesù intercettino i sogni di bellezza che portano nel cuore. Solo così si sentiranno portati a vivere in pienezza la loro umanità, a prendere il largo verso orizzonti infiniti. Perché in definitiva, come disse san Giovanni Paolo nella prima Giornata mondiale della Gioventù: «Vale la pena di essere uomo, perché tu, Gesù, sei stato uomo!»[7].

*Prolusione al simposio internazionale “Pedagogia della santità. Una sfida universale per i fedeli laici(6 febbraio 2020)

 

[1] «Noli foras ire, in teipsum redi, in interiore homine habitat veritas et si tuam naturam mutabilem inveneris, trascende et te ipsum» (De vera religione, 39,72).

[2] «Fecisti nos ad te et inquietum est cor nostrum donec requiescat in te» (Confessiones, I,1,1).

[3] Cfr S. Ireneo di Lione, Contro le eresie, III,19,1.

[4] Angelus, 1° novembre 2017.

[5] Cfr Fonti Francescane, 43.

[6] Prefazione Evangelica, Roma 1990, 134-135.

[7] Omelia alla Domenica delle Palme, 15 aprile 1984.