Sinodo sulla famiglia/6

Ogni figlio è parola di Dio

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Bambini

di Anna Teresa Borrelli* - Nel guardare al Sinodo sulla famiglia in corso, mi sono lasciata accompagnare dall’immagine del “camminare con”, riprendendo il significato etimologico di questa antica istituzione ecclesiastica. Mi sono chiesta dunque con chi oggi la Chiesa, e quindi la famiglia, è chiamata a continuare questo viaggio.

Ecco allora che il mio primo pensiero va ai figli, a coloro che, come afferma Papa Francesco, sono la gioia della famiglia e della società; coloro che sono amati prima che arrivino, prima che qualcuno possa conoscerli. È la bellezza di essere amati prima, prima ancora di venire al mondo. E questa è gratuità, questo è amore; sono amati prima della nascita, come l’amore di Dio che ci ama sempre prima. Sono amati prima di aver fatto qualsiasi cosa per meritarlo, prima di saper parlare o pensare, solo per il fatto di essere. Essere figli è la condizione fondamentale per conoscere l’amore di Dio, che è la fonte ultima di questo autentico miracolo. E nell’anima di ogni figlio, per quanto vulnerabile, Dio pone il sigillo di questo amore. Ogni bambino è una parola di Dio incarnata, è un’immagine unica e irripetibile della sua bontà. Ogni figlio è sempre un sogno di Dio sull’uomo.

I genitori hanno il compito di tenere sempre presente questa particolarità e unicità dei loro figli. Sono chiamati a guardarli con gratitudine, ad essere riconoscenti per il dono della loro esistenza, a preoccuparsi che si sentano amati incondizionatamente. Avere fede per un papà e una mamma vuol dire allora credere che ogni figlio sia unico, cercare di immedesimarsi in lui per scoprire sempre più questa immagine originale. Credere significa osservare il proprio figlio chiedendosi: che cos’ha di speciale questo bambino? Che cosa trasmette con i suoi sentimenti? Come reagisce? Avere fede in un bambino significa credere che in lui c’è sempre qualcosa di buono e bello; vuol dire ascoltare ciò che Dio vuole dirci per suo tramite.

I bambini provano stupore per le piccole e grandi cose che li circondano e che sperimentano. E questo è accompagnato dalla curiosità: i piccoli guardano dietro le cose, per loro la superficie è troppo astratta, troppo piatta e noiosa; osservano con stupore la natura che li circonda: parlano con le foglie, s’immedesimano negli animali, con le loro fantasie danno un’anima ad alberi e a piante, a uccelli e insetti.

I figli sono innanzitutto per i loro genitori maestri di saggezza; sono anche maestri dai quali si può imparare molto. Non si deve solo dare, ma anche prendere in abbondanza dai propri figli. Sanno gioire delle piccole e grandi cose della vita. Manifestano sempre la loro gioia. Sono aperti al nuovo, si accostano senza pregiudizi a tutto ciò che capita loro. Sanno provare meraviglia per quanto ogni giorno scoprono e comprendono.

Accompagnare i figli nella vita presuppone quindi da parte dei genitori anche una pazienza infinita. E pazienza significa rimanere qui e ora, accanto a ciascuno; rispettando il “ritmo” altrui, senza spingerli nel loro sviluppo poiché chiedono solo di essere accompagnati. La pazienza si può imparare proprio da loro, il cui principio è la ripetizione: fanno una cosa più e più volte, fino a quando non la interiorizzano come modello comportamentale.

I figli non sono recipienti vuoti che devono essere riempiti del sapere dei grandi. Rispettare i figli significa allora ascoltarli, lasciarli finire di parlare, prendere sul serio i loro sentimenti senza sminuirli.

In questo tempo particolarmente bello del cammino della nostra Chiesa, i genitori vanno sempre di più incoraggiati a fidarsi della loro esperienza spirituale e a trasmetterla ai figli. In questo modo risponderanno all’anelito più profondo dei bambini che sono spirituali per natura, perché possiedono la consapevolezza innata della loro unicità.

Ai genitori è chiesto di aiutare i piccoli a formare la loro grammatica interiore, cioè il loro modo di comporre e vedere le cose, e di dirle; certi che i piccoli oggi desiderano soprattutto vicinanza e accettazione, perché essi possono donare solo se stessi. Sanno sognare e i loro sogni sono profondi poiché contengono una richiesta duratura: la gioia di poter essere amati, sempre e per sempre, e di vivere felici insieme. È solo un sogno?, io credo proprio di no!

*Responsabile nazionale dell’Azione cattolica dei ragazzi