Potremmo dirla così, secondo Svimez: al Sud, anche grazie ai fondi del Pnrr, i dati economici sono migliori di quelli demografici. Entro il 2050 l’Italia perderà 4,5 milioni di abitanti. Di questi, 3,6 nelle sole regioni meridionali. Uno spopolamento dovuto a più di un fattore, ma che risente soprattutto di una significativa fuga dei giovani, delle famiglie più giovani, specie quelli maggiormente scolarizzati. Fuga accentuata da salari che al Sud sono più bassi e precari: nelle regioni meridionali si concentra il 60% dei 2,3 milioni di lavoratori poveri italiani (circa 1,4 milioni) e più di un lavoratore su cinque è assunto con contratti a termine. Quasi il doppio rispetto al resto dell’Europa.
Il risultato è che l’emergenza non è l’immigrazione ma l’emigrazione e la conseguente necessità di politiche di contrasto al calo demografico: orientate al rafforzamento del welfare familiare, degli strumenti di conciliazione dei tempi di vita-lavoro, dell’offerta dei servizi per l’infanzia, dei sostegni effettivi ai redditi e alla genitorialità, superando la frammentarietà degli interventi.
Sono queste solo alcune prime considerazioni che emergono dai dati contenuti nel Rapporto 2024 della Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno. Testo come i precedenti dedicato all’economia e alla società del nostro Sud e quest’anno con a tema “Competitività e coesione: il tempo delle politiche”. Presentazione ieri a Roma presso la Pontificia Università Gregoriana. (Il pdf del Rapporto e il Comunicato stampa).
Autonomia differenziata: sintonia tra Svimez e Corte costituzionale
Nell’invitarvi alla lettura dell’interessante testo, segnaliamo di seguito alcuni dati significativi. Non prima, però di aver sottolineato la piena sintonia tra la Svimez e la nostra Corte costituzionale, che con un recente pronunciamento ha di fatto cassato il cuore del Legge 86/2024 in materia di Autonomia differenziata: possibilità di devolvere intere materie; derubricazione dei Lep a meri adempimenti amministrativi; svilimento del ruolo del Parlamento. Di fatto, la Svimez anche attraverso questo suo ultimo Rapporto chiede ancora una volta, e per bocca dei suoi dirigenti nazionali, in particolare del suo presidente Adriano Giannola, chiede che il percorso verso una maggiore autonomia delle regioni sia riportato all’interno di un’ordinata attuazione del federalismo simmetrico, basato sui princìpi, inderogabili, della sussidiarietà verticale e orizzontale e della solidarietà nazionale. A partire dalla garanzia di un fondo di perequazione in grado di rimuovere i divari territoriali nella dotazione di infrastrutture economiche e sociali.
Di unità nazionale e di comunità, di integrazione e solidarietà, ha parlato anche il cardinale Matteo Zuppi nel suo intervento alla presentazione del Rapporto: “Occorre sempre pensarsi insieme”, ha sottolineato il presidente della Cei. Ribadendo che spetta alla politica “ritrovare tutti quello che ci unisce e lavorare insieme per combattere le disuguaglianze”, e che le diverse velocità del Paese, tra Nord e Sud in particolare, “devono trovare una unica strada: quella della solidarietà e della sussidiarietà.
Svimez: la vera emergenza è l’emigrazione non l’immigrazione
Al 2050, il Paese perderà 4,5 milioni di abitanti e l’82% della perdita interesserà le regioni meridionali: -3,6 milioni. Non solo spopolamento, ma un progressivo degiovanimento che colpirà soprattutto il Mezzogiorno, che perderà 813mila under 15, quasi un terzo di quelli attuali (-32,1%), mentre gli anziani con più di 65 anni aumenteranno di 1,3 milioni (+29%).
Un trend demografico avverso che avrà un forte impatto sul numero degli iscritti nelle scuole italiane. Al 2035, la riduzione di studenti è stimata al -21,3% nel Mezzogiorno, addirittura al -26% nelle regioni del Centro (-18% nelle regioni settentrionali). Per la scuola primaria, il rischio chiusura è concreto in 3mila comuni con meno di 125 bambini, numero sufficiente per una sola “piccola scuola”: il 38% del totale dei comuni (quota che sale al 46% nel Mezzogiorno), localizzati soprattutto nelle aree interne.
Il contrasto al gelo demografico necessita di politiche di lungo periodo orientate al rafforzamento del welfare familiare, degli strumenti di conciliazione dei tempi di vita-lavoro, dell’offerta dei servizi per l’infanzia, dei sostegni effettivi ai redditi e alla genitorialità, superando la frammentarietà degli interventi. L’emergenza è l’emigrazione, non l’immigrazione.
In 10 anni quasi 140mila giovani laureati hanno lasciato l’Italia e 200mila quelli trasferiti da Sud al Centro-Nord
Dal 2012 al 2022, 138mila giovani laureati (25-34 anni) hanno lasciato l’Italia. Tra gli altri fattori, incidono sulla scelta le basse retribuzioni: dal 2013 le retribuzioni reali lorde per dipendente sono calate di 4 punti percentuali (-8 nel Mezzogiorno), contro una crescita di 6 punti in Germania. Negli ultimi 10 anni i giovani laureati che hanno lasciato il Mezzogiorno per il Centro-Nord sono quasi 200mila.
Le migrazioni intellettuali da Sud a Nord sono alimentate anche dalla mobilità studentesca: due studenti meridionali su dieci (20mila all’anno) si iscrivono a una triennale al Centro-Nord, quasi quattro su dieci (18mila all’anno) a una magistrale in un ateneo settentrionale. Per alcune regioni meridionali il tasso di uscita degli studenti magistrali è nettamente superiore: in Basilicata l’83% lascia la regione, il 74% in Molise, più del 50% in Abruzzo, Calabria e Puglia. Tra il 2010 e il 2023, il sensibile aumento del numero di laureati meridionali si è realizzato esclusivamente grazie ai titoli conseguiti presso atenei del Centro-Nord (+40mila), mentre è addirittura diminuito il numero di laureati presso gli atenei meridionali.