Istituto Giuseppe Toniolo. Istituto di Diritto internazionale della pace

Lettera al figlio Antonio

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Caro il mio Antonio,
Tu non volesti, che in quest’ora io assistessi alla tua ultima prova di laurea, che oggi si chiude con un voto definitivo, che suggella la tua carriera universitaria. E sta bene; fu pensiero delicato, sia verso dei tuoi professori, che verso di te. Intanto che io attendo non senza trepidazione, quest’esito finale, ti dirigo per lettera (che forse vorrai serbare almeno virtualmente nel tuo cuore) una parola di più dell’animo mio paterno, in un momento certo solenne per la tua vita. Né io, né tu siamo preoccupati, perché questo momento fuggevole è di passaggio a quel domani, che raffigura, come si dice, un salto nel buio! Noi diciamo, credo, con eguale fede, che è un salto nelle braccia della Provvidenza. E sono le gran braccia! Nessuno sgomento, Dio mercé, per ciò. Bensì credo un bisogno per te, un dovere, raccogliere le fila del pensiero, che deve ricollegare questo primo iatus della tua vita ad un secondo.
Dei tuoi studi, del ramo prescelto1 spero tu possa essere soddisfatto; e più se li proseguirai colla coscienza di adempire alla tua piccola missione quaggiù e colla pura intenzione della gloria di Dio. Forse è proprio per la via delle scienze positive naturali che alla Provvidenza piace oggidì di ricondurre, attraverso tante aberrazioni alternate da tante conquiste, alla fede. Ciò non perdere tu mai di vista. Ma all’uopo per evitare quegli errori e per proseguire queste conquiste, rammentati che se gli stessi problemi naturali per le loro manifestazioni fenomeniche appartengono di pieno diritto alle scienze positive di osservazione, invece per l’intima loro natura e per le cause prime ed ultime spettano pur sempre alla filosofia, la quale alla sua volta dà la mano per alcuni rispetti alle verità della fede. Non dividere adunque mai lo spregio, che i naturalisti spesso hanno per la metafisica e la religione; è un pregiudizio contro cui i grandi scienziati protestarono sovente; ma procedendo pur largamente nel campo della osservazione fenomenica, abbi sempre la sollecitudine sapiente di non offendere mai le evidenti verità filosofiche, né quelle (ove sieno autorevolmente definite) della religione. È prudenza scientifica codesta, che finisce coll’ampliare e armonizzare e non restringere e scindere il dominio del vero, in cui la mente e la coscienza si riposano. E farò un passo di più. Gli studi diverranno dunque la tua professione. E ben sai come ciò mi soddisfi, continuando le traccia della mia carriera professionale. Ma vecchio di anni, non ancora di spirito, ti dico che per gli studi non devi dimenticare i problemi della vita pratica, in ispecie quelli sociali, che oggi grandeggiano e che rientrano pure palesamente nei disegni della Provvidenza, per richiamare le presenti generazioni per questa via a sé. Vi dedica perciò una parte secondaria e completiva della tua attività; ma non disinteressartene, proseguendo in qualche misura l’opera iniziata fin qui. Perocché noi dobbiamo di tale programma sociale fare quasi una parte dei nostri doveri di cattolici, dappoiché la Chiesa quel programma fece suo; e vuol dirigerlo alla salvezza del popolo e alla rivendicazione della civiltà cristiana. Ma in tale proposito pure, ad essere coerente e superando obiezioni, contrasti e pericoli (che tu stesso conosci), non venir mai meno ad una grande fiducia e fedeltà al papato; anche in queste applicazioni sociali.
E ciò non solo, come dicemmo e ben sai, laddove esso è fornito di autorità infallibile (in cose di fede, di morale e di disciplina generale), ma anche nelle norme direttive pratiche e di discipline passeggere; alle quali pur dobbiamo obbedienza, in virtù della autorità di reggere e governare della Chiesa, in ciò che pure indirettamente serve alla religione ed ai suoi fini. E credi pure, caro Antonio, che se in certe delusioni che subiamo, in certe scissure che deploriamo, vi avrà la sua parte di umano nelle cause determinatrici, tuttavia una buona parte del malanno risale a ciò, che noi tutti, per un po’ di criticismo e di irrequietezza dei tempi, abbiamo fallito alla piena docilità verso la Chiesa nel lasciarci guidare dalle sue direzioni, che spesso non comprendiamo chiaramente, ma che attraverso le stesse imperfezioni umane, fanno capo ad una sapienza ed autorità divina; la quale premierà pur sempre anche nelle cose esteriori e secondarie la nostra obbedienza.
Eppure tutto questo ancora è poco, se non si appoggia a ciò che dà grandezza, resistenza e fecondità a tutto il resto. E comprendi che io voglio dire della condotta personale dell’uomo cristiano; che crede in Dio e lo serve prima e massimamente nella vita privata. Anche tu avrai sentito le lotte e i pericoli di questa vita interiore, e, grazie a Dio (la grazia è veramente inestimabile), spero non avrai gravemente a rammaricarti dell’esito di queste battaglie intime. E perché? Perché (tu me lo confessi certo con tanta compiacenza) non hai mai abbandonato la via della pietà. È questo invero il nostro primo e massimo e dolcissimo dovere, che si dirige immediatamente a Dio, nostro creatore, redentore, benefattore; a cui siamo debitori di tutto e da cui abbiamo diritto e ragione di attendere tutto. Deh! Ti prego, per quanto può un cuore paterno, che si ispira all’infinita paternità di Dio, non rallentarti e non intiepidirti mai nella via della pietà; non raffreddarti soprattutto nella frequenza dei Ss. Sacramenti; continua in essi, se fosse possibile e se a Dio piaccia, anche più e meglio di ora. Di qui il tesoro della nostra dignità e della nostra gioia spirituale; di qui il pegno e la misura di tutti i successi nella vita. Quanto più pertanto le lotte della vita d’ora innanzi si moltiplicheranno anche per te, tanto più tienti intimamente stretto a queste fonti di grazia, che sono poi anche nella vita esterna e pratica argomenti di fortezza, di saggezza, di letizia. Non dimenticarlo mai; dentro di te e fuori di te poni ad obbiettivo della tua esistenza il quaerìte primum regnum Dei e fa di cercarlo e custodirlo con la pietà; e vedrai come si abbella tutta la scena di questo mondo, come si sublimano tutti gli affetti di questo nostro cuore, come si appianano tutte le asprezze di questo cammino nella società, come si affrettano e si assicurano tutti i successi di queste battaglie per conquistare l’avvenire.
In Dio sappi ricercare e vedere e gustare sempre e le gioie della futura famiglia2, e i progressi delle tue indagini scientifiche e lo scioglimento delle questioni sociali; e le previsioni della futura democrazia, e la rivendicazione della patria e della sua grandezza, e il progresso della civiltà per mezzo della Chiesa; tutto ciò che forma (io lo so e ne godo) il nostro comune ideale. Non sia inutile questo sfogo, carissimo figliolo mio, di paterna commozione a te fatto e ripetuto oggidì perché io spero che il giorno memorando in cui lo feci su queste pagine per iscritto lo renda più gradevole dinanzi al Signore e più efficace al tuo cuore di figliolo buono ed amoroso.
In ciò come in tutto consenziente mamma.

Papà

Pisa, 1° luglio 1904