La guerra e la nostra economia

Dentro i confini dell’Unione europea, l’unica guerra alla Russia che si combatte è quella economica-finanziaria, non subiamo le atrocità riservate al popolo ucraino. Ma tutto il resto ci tocca e ci toccherà a lungo

Per gli economisti è la stagflazione (una miscela velenosa di inflazione e crescita bassa o nulla del Pil), per tutti gli altri mortali è l’aumento dei prezzi (in particolare di quelli al consumo) e la diminuzione dei posti di lavoro, cioè, se vogliamo dirla in altro modo: meno potere di acquisto dei salari e più povertà. È questo il nostro futuro prossimo. Certo, meno peggio delle bombe che piovono sulle città ucraine, dove gli innocenti continuano a morire ogni giorno.

Il nostro paese (come buona parte dell’Occidente) l’ha già sperimentata negli Anni 70 la stagflazione, a cavallo (guarda un po’) di una crisi energetica, quella del 1973, quando, in conseguenza di un conflitto (a riguarda un po’), la Guerra del Kippur (6-25 ottobre 1973), i paesi arabi associati all’Opec (l’organizzazione dei paesi esportatori di petrolio) decisero di sostenere l’azione di Egitto e Siria tramite robusti aumenti del prezzo del barile ed embargo nei confronti dei paesi amici di Israele. Anche allora si parlò di risparmio energetico e nel nostro vocabolario entrò la parola Austerity. Gli italiani dovettero lasciare la macchina in garage (su disposizione di legge) e riscoprire obtorto collo il piacere di andare in bici o a piedi. Il Parlamento dedicò le sue sedute (udite udite) all’uso di fonti energetiche alternative e all’adozione di misure per evitare sprechi di energia. Vennero varate campagne per la sensibilizzazione dei concittadini all’impiego di isolanti per coibentare le abitazioni, all’uso di apparecchiature automatiche per il controllo della temperatura degli impianti di riscaldamento e via discorrendo. Sempre per legge, si stabilì che il comfort termico per gli edifici civili era 20 gradi e guai a chi sgarrava.

Dunque, più o meno gli stessi argomenti e le stesse politiche di cui si dibatte oggi in Parlamento, cinquant’anni dopo, e su cui si dibatterà ancora di più nei giorni a venire se il conflitto in Ucraina non dovesse cessare. Poiché, se vogliamo dirla tutta, anche se la guerra dovesse cessare domani (Dio lo voglia!), il costo economico che ci apprestiamo a pagare è già altissimo. Basta rileggere quanto detto dal premier Draghi alla Camera durante il question time, lo scorso 9 marzo. Denunciando, tra l’altro, la miopia dei precedenti governi: «Abbiamo aumentato la dipendenza dalla Russia persino subito dopo l’invasione della Crimea, errore di politica estera ed energetica».

Di fatto, il nostro paese, come segnalano molti analisti, è entrato in una fase in cui dovrà misurarsi con la realtà di un’“economia di guerra”, che per tradizione a bilancio porta oltre che imponenti perdite umane e distruzioni materiali, un elevato debito pubblico e un’inflazione che si faticherà a riportare sotto controllo. Per nostra fortuna, dentro i confini dell’Unione europea l’unica guerra alla Russia che si combatte è quella economica-finanziaria, dunque non subiamo le atrocità che subisce il popolo ucraino. Ma tutti il resto ci tocca, e ci toccherà a lungo. E speriamo che basti stringere la cinghia.

Insomma, non ci siamo ancora lasciati alle spalle la pandemia da Covid e le sue conseguenze ed eccoci la guerra in casa (l’Ucraina è Europa) e le sue conseguenze. Eravamo ancora intenti a progettare l’utilizzo dei fondi del Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza, ed eccoci proiettati nell’anticamera di una possibile Terza guerra mondiale. Dove, tanto per dirne una, un paese come la Germania, il motore dell’Unione si sarebbe detto sino a ieri, ha già stanziato cento miliardi del suo bilancio in armamenti.

Una grande donna, la senatrice a vita Liliana Segre, superstite dell’Olocausto, commentando qualche giorno fa l’invasione dell’Ucraina, per descrivere il suo sconcerto e la sua angoscia per quanto sta accadendo al nostro presente e al nostro mondo, ha fatto riferimento ai biblici quattro cavalieri dell’Apocalisse che precedono il giudizio universale: carestia, morte, pestilenza e guerra. Come dargli torto, se ci guardiamo intorno?

Sia chiaro, la speranza non è morta. È sopravvissuta agli anni lunghi e crudeli del cosiddetto “secolo breve”, a due Guerre mondiali e alla strage di milioni di uomini. L’umanità si è rialzata ed è ripartita, lasciandosi alle spalle rancori e vendette. Con qualche tragica eccezione, almeno in Europa e almeno sino ad oggi. Il guaio è che ci siamo lasciati alle spalle anche tanti “mai più”. Promesse di pace svanite nel vento. Nessuno sa sino a dove vorrà spingersi Vladimir Putin, né sappiamo se l’“opzione atomica” è realmente nella sua agenda di guerra. Prima che lo zar si fermi o che il resto del mondo lo fermi, prepariamoci a vivere tempi ancor più duri di quelli appena passati. Questa volta non basterà una mascherina a tenere lontano il peggio.

Autore articolo

Antonio Martino

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