Preti. La vita è formazione

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di don Emilio Centomo* - La formazione permanente dei preti è il tema centrale dell’Assemblea generale dei vescovi italiani in corso ad Assisi. Mi riporta alla mente questi anni della mia vita di prete, nella quale la formazione ha avuto un posto qualificato.

Sono contento dell’esperienza che ho fatto in seminario. Ormai più di trent’anni fa. Per lo più, ho avuto dei formatori sensibili, attenti alle nuove prospettive del Concilio. Dei veri accompagnatori. Ci hanno spinti a guardare con simpatia a quello che si diceva “il mondo” e ci hanno fatto innamorare della chiesa come comunità. Ma, diventato prete e inserito nella vita della parrocchia, non ho potuto sfuggire al duro confronto con la realtà. Avevo studiato e mi ero preparato per insegnare. Lentamente ho cominciato ad usare un altro verbo: imparare. È stato un passaggio fondamentale e anche duro. Non riuscivo a rinunciare a questo sacro compito che avevo assunto per la vita: insegnare ai laici tutto ciò che avevo accumulato in tanti anni di studio. Avvertivo un netto distacco tra il bagaglio formativo e la realtà delle persone a cui ero mandato. La mia fragilità ha destrutturato il concetto astratto e immutabile di “verità”. Dalla testimonianza di tanti giovani amici dedicati generosamente ai più poveri, ho cominciato a intuire la presenza amorosa di Dio in tante persone e situazioni. Dal fallimento di alcune relazioni ho imparato a fidarmi di Dio. Un po’ di più. Un po’ alla volta. Forse è stata una conversione: dalla teoria alla vita. Ed ho scoperto che è molto meglio la vita.

Se la formazione è Cristo che prende forma in noi, non può essere fatta di un pacchetto di nozioni che riceviamo all’inizio. Né di qualche corso per l’aggiornamento teologico. È una lenta gestazione, una nascita e rinascita, una crescita che ha le sue tappe, le sue conquiste, come le sue crisi e i suoi pericoli. La formazione del prete è quindi permanente, ma non solo intellettuale. Anche relazionale, affettiva, spirituale (nel senso di vita secondo lo spirito).

La vita stessa è formazione. E dentro la vita, l’esercizio concreto del ministero presbiterale, il confronto ordinario con i collaboratori laici, l’ordinarietà della vita di parrocchia, la visita agli ammalati e le confidenze della fatica di vivere di tanti. Non esiste la formazione da una parte e poi l’applicazione di questa formazione al popolo di Dio che è lì a chiedere di farsi formare. Esiste il popolo dei discepoli del vangelo e noi preti camminiamo insieme a loro dietro a Gesù Cristo. Ciascuno col suo carisma e ministero che arricchisce la chiesa.

La formazione è fatta delle autentiche relazioni umane tra preti e con i laici, nelle quali facciamo esperienza di stima reciproca e gratuita e disinteressata accoglienza. Quelle relazioni nelle quali ci lasciamo mettere in discussione dall’altro, quando, per esempio, noi preti ci lasciamo dire “In questo stai sbagliando”, oppure “In questo non sei competente, lascia stare”. O quando veniamo edificati dall’amore di una coppia o dalla fede di un ammalato o dalla libertà di un “piccolo”. Non dimentico quanto mi ha insegnato Michela, ragazza down, che, dopo la messa della domenica, faceva la critica alle mie omelie di giovane prete. Con la sua limpida sincerità ci azzeccava sempre. C’è formazione quando c’è autentica relazione umana. Per questo la vera formazione è sempre comunitaria.

La formazione è fatta anche di esperienze dolorose, delle difficoltà, delle crisi che ogni prete, come ogni uomo e donna, deve attraversare nell’arco della sua vita. Poco ci soffermiamo sull’importanza di questi momenti. Ci vergogniamo, come fossero cose che non si addicono al ministro di Dio. e non ne parliamo o ne parliamo troppo poco. Ma la crisi è spesso il luogo di una rinnovata chiamata di Dio. Chiede un cambiamento di passo ed è preludio di una nuova fecondità.

Certo occorrono a noi preti i luoghi e i tempi perché l’esperienza ordinaria della vita come gli straordinari passaggi critici del ministero possano essere riletti alla luce della Parola di Dio che è potente ed efficace. Un discernimento efficace, fonte di speranza e di consolazione, che è sempre in gran parte comunitario. Un discernimento che, diventando la dinamica della sua vita spirituale, diventa generativo della vera formazione permanente per il presbitero. Quella che finalmente unifica la vita, dove non c’è più orazione ed azione, ma diuturna veglia per incontrare il Signore, dovunque si scorgono i segni della sua presenza.

*Assistente ecclesiastico centrale – Settore Adulti di Ac