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A che punto è il dibattito sulla pace nel nostro Paese? Avvenire l’ha chiesto al Presidente Notarstefano

Troviamo spazi di dialogo

Il popolo della pace torna a chiedere una tregua in Terrasanta, Ucraina e su tutti i fronti di conflitto aperti
Foto Shutterstock
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«Intollerabile ciò che accade ai bambini di Gaza. Troviamo spazi di dialogo», «La distinzione tra aggredito e aggressore conta sempre, ma non può diventare un’argomentazione che ci fa tollerare il conflitto come prospettiva inevitabile», «Le istituzioni devono saper governare i conflitti, mettendo da parte interessi e convenienze del momento».
Giuseppe Notarstefano, presidente nazionale dell’Azione cattolica, da tempo chiede una politica di pace fatta di tessitura continua, di piccoli passi, giorno dopo giorno. «Ha ragione il cardinale Zuppi, di architettura di pace in queste settimane se ne vede poca. Eppure è il momento di convergere il più possibile su soluzioni che vadano nella direzione giusta, quella chiesta dai popoli colpiti».

Quali margini di negoziato intravede?

La pace adesso non sembra conveniente, perché a doversene fare carico c’è una politica che appare debole. Eppure è necessario tornare alla stessa politica intesa come spazio di negoziazione e di comune ricerca di regole. Partiamo da un punto condiviso: non possiamo abituarci alle guerre e alla violenza. Siamo consapevoli del rischio di assuefazione all’utilizzo della forza e delle armi e come società civile vogliamo respingere questo circolo vizioso.

Poco più di un anno fa, in occasione della grande manifestazione di Roma organizzata da Europe for Peace, lei spiegò che era necessario distinguere tra aggredito e aggressore, nel caso dell’invasione russa in Ucraina. Vale lo stesso discorso per quanto sta succedendo in Medioriente?

La distinzione tra aggredito e aggressore conta sempre, perché la pace si fa anche attraverso la giustizia. Non può però diventare un’argomentazione che ci fa tollerare la guerra come una prospettiva inevitabile. Quel che sta accadendo ai bimbi di Gaza è intollerabile e tutte le parti in causa dovrebbero riflettere sul dramma umanitario in atto. Non possiamo dimenticare, non dobbiamo addormentarci, occorre sì reagire come è successo dopo l’aggressione terroristica di Hamas il 7 ottobre, ma portando nel cuore la «dolorosa coscienza» evocata nella “Laudato Si’” da papa Francesco: occorre stare sintonizzati con la sofferenza dell’altro.

In che modo?

Il lavoro di un’informazione davvero indipendente e trasparente in questo senso è fondamentale, perché ci aiuta a capire i fatti e a non perdere il filo di empatia con i popoli colpiti. In una fase come questa, non possiamo più dare tempo e spazio alle scene continue di violenza, ma dobbiamo chiedere che le armi tacciano subito: i più deboli pagano per primi.

Dal punto di vista formativo, su cosa è necessario lavorare?

Il nostro spazio di intervento resta soprattutto quello educativo, realizzato attraverso progetti concreti. Come Ac, ad esempio, accoglieremo nelle settimane di Natale un gruppo di giovani ucraini. La pace si costruisce seguendo una logica di prossimità e di vicinanza con le vittime. Credo molto, in questo senso, nella capacità di costruire percorsi di sinodalità con altre realtà ecclesiali. Questo vale anche in occasione delle manifestazioni pubbliche in cui si chiede il cessate il fuoco, in Medioriente come in Ucraina e in tutti gli altri scenari di guerra: non dobbiamo dividerci, ma dobbiamo essere solidali con chi soffre.

Le comunità cristiane, in concreto, cosa possono fare?

La preghiera è il primo passo per chiedere una conversione dei cuori, che dobbiamo vivere innanzitutto noi, in prima persona. Bussate e vi sarà aperto, dice il Vangelo. Non possiamo stancarci di chiedere la pace e insieme dobbiamo domandare anche uno scatto di coraggio che restituisca dignità alle istituzioni internazionali a cui questo compito è stato assegnato.

(Intervista pubblicata su Avvenire del 12 dicembre 2023)

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