LA STORIA DELL'AC

Home » Articoli » Tra paura e speranza

Tra paura e speranza

Da «Dialoghi». L’attesa è vita, non però se è attesa di “qualcosa che so non arriverà mai” (Bukowskj), ma di qualcuno il cui bisbiglio chiede cura, vigilanza, attenzione, piuttosto che distrazione e dispersione. Il Logos, infatti, esige “raccoglimento” e questo sempre, ma ancor più in tempi che rischiano di offuscare la luce, mentre si spengono le luminarie.

Nelle mie scorribande notturne fra libri e terze pagine, mi sono imbattuto in questa annotazione di Charles Bukowskj: «Ora mi sento come se stessi aspettando qualcosa che non arriverà mai, perché adoro illudermi e sperare, ti senti più vivo mentre lo fai». L’attesa ci fa sentire vivi, ma per il poeta, irriverente e nichilista, si tratta dell’attesa del nulla, nonostante il filosofo ci abbia avvertiti dicendo che siamo arrivati troppo tardi per gli dèi e troppo presto per l’Essere (M. Heidegger). E se la nostra fosse attesa del nulla perché siamo arrivati in ritardo rispetto al Dio che è venuto? La nostra vicenda sarebbe un po’ come quella del quarto magio protagonista di un bel romanzo di Mimmo Muolo, ispirato a un racconto di Henry van Dyke del 1895. La nostra cultura, la nostra filosofia e perfino la nostra teologia non sono in ritardo? E l’ulteriore domanda: questo ritardo si può recuperare come riesce a fare il protagonista del romanzo? O, ritenendolo irrimediabile, abitiamo una pantofolaia rassegnazione?

Accanto all’annotazione di Bukowskj, ho comunque voluto recuperare il capolavoro poetico di Clemente Rebora, Dall’immagine tesa, che sembra condividere, nel ritornello: “non aspetto nessuno”, l’attesa del nulla, che tuttavia non ha l’ultima parola, perché la lirica si conclude con il sopraggiungere del bisbiglio di colui o colei che si attende:

Ma deve venire,
verrà, se resisto
a sbocciare non visto,
verrà d’improvviso, 
quando meno l’avverto. 
Verrà quasi perdono 
di quanto fa morire, 
verrà a farmi certo 
del suo e mio tesoro,
verrà come ristoro
delle mie e sue pene, 
verrà, forse già viene 
il suo bisbiglio.

Forse il nostro sarà un Natale bisbigliato. E questo perché non avremo tanta energia da gettare fasci di luce nelle nostre strade, né tanta legna da scaldare i nostri corpi, né tante risorse da offrire sontuosi doni. Ma un Natale bisbigliato può essere certo più autentico di una festa strillata. Rischiamo però di non percepire il bisbiglio della venuta e così di arrivare troppo tardi per il Dio che viene.

La prima domenica di Avvento si è aperta col versetto del salmo 24,3: “Chiunque spera in Te non resti deluso”. La delusione proviene dall’illusione, ma noi non siamo degli illusi perché Colui che deve venire è già venuto e siamo stati noi a deluderlo, non Lui. La pagina evangelica ci ha messo di fronte all’imprevedibile (Mt 24,37-44) e all’imprevisto con riferimento al diluvio. Il che è certamente spiazzante per un popolo di programmatori quali siamo diventati. Coincidenza tragica: il disastro di Ischia, certamente imprevisto, non sappiamo quanto imprevedibile, ma che, come altre circostanze drammatiche, ci mette di fronte alla nostra estrema fragilità. Come i contemporanei di Noè mangiavano, bevevano, si sposavano ecc. senza preoccuparsi di quanto stava per accadere, così la maggior parte di noi non avrebbe mai creduto al disastro prodotto da un piccolo virus o al fatto che qualcuno avrebbe osato aggredire un popolo vicino. Eppure, l’imprevisto è accaduto. E, poiché può sempre accadere, ci fa paura.

Questo inizio di Avvento ha una sua colonna sonora. E mi piace rinvenirla nell’opera di Francis Poulenc, I dialoghi delle carmelitane, la prima al teatro dell’opera di Roma proprio all’inizio dell’anno liturgico. I critici fanno notare come il cammino delle monache verso il patibolo sia accompagnato proprio dalla “paura”, sottolineata dai toni bassi cui ricorre il compositore. Un accento posto nell’opera musicale rispetto a quella letteraria di Georges Bernanos, cui si ispira. Anche in quella occasione un imprevisto rappresentato non tanto dalla rivoluzione, quanto dal terrore che gli ideali di libertà, fraternità, uguaglianza, e aggiungerei laicità, hanno prodotto a loro insaputa. Ma lì la paura si trasfigura e le fragili carmelitane accompagnano il cammino verso la ghigliottina con il canto della Salve regina e del Veni creator. Del resto, il martirio ha senso solo se è l’incontro con Colui che si è atteso nella vita e se, oltre questo esilio terreno, si prepara un’abitazione nell’altrove del cielo. Ed è questo anche il senso del nostro martirio quotidiano.

L’attesa è vita, non però se è attesa di “qualcosa che so non arriverà mai” (Bukowskj), ma di qualcuno il cui bisbiglio chiede cura, vigilanza, attenzione, piuttosto che distrazione e dispersione. Il Logos, infatti, esige “raccoglimento” (ancora Heidegger) e questo sempre, ma ancor più in tempi che rischiano di offuscare la luce, mentre si spengono le luminarie.

Articolo pubblicato sul blog di rivistadialoghi.it, sito della rivista «Dialoghi», trimestrale culturale promosso dall’Azione cattolica italiana. Giuseppe Lorizio è presbitero della diocesi di Roma e docente di Teologia fondamentale alla Pontificia Università Lateranense, dove coordina le specializzazioni in Teologia fondamentale e in Teologia interconfessionale.

Autore