Dopo la didattica a distanza, cosa va ripensato

Tempo di esami, anche per la scuola

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di Tommaso Marino* - Dopo la didattica a distanza (Dad), finalmente è tempo di esami. In questi giorni, migliaia di studenti affrontano l’esame di Stato per chiudere un importante ciclo della loro formazione. Lo fanno in presenza - finalmente. Davanti ai docenti con cui hanno condiviso il percorso di studio, compreso l’ultimo periodo di didattica a distanza. È un primo passo verso il ritorno alla normalità, una ripresa delle relazioni fisiche, personali, dopo circa cento giorni di contatto mediato da uno schermo e da una piattaforma. Mentre sappiamo bene che la dimensione educativa è tanto più piena quanto più è diretta e passa (certamente) attraverso lo sguardo, i gesti, lo scambio di parole immediato, concreto. Gli esami di questi giorni rappresentano, seppur con molte limitazioni, la ripresa e il ritorno a questa dimensione di base (se pur in senso inverso - diciamo - visto che parleranno di più gli studenti che i prof).

La scuola deve ripartire, lo dicono in molti, ma non può ripartire da dove è stata fermata. L’esperienza della didattica digitale ha impresso una accelerazione sull’uso di tecnologia nell’insegnamento, e questo non può essere trascurato. Occorre riprendere il prima possibile l’attività in presenza totalmente, cogliendo allo stesso tempo l’occasione per rinforzare l’uso degli strumenti digitali dentro la scuola, all’interno dei percorsi didattici, per ammodernare le metodologie didattiche, ripensando però il modello esclusivo della lezione frontale, dove lo studente subisce passivamente il racconto del docente pronto a ripeterlo acriticamente nei giorni successivi.

La dimensione laboratoriale, in particolare, aumentata notevolmente dalla disponibilità di informazioni presenti sulla rete Internet, consente alla comunità scolastica di confrontarsi con il mondo e acquisire capacità di analisi critica, costruzione di nuovi paradigmi con i quali vivere il presente e costruire il futuro. La direzione allora non sarà quella del “si è sempre fatto così”, ma può diventare “impariamo a riconoscere il bene che già esiste”.

Ovviamente tutta la questione dell’attività didattica va considerata nei diversi ordini di scuola, ciascuno con le proprie peculiarità e le proprie caratteristiche. Parlare di scuola come unico monolite è generico e fuorviante. Troppi poi parlano di scuola nei termini generali, magari facendo riferimento alla propria esperienza personale o di figli/parenti/amici.

Occorre avere uno sguardo lungo e fisso sul futuro dei nostri giovani, a partire da quelli che in questi giorni vivono questa fase di passaggio dalla vita scolastica organizzata (seguita e giudicata) a quella di cittadino adulto, in grado di compiere scelte importanti per la propria vita futura ma anche per le vite degli altri. E, soprattutto, bisogna che tutti noi “meno giovani” impariamo a parlare di giovani con i giovani, ascoltandoli e progettando con loro il futuro. La scuola, lo sappiamo, coinvolge molti attori, istituzionali e non, occorre dunque che i lavoratori della scuola, gli utenti/studenti e tutti gli stakeholder riflettano assieme per elaborare un piano, un orizzonte culturale, educativo e sociale da condividere, alla luce dell’esperienza fatta in questi mesi di pandemia, in cui abbiamo sperimentato tutti, scuola compresa, l’inimmaginabile.

Quanto successo ci aiuti a riconsiderare e riprogettare gli anni della scuola, facendone sempre più una stagione di crescita e di formazione per giovani capaci di leggere i segni dei tempi e interpretarli al meglio, a partire dall’attenzione per la salvaguardia della casa comune.

Buona maturità, ragazzi.

*Insegnate e Segretario nazionale del Movimento Lavoratori di Azione Cattolica