Giorgio La Pira e il rapporto tra spiritualità e politica

Testimoni per il presente

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di Antonio Martino - Il riconoscimento delle virtù eroiche di Giorgio La Pira, preludio a una sua prossima beatificazione, tra i molti argomenti di riflessione che offre di certo contempla il rapporto tra spiritualità (dimensione prettamente personale) e impegno politico (dimensione prettamente pubblica), che a sua volta incrocia il rapporto fra il cristiano e l’esercizio del potere, la categoria evangelica del “servizio” e più in generale il legame tra etica e politica. Temi delicati, equilibri complessi che la figura del «sindaco santo» ha saputo rintracciare, tessere e incarnare nella sua personale biografia, facendo di sé uno dei primi «profeti laici» della Gaudium et spes.

Leggere e interpretare l’opera di un uomo è esercizio non facile. Il compito diventa ancora più arduo se ci troviamo di fronte a figure come Giorgio La Pira, persona dall’intelligenza vivida e con un accentuato gusto per la testimonianza, per l’irriverenza, per l’arte della parola e della politica fuori dagli schemi. Ciò premesso, la figura di La Pira si offre - comunque e da subito per chi la incrocia - come “altro” da ciò che oggi è divenuto il “fare politica”, per tutti e in special modo per chi si professa cristiano. Egli è la perfetta cartina di tornasole dell’amnesia di un tempo, il nostro, in cui si è dimenticato che è il vero fine della politica è la ricerca del Bene Comune che consiste nel superamento del proprio immediato tornaconto personale o di partito per tendere ad un bene che possa essere di tutti oltre che proprio.

In vero, è già da qualche decennio che la politica (italiana) si è secolarizzata, ha smarrito il suo spirito e messo sul mercato la sua anima. Non è solo un problema di deterioramento morale (tangentopoli) ma di crescente difficoltà a radicare la politica sulla spiritualità a causa del dilagante pluralismo degli egoismi, degli interessi e dei “valori”, che rende sempre più arduo scorgere un terreno comune. Tale palude (sempre più stagnante) che deriva da un cortocircuito tra politica e società, pone in essere una radicale questione morale che prima o poi dovrà essere affrontata (si spera).

Ad oggi, tant’è: la politica non appare più propensa ad abbracciare il tema della spiritualità e, di contro, la spiritualità non si mostra più motivata a gravarsi dello spirito del tempo per sporgersi sul terreno dell’arena pubblica. Nonostante ciò, si avverte comunque l’esigenza di ripensare coraggiosamente a nuovi modelli informativi e a più adeguati metodi formativi, in grado di rifondare spiritualmente l’agire politico.

Sembrerà ovvio - forse banale - ma un aiuto può venire dalla rilettura della storia del cattolicesimo politico italiano che ha contribuito, rilanciando in politica i valori del personalismo cristiano, alla ricostruzione economica e civile dell’Italia all’indomani della seconda guerra mondiale e della fine della dittatura fascista. In quel porre l’uomo-persona al centro dell’attenzione e dell’attività politica, sociale e religiosa, i vari La Pira, Moro, Dossetti, De Gasperi mostrarono agli uomini del loro tempo ciò che Yves Congar efficacemente sintetizza in questa frase: «la storia delle relazioni di Dio con la creazione e, in modo specialissimo, con l’uomo, non è che la storia di una realizzazione sempre più generosa e profonda della sua presenza nella creatura».

A queste “creature della presenza”, il cui imperativo è stato quello di coniugare insieme ascolto e testimonianza nonché dialogo e annuncio, possiamo (dobbiamo) chiedere anche oggi di pronunciarsi, di indicarci la strada del Bene Comune. Certi che come la verità della fede non si sostituisce alla verità della scienza e della tecnica politica, ma le assume in un orizzonte di significato nuovo, così la spiritualità motiva le esigenze sociopolitiche in modo nuovo.